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  Joyce [ Questo blog rivela la sua efficacia contro le patologie tipiche delle ideologie politiche, come ansia elettorale, grave deficit umoristico, stress da obbedienza... ]
         







L'Italia è un paese
di morti che,
per sfortuna,
sono ancora vivi.
























































































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26 febbraio 2008

Video-editoriale: scambio di persona


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25 febbraio 2008

La palude e il mare


L’acquitrino e l’acqua. Immagini liquide per esprimere due volti opposti dell’Italia 2008 accomunati da un’incertezza senza via d’uscita. L’esordio della campagna elettorale ha gettato sassi nelle acque reflue dello stagno politico, dove i partiti strisciano alla ricerca dell’alleanza giusta, del compromesso che garantisca il sorriso a tutti o quanto meno non faccia arrabbiare qualcuno. Equilibrismo negoziale per non sentirsi sbattere la porta in faccia e vedere decurtata la dote elettorale. I voti o la vita, come dicono oggi i banditi che derubano i partiti delle loro ricchezze elettorali. Piccole manovre da palude. Tanti schizzi, pochi passi. Fuori, nel mare aperto della vita, scorrono impetuose le paure che praticano un buco più stretto sulla cinghia degli italiani. Mangiare costa, lavorare non paga abbastanza, la pensione è un idolo volato via e anche le apparenti certezze, come la legge sull’aborto, su cui tanti italiani si erano appoggiati come fossero comodi posa braccio ora improvvisamente crollano. Il 14 aprile il mare aperto può riversarsi su questa palude travolgendo i suoi rospi e spazzando via il suo limaccioso fondale. Potrà sopravvivere solo la politica pronta a navigare nel mare aperto della vita, senza i salvagente dei privilegi di casta e senza scialuppe di salvataggio per alzare i tacchi quando arriva la tempesta. I tanti piccoli naviganti che vivono per mare hanno imparato a galleggiare, a nuotare, e qualche volta anche a camminare sulle acque. Le prossime elezioni dovranno essere una selezione naturale – altrimenti anche il mare si ridurrà ad una sterminata palude.



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22 febbraio 2008

Trombati preventivi



Se George W. Bush ha inventato la guerra preventiva per giustificare una guerra dopo averla scatenata, in Italia ai politici tremano le mani per la paura di venire trombati ancora prima del voto. In Sicilia è scoppiata la lupara elettorale tra Miccichè e Lombardo, poi c’è De Mita che si vede prematuramente stroncata la sua carriera dopo soli 45 anni da parlamentare e i Radicali che, in onore al principio del sesso libero, stanno contrattando con Veltroni l’importo della loro prestazione elettorale nel Pd. Destra, centro e sinistra: la paura di non ritrovarsi candidati è uguale per tutti. Dalla competizione per il voto alla competizione per la lista, ecco il kamasutra della democrazia nuda di valori. Le candidature sono diventate come embrioni da preservare ad ogni costo, come vorrebbe Ferrara: non si butta via nessuno. Il diritto alla vita (politica) è sacrosanto. Quindi la corsa alla poltrona parte con una feroce corsa alla candidatura. Così la competizione ufficiale sui programmi viene oscurata dai conflitti interni ai partiti per decidere chi entrerà nell’olimpo della politica e chi dovrà aspettare il prossimo giro. Lontani da questo turbinio, gli elettori possono dedicarsi a passatempi più salutari e forse potrebbero decidere di non uscire di casa il 14 aprile.



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14 febbraio 2008

La sinistra, l'arcobaleno


È curioso come i nipotini del rosso Peppone, di guareschiana memoria, il quale dichiarava di essere in grado di mangiarsi un prete a colazione, siano incorsi in un clamoroso autogol nella scelta del simbolo del loro partito: l’arcobaleno.

Infatti nella Bibbia si narra che,cessato il diluvio e ritiratesi le acque, Noè e famiglia escono dall’arca. Alto in cielo, brillante appare l’arcobaleno e Dio rivolgendosi a Noè :

…disse: Questo è il segno dell'alleanza,che io pongo tra me e voi e tra ogni essere vivente che è con voi per le generazioni eterne. 13 Il mio arco pongo sulle nubi ed esso sarà il segno dell'alleanza tra me e la terra. 14 Quando radunerò le nubi sulla terra e apparirà l'arco sulle nubi, 15 ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi . 16 L'arco sarà sulle nubi e io lo guarderò per ricordare l'alleanza eterna tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne che è sulla terra. cap.9 del libro della Genesi.

