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  Joyce [ Questo blog rivela la sua efficacia contro le patologie tipiche delle ideologie politiche, come ansia elettorale, grave deficit umoristico, stress da obbedienza... ]
         







L'Italia è un paese
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4 febbraio 2008

Oriente rosso


Dall’Asia le carovane sulle rotte di Marco Polo trasportavano in Occidente ogni rara mercanzia per abbellire le fastose corti dei principi. Ma tra le essenze speziate e i pregiati tessuti una sola merce mancava era introvabile: la libertà. Il continente più esteso del mondo è anche quello meno sviluppato sotto il profilo democratico. Non basta citare il colosso cinese e russo, ma anche la teocrazia iraniana, la sanguinaria giunta in Burma, la Nord Corea, il Caucaso. All’interno di questo oceano antidemocratico iniziano ad affiorare nuove scogliere che non erano previste dalle rotte nautiche della storia – e che spostano la navigazione verso altre, imprevedibili mete. Nonostante l’assenza di un vero regime capitalista e di una conseguente democrazia borghese, anche in Asia sta emergendo una particolare forma di comunismo. Le cronache empiriche valgono più di ogni altra speculazione teorica.


All’inizio dello scorso dicembre, la tirannide teocratica del presidente iraniano è finita sotto attacco delle contestazione, insolitamente agguerrita, di centinaia di studenti universitari animati dal vangelo di Marx, Engels e Lenin. A Teheran e altri campus universitari è sventolata l’effige del Che in mezzo alla tradizionali simbologie comuniste. La falce e il martello contro la mezzaluna. L’ateismo contro la teocrazia. Il balzo tecnologico che ha sparato l’Oriente in testa alla corsa verso il futuro ha però fatto scendere le èlites intellettuali dell’Iran dall’evoluzione delle idee. Il marxismo del novecento resta dunque l’unico approdo per queste giovanissime generazioni di studenti universitari che lottano per aumentare i salari e rendere gratuita l’assistenza sociale e l’istruzione. Lottano contro il capitalismo ma anche contro i movimenti riformisti al punto tale che ricevono la protezione delle autorità – ecco svelato il mistero della relativa tolleranza. Niente esempi di pluralismo e accettazione del dissenso, siamo in Iran. Largo invece alle subdole politiche dove i nemici dei miei nemici sono miei amici. Teocrazia o meno, quando il potere diventa un calcolatore di interessi, le differenze ideologiche sfumano come inchiostro nell’acqua. Ancora più a Oriente, nelle terre della tigre indiana, si riproduce un paradosso italiano – quello di una coalizione di governo sostenuta da una traballante maggioranza di centrosinistra. Basta questo per intuire che la parte del ricattatore è nella mani del piccolo ma agguerrito partito comunista. La prima vittima dell’intransigenza indo-marxista è lo storico trattato di cooperazione tra India e Usa per la fornitura di energia nucleare americana all’avida economia del tiranga indiano. Il partito comunista, seppure al governo insieme al pilastro del partito del congresso, potrebbe davvero mettere i bastoni tra la ruota a ventiquattro raggi che sventola sul tricolore indiano. Un conto è una crisi politica in un paese come l’Italia, ma un altro conto è una crisi in un paese di un miliardo di abitanti. L’India è all’opposto dell’Iran la potenza asiatica più sviluppata in senso occidentale e la più grande democrazia del mondo. Ma il suo governo è caduto nella trappola della propaganda di un minuscolo partito comunista. Iran e India. Due casi di comunismo agli antipodi del loro sviluppo. In Iran il comunismo ristagna ancora in un marxismo primitivo, mentre in India il comunismo si è adattato comodamente ai giochi della democrazia. Il comune denominatore è l’anti-occidentalismo che pervade ogni comunismo asiatico. Nelle letture più profonde di questi movimenti la nuova classe sfruttatrice è l’America tout-court. Senza distinzioni di governo, di partito, di volti. Se le classi governanti continuano a tollerare o addirittura a foraggiare la crescita di queste schegge rosse, la loro forza farà regredire il continente asiatico, riducendolo nuovamente a grande magazzino di merci per l’Occidente.