Ora, come è possibile che gli irriducibili sostenitori della laicità dello stato e, per inciso, del relativismo antipapalino, inseriscano un simbolo della religione cristiana (oltre delle altre religioni che si collegano alla Bibbia ebraica) nello stemma del loro partito? Tanto valeva recuperare la vecchia, candida colomba picassiana della pace.

Quindi, oltre allo scudo crociato e ad un campanile troveremo un altro simbolo religioso, questo prelevato tout court dalla Sacra Bibbia.

È curioso come i nipotini del rosso Peppone, di guareschiana memoria, il quale dichiarava di essere in grado di mangiarsi un prete a colazione, siano incorsi in un clamoroso autogol nella scelta del simbolo del loro partito: l’arcobaleno.

Infatti nella Bibbia si narra che,cessato il diluvio e ritiratesi le acque, Noè e famiglia escono dall’arca. Alto in cielo, brillante appare l’arcobaleno e Dio rivolgendosi a Noè :

…disse: Questo è il segno dell'alleanza,che io pongo tra me e voi e tra ogni essere vivente che è con voi per le generazioni eterne. 13 Il mio arco pongo sulle nubi ed esso sarà il segno dell'alleanza tra me e la terra. 14 Quando radunerò le nubi sulla terra e apparirà l'arco sulle nubi, 15 ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi . 16 L'arco sarà sulle nubi e io lo guarderò per ricordare l'alleanza eterna tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne che è sulla terra.” cap.9 del libro della Genesi.

Ora, come è possibile che gli irriducibili sostenitori della laicità dello stato e, per inciso, del relativismo antipapalino, inseriscano un simbolo della religione cristiana (oltre delle altre religioni che si collegano alla Bibbia ebraica) nello stemma del loro partito? Tanto valeva recuperare la vecchia, candida colomba picassiana della pace.

Quindi, oltre allo scudo crociato e ad un campanile troveremo un altro simbolo religioso, questo prelevato tout court dalla Sacra Bibbia.


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13 febbraio 2008

L'ideologia del programma


Uno degli argomenti più forti per il nuovo PdL è un programma unico per il governo sottoscritto da Bossi fino a Mastella. E’ uno sforzo di ripianare le fratture che hanno ucciso il precedente governo, il cui programma era la somma di tanti programmi reciprocamente incompatibili. Ma il problema non è il programma unico o il partito unico. Il problema resta la frammentazione della classe politica anche dentro alla stessa coalizione. La maledizione che ha colpito Prodi non erano i dodici partiti della sua maggioranza bensì i dodici leader e le dodici opposte posizioni in merito ad ogni questione. Il partito democratico può ridurre questo conflitto non perché abbia fatto la somma tra Ds e Margherita, ma perché ha fatto la divisione rispetto alla sinistra radicale – altrimenti con un maxi-Pd le divisioni si sarebbero conservate. Il programma è anche uno di quegli elementi che in politica acquistano valore solo durante la campagna elettorale. Dopo il voto diventano una moneta condannata ad una svalutazione inarrestabile. Spesso il programma diventa una rogna per il governo, perché la sua attuazione diventa problematica e scatena conflitti nella maggioranza. Allora, per amore del quieto vivere, il programma inizia ad essere smembrato e insabbiato. E’ sempre successo. Non è colpa della malafede del governo, ma delle oggettive complicazioni che subentrano quando si tratta di passare dalle parole ai fatti. E l’Italia abbonda di parole in cerca di realtà.





12 febbraio 2008

La fiera del nuovo


Chi è più nuovo – il Pd o il PdL? C’è una sola lettera di differenza tra Pd e PdL e per giunta è la lettera di una parola vitale come “libertà”. Eppure non è sulla libertà che si sta giocando il dibattito politico. Ancora una volta la politica ha riciclato il vecchio tema del “nuovo”. E’ più nuovo il nuovo partito di Berlusconi o il nuovo partito di Veltroni? Basta inventarsi un nuovo simbolo che il passato, anche quello che arriva fino a ieri, viene dimenticato. Il nuovo ha un fascino enorme nella testa degli italiani – un popolo segnato storicamente dalla povertà e dal conseguente edonismo che fa adorare subito qualunque cosa luccichi di nuovo, anche la plastica. Sia il Pd che il PdL sono una mano di vernice fresca sui soliti apparati di potere. Non cambiano le idee di fondo e gli uomini che fanno finta di portarle avanti solo per portare avanti la propria carriera politica. In questo immobilismo c’è un fondo di verità. In campagna elettorale i programmi politici tendono a convergere sostanzialmente, riducendo quelle che fino a pochissimo tempo prima apparivano fratture abissali. Dopo tutto serve un criterio per distinguere partiti e leader e anche questa volta gli italiani sembrano lasciarsi condizionare dalla novità, anche fasulla, superficiale e a breve durata. Per avere la conferma dell’illusione del nuovo basta aspettare pochi giorni dopo la nascita del “nuovo” governo: tutto torna come prima. Il nuovo si è spento nel giorno delle elezioni.





8 febbraio 2008

Questi si uniscono, quelli si dividono


Un rebus senza chiave. La politica italiana ama cambiare continuamente le sue maschere e farsi ritrarre in pose sempre diverse. Il centrosinistra incarnava il simbolo delle divisioni interne e dopo aver percorso la strada del partito unico si riscopre diviso esattamente come prima. Il centrodestra che conservava le differenze nella sua coalizione adesso ha improvvisamente avviato un processo di fusione tra i suoi due più grandi partiti. Le elezioni mettono sempre in moto grandi processi di cambiamento. E’ come quando si aggiustano i capelli e ritoccano il trucco prima che il fotografo prema il pulsante. E poi? Tutto come prima, o quasi. Per consolidare queste trasformazioni occorre continuità e responsabilità. Altrimenti alla prossima elezione si ricomincia tutto da zero. L’esultanza degli elettori più fedeli non basta a risolvere i problemi del paese. Talvolta la politica eccede nella presunzione di credere che suoi i problemi siano i problemi dell’intero paese, per cui risolvere i guai della politica vorrebbe dire risolvere ogni altro tipo di problema. Ma il principio di realtà dimostra il contrario e dimostra che persino uno scatto d’ira può mandare in frantumi un impegno comune. Unione e divisione – se non è un ritocco è una tattica per vincere le elezioni o comunque non perderle. Con o senza partito unico, da soli o in coalizione, le emergenze dell’Italia non badano a questi dettagli.





8 febbraio 2008

La sberla



Invece di aggiungere altre parole a questa politica rigonfia di paranoie e congetture, occorre un semplice gesto: una sberla, un’affettuosa ma decisa sberla per questa classe politica che continua a ficcare la testa nella sabbia dei giochi di potere. Sono bastate le elezioni anticipate per scatenare le papille gustative di questi cani di Pavlov. Tutti a sbavare per i primi posti delle liste. Tutti, nessuno escluso. Tutti fulminati sulla via di Roma, sia provenendo da destra che da sinistra. Berlusconi già pregusta il ritorno a Palazzo Chigi annunciando che la prima legge del nuovo governo sarà sulle intercettazioni telefoniche. La sinistra non ha più niente da dire e spera solo di cadere in piedi. A parte le seghe mentali sull’esito del voto, silenzio assoluto. Silenzio sul lavoro, sull’immigrazione, sulla sicurezza, sullo sviluppo, sulla sanità, sulla scuola, sulla politica estera, sulla questione energetica. Silenzio sulla realtà – e quindi sulle persone che sono oppresse da questa realtà. In un paese che precipita nel baratro della crisi il problema numero uno del centrodestra che si prepara a governare è fare la lista unica e trovare una sistemazione per Mastella. Dalla sinistra nessuna autocritica sulle nefandezze commesse dal suo governo. Come se niente fosse. Come se a Napoli fiorisse un giardino profumato e le tasche degli italiani fossero strapiene di soldi. Come se gli operai nella fabbrica Thyssen fossero morti per caso o quella ragazza minorenne stuprata dal branco si fosse inventata tutto. Forse siamo pazzi noi a credere a queste notizie. Forse siamo pazzi a credere ancora a questa classe politica. Di sberle ne abbiamo già prese tante, e siamo ancora qui. Ora tocca ai politici.