(Pubblicato su Ragionpolitica.it)


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3 settembre 2007

Fate la guerra, non fate gli scandali


L’Iran non avrà mai una bomba atomica. E’ questo il messaggio con mittente G. W. Bush, Washington, USA e destinatario M. Ahmadinajad, Teheran, Iran. Davanti alla platea dei veterani dell’esercito americano, il presidente della superpotenza democratica ha intimato l’alt ai sogni di potenza nucleare del presidente della roccaforte teocratica. In questo perfetto esempio della personalizzazione del potere, Bush ha estratto la colt dal suo cinturone per puntarla contro le tentazioni egemoniche di Ahmadinejad. Il senso del discorso di Bush farà inorridire le coscienze pacifiste pulite con la candeggina dell’indifferenza. Ma le cascate di parole e principi umanitari che grondano dal no alla guerra contro l’Iran non possono spostare una virgola della realtà dei fatti. Ha ragione Clint Eastwood inconsapevole filosofo del realismo: “quando devi sparare, spara, e non parlare”. Oggi può mancare davvero poco a quel momento in cui non ci sarà altra scelta all’infuori della scelta obbligata delle armi. Ma aveva ragione anche Bernard Shaw, che di parole se ne intendeva quanto Clint Eastwood di pallottole: la tensione dei muscoli militari subentra come la febbre di fronte ad un’infezione dell’organismo.
Nel giorno in cui Bush non infiamma solo i cuori dei giovanotti di cinquant’anni fa, il suo ministro della giustizia ha issato bandiera bianca su quello che si era trasformato nella Fort Alamo dell’amministrazione repubblicana. Prima era stato il turno di quell’Harry Potter della comunicazione che era Karl Rove, il mago della strategia elettorale che non è riuscito nel miracolo di appendere il ritratto di Bush sulla parete riservata ai grandi presidenti. L’ultima scivolata di questi giorni è il senatore Craig pizzicato a fare sesso nel bagno di un aeroporto. Scoppiati l’estate scorsa con la libidine via email del senatore Foley per il suo giovanissimo assistente, gli scandali sessuali mietono nuove vittime e s’incrociano con le disavventure politiche. Era la trama di un film con Dustin Hoffman (“Sesso e potere”, titolo sempreverde) nei panni di un presidente americano inguaiato da scandali sessuali che s’inventa una finta guerra per dare in pasto all’opinione pubblica un osso da rosicchiare. Valeva nel 1998, quando la pellicola fu girata, per il Clinton del Sexgate. Ma vale anche oggi per il Bush che fa la voce grossa in un momento in cui il suo capitale politico è così intaccato da permettergli soltanto un biglietto d’aereo a Parigi per salutare il suo nuovo amico Sarkozy.
E’ troppo facile usare l’Iran come ricostituente per l’orgoglio ferito dei repubblicani. Ma resta tutta la realtà di una minaccia iraniana che un giorno è affrontata con le strette di mano della diplomazia, e l’altro invece vede vibrare nell’aria il manganello della forza. Per W. Bush il test della prima bomba nucleare iraniana sarebbe una macchia peggiore di quella che fu la rivoluzione khomeinista 1979 per Jimmy Carter. Nell’acquitrino di decadenza ideologica e casino sessuale che è la politica interna americana, la grande politica internazionale finisce a puttane. Non solo per le chances di riacchiappare in autunno la maggioranza al Senato, ma specialmente per il bisogno di sfondare il muro della politica spicciola e far adempiere all’America il suo dovere morale di poliziotto globale. Altrimenti le stellette sui pettorali moralisti dei nipotini di Patton smettono di luccicare. Se l’aria fetida del declino americano si sente fin qui, figurarsi quanto sono felici a Teheran.


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permalink | inviato da Joyce il 3/9/2007 alle 9:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


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