6 febbraio 2008

I migliori video di Usa '08









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5 febbraio 2008

Potere immobile


La coltre di nebbia si è diradata. Ora che Marini ha gettato la spugna, le elezioni sono diventate la sbocco naturale. Il centrodestra corre allegramente incontro ad una vittoria che crede di avere già a portata di mano. Il centrosinistra si lascia trasportare nella sfida elettorale con la speranza, quanto meno, di fare piazza pulita dei suoi elementi più fastidiosi. Ognuno si è già fatto i conti in tasca. Però basta un’ombra a sconvolgere gli equilibri. I confini delle coalizioni sono ancora incerte, specialmente a sinistra, dove le elezioni sono il banco di prova per la leadership di Veltroni e l’occasione per staccare il cordone ombelicale con la sinistra estrema. Ma gli altri partiti dell’Unione? Situazione più definita per il centrodestra, il cui unico cruccio è trovare la giusta sistemazione per Mastella. Tutto il resto è fantapolitica, con i grandi capi che già pensano a dividersi i ministeri. Facile farlo quando la campagna elettorale deve ancora iniziare. Più in là, quando la sinistra avrà recuperato terreno e il centrodestra si sarà impantanato, l’ottimismo di questi giorni sarà solo un pallido ricordo. Come al solito ci saranno editoriali infuocati, attacchi personali, irruzioni mediatiche. Gli ultimi fuochi prima delle ceneri. Ma la forza della casta è restare immobile. Nel 2006 si è persa una grande opportunità per risolvere la profonda crisi del sistema politico formando un governo di unità nazionale per attuare le riforme. Due anni dopo i politici hanno già dimenticato i fallimenti del governo Prodi e della sua smania di potere – oggi, come ieri, restano immobili, pensando ad assicurarsi il potere e, mal che vada, una poltrona. E dopo?





5 febbraio 2008

La Rosa e il Nero


Il gran clamore delle primarie americane è un suono in stereofonia. Da una parte i repubblicani, ancor prima di addentrarsi nella caccia grossa del Super Tuesday, hanno spazzato via colui che si ergeva come il tirannosauro del grande vecchio partito. La carriera di Rudy Giuliani non andrà oltre il sindaco di New York. Magrissimi risultati nella fase iniziale delle primarie hanno dissuaso il sindaco della grande mela dal provare a diventare il sindaco della superpotenza. Adesso “Mac is back”: ritorna dopo otto anni di congelamento elettorale il senatore John McCain. Il suo ultimo ostacolo sulla via della nomination si chiama Mitt Romney, professione governatore del Massachussets e mago del fund-raising. Tutti gli altri sfidanti sono caduti come birilli, anche i più gettonati come il predicatore Huckabee e l’avvocato del tubo catodico Thompson. Ma è l’asinello che sta scalciando con più vigore. La sfida si è già sfrondata dei rami secchi dopo che Edwards, il numero due di Kerry nelle elezioni del 2004, ha capito che fare il numero tre dopo Obama e Hillary non gli avrebbe spalancato le porte della studio ovale. Adesso il fronte democratico si divide tra il rosa e il nero – quale sarà il colore dominante per vincere la battaglia di Usa ’08? Il primo dato non è così confortante: la via più efficace per trovare il successore a un presidente come Bush jr. è trovare un’eccezione. Cioè una donna e un afroamericano. Questo vuol dire che l’elettore maschio-bianco non trova rappresentanza, perché è costretto a votare per il sesso opposto oppure per una minoranza.


Hillary e Obama si contendono le prima pagine dei giornali perché sono novità assolute. Ma se Hillary non avesse i tacchi a spillo e Obama non avesse la pelle colorata? La batosta di Kerry nel 2004 ha segnato uno spartiacque profondo ma invisibile nel partito democratico. E’ solo un ricordo l’immagine del partito democratico come il partito della moderazione e della classe operaia, come lo spazio pubblico della critica e come lo strumento politico per una maggiore distribuzione dei redditi, come il partito che tutela i piccolissimi risparmiatori. I democratici hanno subito una mutazione genetica che ha sostituito i vecchi cromosomi con quelli dell’oltranzismo delle minoranze e con lo scontro su una dilatazione coercitiva dei diritti civili. Vince il modello Nancy Pelosi, ovvero l’aggressività ideologica combinata alla responsabilità politica come un tailleur di Versace su scarpe Nike. Hillary e Obama. Quale dei due? Questa è la domanda. Però è una domanda falsa, perché in realtà non c’è differenza. Sono entrambi espressione della nuova generazione di leader che hanno reagito alla duplice presidenza Bush ritirandosi nelle caverne delle minoranze e delle utopie fanta-democratiche. Hillary che vuole colorare di rosa la presidenza è solo un automa pronta a replicare gli stessi fallimenti del consorte fedrifago: tolleranza con Bin Laden, sopportazione di Saddam Hussein, naufragio della pace in Palestina e un sostanziale centrismo politico che ha annacquato le riforme sociali senza avvantaggiare realmente un gruppo subalterno o colpire interessi speciali. Anche Obama è un’eccezione e gioca tutta la sua campagna elettorale su questo tema: il primo afroamericano. E allora? C’è ancora qualcuno che crede che un afroamericano non sia degno del potere? Colin Powell e Condi Rice dimostrano che la comunità nera si è già integrata. Manca solo un presidente nero – ma forse un presidente nero farà politiche rivoluzionarie oppure condannate al fallimento? In faccia all’arroganza democratica con la bacchetta da maestro sempre in mano, la vera lezione di queste primarie è che Hillary è solo una donna e Obama non è un extra-terrestre – e qui casca l’ “asinello”.

(Pubblicato su Ragionpolitica.it)





4 febbraio 2008

11 minuti Hi-Tech: la nuova puntata



Su 11 minuti è online la nuova rassegna audio settimanale di Joyce: 11 minuti Hi Tech, ogni settimana notizie, curiosità e informazione dal fantastico mondo della tecnologia, con la voce di Joyce. Potete ascoltarla in streaming qui a fianco.


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4 febbraio 2008

Oriente rosso


Dall’Asia le carovane sulle rotte di Marco Polo trasportavano in Occidente ogni rara mercanzia per abbellire le fastose corti dei principi. Ma tra le essenze speziate e i pregiati tessuti una sola merce mancava era introvabile: la libertà. Il continente più esteso del mondo è anche quello meno sviluppato sotto il profilo democratico. Non basta citare il colosso cinese e russo, ma anche la teocrazia iraniana, la sanguinaria giunta in Burma, la Nord Corea, il Caucaso. All’interno di questo oceano antidemocratico iniziano ad affiorare nuove scogliere che non erano previste dalle rotte nautiche della storia – e che spostano la navigazione verso altre, imprevedibili mete. Nonostante l’assenza di un vero regime capitalista e di una conseguente democrazia borghese, anche in Asia sta emergendo una particolare forma di comunismo. Le cronache empiriche valgono più di ogni altra speculazione teorica.


All’inizio dello scorso dicembre, la tirannide teocratica del presidente iraniano è finita sotto attacco delle contestazione, insolitamente agguerrita, di centinaia di studenti universitari animati dal vangelo di Marx, Engels e Lenin. A Teheran e altri campus universitari è sventolata l’effige del Che in mezzo alla tradizionali simbologie comuniste. La falce e il martello contro la mezzaluna. L’ateismo contro la teocrazia. Il balzo tecnologico che ha sparato l’Oriente in testa alla corsa verso il futuro ha però fatto scendere le èlites intellettuali dell’Iran dall’evoluzione delle idee. Il marxismo del novecento resta dunque l’unico approdo per queste giovanissime generazioni di studenti universitari che lottano per aumentare i salari e rendere gratuita l’assistenza sociale e l’istruzione. Lottano contro il capitalismo ma anche contro i movimenti riformisti al punto tale che ricevono la protezione delle autorità – ecco svelato il mistero della relativa tolleranza. Niente esempi di pluralismo e accettazione del dissenso, siamo in Iran. Largo invece alle subdole politiche dove i nemici dei miei nemici sono miei amici. Teocrazia o meno, quando il potere diventa un calcolatore di interessi, le differenze ideologiche sfumano come inchiostro nell’acqua. Ancora più a Oriente, nelle terre della tigre indiana, si riproduce un paradosso italiano – quello di una coalizione di governo sostenuta da una traballante maggioranza di centrosinistra. Basta questo per intuire che la parte del ricattatore è nella mani del piccolo ma agguerrito partito comunista. La prima vittima dell’intransigenza indo-marxista è lo storico trattato di cooperazione tra India e Usa per la fornitura di energia nucleare americana all’avida economia del tiranga indiano. Il partito comunista, seppure al governo insieme al pilastro del partito del congresso, potrebbe davvero mettere i bastoni tra la ruota a ventiquattro raggi che sventola sul tricolore indiano. Un conto è una crisi politica in un paese come l’Italia, ma un altro conto è una crisi in un paese di un miliardo di abitanti. L’India è all’opposto dell’Iran la potenza asiatica più sviluppata in senso occidentale e la più grande democrazia del mondo. Ma il suo governo è caduto nella trappola della propaganda di un minuscolo partito comunista. Iran e India. Due casi di comunismo agli antipodi del loro sviluppo. In Iran il comunismo ristagna ancora in un marxismo primitivo, mentre in India il comunismo si è adattato comodamente ai giochi della democrazia. Il comune denominatore è l’anti-occidentalismo che pervade ogni comunismo asiatico. Nelle letture più profonde di questi movimenti la nuova classe sfruttatrice è l’America tout-court. Senza distinzioni di governo, di partito, di volti. Se le classi governanti continuano a tollerare o addirittura a foraggiare la crescita di queste schegge rosse, la loro forza farà regredire il continente asiatico, riducendolo nuovamente a grande magazzino di merci per l’Occidente.



(Pubblicato su Ragionpolitica.it)


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1 febbraio 2008

Video-editoriale: la fregatura!




31 gennaio 2008

La fregatura

Dopo la pugnalata alle spalle con cui Mastella ha dato il colpo di grazia al moribondo governo di Prodi, il centrodestra ha riacquistato una compattezza e una determinazione che aveva perso. Era stato lo stesso Berlusconi a demolire la sua coalizione prima fondando il nuovo partito, il popolo delle libertà, e poi rompendo l’asse con Fini e Casini. Se Atene cioè il centrosinistra piangeva, Sparta, cioè il centrodestra, non versava in condizioni migliori. Poi la fine di Prodi è coincisa con la ripresa del centrodestra dove tutti sono tornati amici come prima. Elezioni subito è la parola d’ordine che mette in riga tutta l’opposizione. Ma la riforma elettorale? Se davvero Marini fallisce e Napolitano scioglie le Camere, è probabile, ma non scontata, la vittoria del centrodestra. Ma questo non conta. Posto che il referendum slitta di un anno, un governo appena eletto non ha gran voglia di cimentarsi nelle riforme perché hanno un alto costo in termini di consenso intero alla maggioranza. In Italia le riforme spaccano i governi e specialmente le riforme elettorali fomentano conflitti, perché vanno a toccare i partiti, che sono il cuore della politica italiana. E’ davvero difficile immaginare un governo che affronti una riforma che entrerà in funzione solo fra due anni – perché nel 2009 ci sono già le europee e nel 2010 le regionali. E allora come si fa a restituire lo scettro ai cittadini con una riforma elettorale maggioritaria o almeno con l’indicazione della preferenza? Questa è la vera incognita che rischia di venire svalutata dalle ambizioni del centrodestra e dallo sbandamento della sinistra.





30 gennaio 2008

Marini l'esploratore


Il numero uno ha scelto il numero due. Napolitano ordina a Marini di indossare il casco del minatore, legarsi saldo ad una fune e calarsi, con la torcia accesa, nelle catacombe del potere romano alla ricerca di residui di una maggioranza perduta. Missione: fare un governo per fare la riforma elettorale. Impossibile? Come al solito, in Italia un governo non cade perché travolto da una slavina di dissenso, ma perché è bastato sottrarre un decimale nella sua sottilissima maggioranza. Ora basta aggiungere una manciata di senatori, e il gioco di prestigio è nuovamente riuscito – proprio come è riuscito dopo il voto del 2006. Più Marini l’esploratore si addentra nei meandri delle trattative più spregiudicate, più si gonfia il bubbone dell’antipolitica. E’ naturale: questa politica si è così sputtanata che ormai l’antipolitica è già il sano buon senso stanco da questi logoranti intrighi di palazzo. In Italia la classe politica è talmente invisa al popolo che ogni elezione finisce per essere una strage di onorevoli trombati. Perciò Marini l’esploratore, anche se catapultato in una missione senza ritorno, può contare sicuramente sul sostegno di tanti, tantissimi colleghi a cui tremano le ginocchia.





30 gennaio 2008

Ridateci Tito e la Yugoslavia!



Voglia di democrazia e libertà? Zero! E' Tito, l'ultima cariatide del comunismo yugoslavo, che scatena la passione dei Balcani, dalla Slovenia alla Macedonia, e fa gocciolare gli occhi di lacrime nostalgiche. Fioriscono i siti internet (ovviamente con dominio ".yu") per commemorare l'anticaglia del comunismo yugoslavo che imboccò la terza via  solo per stamparsi contro il muro del disastro economico e politico.
Se Tito piace più dell'Europa unita, allora ben venga la Stella Rossa 2.0. E' un business danaroso quello dei cimeli dell'antico regime, perchè qualunque porcata estetica e qualunque bruttura culturale, va bene purché targata Yugoslavia. E' il delirio del feticismo e del gusto per l'orrido. Nel futuro dei Balcani c'è solo la necrofilia. Si stava meglio quando si stava peggio. E' la stessa, perversa legge che vale in Germania orientale dove la Trabant è il mito che spopola tra gli automobilisti e i mattoni del muro di Berlino pesano come oro sulle aste di Ebay. Allora quando scatta la commemorazione di Hitler, Stalin e Mussolini, noti filantropi della società umana? Forse i rumori dei mortai che dilaniano la Bosnia è un'eco troppo lontana per essere ascoltata dalle nuove generazioni. E' la voglia di rifugiarsi nei ricordi del passato con l'ipocrisia di cancellare quelli tragici e trattenere soltanto quelli buoni. Facile, ingenuo, infantile. Tragico.



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30 gennaio 2008

Democrazia italiana



Sottotitolo: vademecum tascabile per viaggiatori stranieri di passaggio nella terra del Belpaese. Frasi di uso comune: se le elezioni terminano con un pareggio dei due schieramenti opposti, va al governo chi per primo canta vittoria. Della serie, il primo che canta è la gallina che ha fatto l’uovo. Purtroppo il paniere di Prodi è nato con le uova rotte e soprattutto ha rotto le parti intime degli italiani. Un tipico costume della nobiltà politica associato al cantar vittoria troppo presto è la famelica voracità con cui ogni portata, fetta e briciola di potere viene divorata. Gli entomologi della politica italiana descrivono questa peculiare tendenza col nome scientifico di “magna-magna”, termine che ha la sua radice nell’età antica della prima repubblica e nella sua forma di governo detta pentapartito, dove il prefisso greco “penta” si abbina alla radice “partito”, originalissima creazione italiana insieme alla mozzarella di bufala e al parmigiano reggiano. Altra frase di uso comune: per liberarsi di un governo truffaldino occorre incaricare la magistratura di dedicare un po’ del suo tempo al membro di quel governo che più di tutti da noia – e il gioco è fatto, cioè il governo è finito. Poi: quando un governo se ne va, che si fa? Regola numero uno: fermi tutti, almeno finché arrivano i soldi ogni mese. Regola numero due, direttamente mutuata dal Vaticano, suprema autorità morale in fatto di potere: morto un papa se ne fa un altro. Regola numero tre: per fare un altro governo basta inventarsi un’altra maggioranza. Non c’è bisogno di scomodare gli elettori, che nella loro primitiva inferiorità non sono ritenuti degni di comprendere gli arcani del potere. Anche se fanno perdere tempo e denaro, le elezioni sono una concessione che questi compassionevoli politici italiani, con molta parsimonia, regalano ai loro amati sudditi insieme al campionato di calcio, alla Ferrari e a Bruno Vespa. Intanto nella terra d’Italia, lussureggiante discarica a cielo aperto, le facce che governano non cambiano mai. Neppure dopo le elezioni. Benvenuti.




29 gennaio 2008

La Russia lancia l'esca: modernizzazione conservatrice


Ovvero dell’arte di cambiare le carte in tavola senza farsi scoprire. E magari riuscire pure a fregare la controparte. Declinazione al modo indicativo, tempo presente: Dmitry Medvedev, principe ereditario della corona della Russia democratico-imperiale, sta smerciando in grandi volumi lo slogan della sua campagna elettorale: modernizzazione conservatrice. A parte l’ossimoro linguistico, non c’è bisogno di traduzione per far intendere che la Russia di Medvedev si incamminerà in una lentissima passeggiata verso tiepide riforme filo-pseudo-fanta-quasi-democratiche. Medvedev non è un cekista, non è un oligarca, non è un falco. E’ il contrario: carattere mansueto, filo-liberale, basso profilo, mani pulite. L’identikit del perfetto candidato che piace tanto all’Occidente. Decisamente lontano dai clan in guerra per dominare le cuspidi del Cremlino e parzialmente scremato dalle ostilità di Putin. Ecco il punto ed ecco la fregatura in agguato. Medvedev in sé non rappresenta ancora un osso duro per l’Occidente. Sarà un presidente che è anzitutto un tecnocrate impegnato a gestire piuttosto che a governare. La sua spina nel fianco è essere una marionetta nelle mani del burattiniere Putin. Questo complica tutto, specialmente per l’Occidente, dove le cancellerie hanno ammorbidito la loro critica a Mosca nella speranza di trovare in Medvedev un interlocutore più mite di Putin. Ma una volta insediato Medvedev dovrà pagare il fio della sua cooptazione, nominando Putin primo ministro – a meno di trabocchetti dell’ultimo minuto. A quel punto basterà sbandierare il pupazzo di Medvedev che l’Occidente calerà le brache? E’ quello che spera Putin. La modernizzazione conservatrice fa luccicare gli occhi dell’Europa intimorita dall’avanzata russa e da quella americana. Ma quando Putin è ancora in circolazione i programmi finiscono per bendare gli occhi e dare il via ad un nuovo ciclo di imperialismo russo. Allora sarà più difficile porre resistenza quando la Russia sfodera i suoi artigli e l’Occidente coltiva la speranza che questi artigli siano di plastica. Concedere credito a Medvedev significa dare carta bianca a Putin. L’Europa ha un senso distorto dello spazio politico: continua a credersi l’ombelico del mondo e a credere che la Russia sia una periferia depressa. Il significato subliminale della modernizzazione conservatrice è proprio questo: mimetizzare il potere ferreo di Putin sotto l’apparenza di una Russia cordiale con l’Occidente. D’altronde presto l’Europa scoprirà che il valore delle parole scritte in cirillico è misurato dai metri cubi di gas naturale – e non dalle ideologie concilianti.



(Pubblicato su Ragionpolitica.it)


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permalink | inviato da Joyce il 29/1/2008 alle 22:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



29 gennaio 2008

Un bluff tecnico


La via per le elezioni è come una porta girevole. Adesso sembra aperta. Ma potrebbe richiudersi presto. Napolitano è all’angolo, incapace di trovare una formula per convincere Forza Italia, quindi il centrodestra, ad aderire ad un nuovo governo senza passare per il voto anticipato. Ma anche Forza Italia si è arroccata sulla piazza e in questo modo si è auto-esclusa da ogni trattativa. Aut-aut è ancora una volta la posizione di Berlusconi, che però è abituato a capovolgere la sua strategia non appena si presenti l’opportunità giusta. Nel caso in cui le consultazioni cadessero in stallo, il piano d’emergenza di Napolitano può essere quello di ventilare una soluzione tecnica: un governo a scadenza ravvicinata affidato a Draghi oppure Montezemolo. E’ dall’autunno scorso che il governatore centrale ha avviato una sua personale esposizione politica criticando il livello dei salari – mentre Montezemolo è ormai un aspro commentatore dei guasti della politica, che vorrebbe riparare come fosse un vecchio motore automobilistico – ed è il principale sponsor di un governo tecnico. I poteri forti sono criticati dai partiti perché sono la culla di nuovi politici e nuovi partiti; ma sono un salvagente per le istituzioni in crisi. Vedi il governo Ciampi e il governo Dini. Sventolando il governo tecnico Napolitano potrebbe raffreddare la smania elettorale di Berlusconi e stipulare un accordo con Veltroni per una grande coalizione rosso-azzurra – il vero obiettivo di Napolitano. L'imperativo di Napolitano è sempre lo stesso: niente elezioni. Ma questa crisi è una porta aperta in cui può entrare e uscire un gran numero di ipotesi.




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