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  Joyce [ Questo blog rivela la sua efficacia contro le patologie tipiche delle ideologie politiche, come ansia elettorale, grave deficit umoristico, stress da obbedienza... ]
         







L'Italia è un paese
di morti che,
per sfortuna,
sono ancora vivi.
























































































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30 gennaio 2008

Democrazia italiana



Sottotitolo: vademecum tascabile per viaggiatori stranieri di passaggio nella terra del Belpaese. Frasi di uso comune: se le elezioni terminano con un pareggio dei due schieramenti opposti, va al governo chi per primo canta vittoria. Della serie, il primo che canta è la gallina che ha fatto l’uovo. Purtroppo il paniere di Prodi è nato con le uova rotte e soprattutto ha rotto le parti intime degli italiani. Un tipico costume della nobiltà politica associato al cantar vittoria troppo presto è la famelica voracità con cui ogni portata, fetta e briciola di potere viene divorata. Gli entomologi della politica italiana descrivono questa peculiare tendenza col nome scientifico di “magna-magna”, termine che ha la sua radice nell’età antica della prima repubblica e nella sua forma di governo detta pentapartito, dove il prefisso greco “penta” si abbina alla radice “partito”, originalissima creazione italiana insieme alla mozzarella di bufala e al parmigiano reggiano. Altra frase di uso comune: per liberarsi di un governo truffaldino occorre incaricare la magistratura di dedicare un po’ del suo tempo al membro di quel governo che più di tutti da noia – e il gioco è fatto, cioè il governo è finito. Poi: quando un governo se ne va, che si fa? Regola numero uno: fermi tutti, almeno finché arrivano i soldi ogni mese. Regola numero due, direttamente mutuata dal Vaticano, suprema autorità morale in fatto di potere: morto un papa se ne fa un altro. Regola numero tre: per fare un altro governo basta inventarsi un’altra maggioranza. Non c’è bisogno di scomodare gli elettori, che nella loro primitiva inferiorità non sono ritenuti degni di comprendere gli arcani del potere. Anche se fanno perdere tempo e denaro, le elezioni sono una concessione che questi compassionevoli politici italiani, con molta parsimonia, regalano ai loro amati sudditi insieme al campionato di calcio, alla Ferrari e a Bruno Vespa. Intanto nella terra d’Italia, lussureggiante discarica a cielo aperto, le facce che governano non cambiano mai. Neppure dopo le elezioni. Benvenuti.




29 gennaio 2008

Un bluff tecnico


La via per le elezioni è come una porta girevole. Adesso sembra aperta. Ma potrebbe richiudersi presto. Napolitano è all’angolo, incapace di trovare una formula per convincere Forza Italia, quindi il centrodestra, ad aderire ad un nuovo governo senza passare per il voto anticipato. Ma anche Forza Italia si è arroccata sulla piazza e in questo modo si è auto-esclusa da ogni trattativa. Aut-aut è ancora una volta la posizione di Berlusconi, che però è abituato a capovolgere la sua strategia non appena si presenti l’opportunità giusta. Nel caso in cui le consultazioni cadessero in stallo, il piano d’emergenza di Napolitano può essere quello di ventilare una soluzione tecnica: un governo a scadenza ravvicinata affidato a Draghi oppure Montezemolo. E’ dall’autunno scorso che il governatore centrale ha avviato una sua personale esposizione politica criticando il livello dei salari – mentre Montezemolo è ormai un aspro commentatore dei guasti della politica, che vorrebbe riparare come fosse un vecchio motore automobilistico – ed è il principale sponsor di un governo tecnico. I poteri forti sono criticati dai partiti perché sono la culla di nuovi politici e nuovi partiti; ma sono un salvagente per le istituzioni in crisi. Vedi il governo Ciampi e il governo Dini. Sventolando il governo tecnico Napolitano potrebbe raffreddare la smania elettorale di Berlusconi e stipulare un accordo con Veltroni per una grande coalizione rosso-azzurra – il vero obiettivo di Napolitano. L'imperativo di Napolitano è sempre lo stesso: niente elezioni. Ma questa crisi è una porta aperta in cui può entrare e uscire un gran numero di ipotesi.





26 gennaio 2008

Riforme o parole


Le riforme sono diventate un luogo comune della politica da svariati decenni. Di riforme parlavano De Mita e Craxi. Oggi Veltroni e Fini ripetono gli stessi discorsi. Le riforme sono una retorica che ha formato un peso così opprimente da soffocare sia la prima che la seconda repubblica. Davanti all’ennesima implosione di un governo va di nuovo in scena l’emergenza riforme. Si parla di un governo tecnico-istituzionale che pretende di fare in pochi mesi ciò che non è mai stato fatto in interi decenni – ovviamente con successo – e senza la benedizione del voto degli elettori, ma con una mischia di politici, tecnici ed esponenti istituzionali. La realtà è diversa dalle parole. Appena nata dalle urne, una maggioranza, sia di centrosinistra che di centrodestra, è segnata da acute divisioni interne che si porterà fin nella tomba. Prodi docet. Figurarsi una maggioranza di post-comunisti, neo-centristi, liberali, socialisti, più professori di differenti orientamenti culturali, e più una pattuglia di rappresentanti delle istituzioni. La somma finale di questa allegra compagnia è lo stesso risultato che continua a venire fuori: l’impotenza. Le riforme sono interventi complessi ed estesi che scatenano forti conflitti sociali e politici. Non si fanno con un colpo di spugna. Servono leader aggressivi con maggioranze compatte e motivate. L’opposto del governo tecnico, che si rivela un altro espediente per continuare a parlare di riforme senza farle.




24 gennaio 2008

Elezioni o riforme? Sbagliato


Come avvoltoi sulle carcasse dei malcapitati. I vincitori del confronto parlamentare non hanno rifoderato le loro lame ancora unte della mortadella esanime. Adesso inizia il vero duello. Che fare? Elezioni anticipate, come raramente succede in un paese sotto il gioco comunista. Il centrodestra vuole andare a votare perché è quasi matematico che vinca e perché dopo questo governo Prodi vincerebbe persino la coalizione di topo Gigio e del Commissario Basettoni. C’è però un grosso rischio. Le elezioni anticipate funzionano alla meraviglia quando sono davvero ravvicinate rispetto alla caduta del governo. Si può battere sull’anti-prodismo solo finché il ferro è caldo, cioè fino a che il Sig. Bianchi sente ancora il salasso fiscale sulla pelle del suo portafoglio. Più passano i giorni e più si avvicina l’altro scenario. Il solito vecchio governo tecnico per tirare a campare ancora un paio d’anni, senza spendere soldi per un’altra campagna elettorale. Poi nel 2009 ci sono le europee, quindi è meglio aspettare. Però nel 2010 arriva la tornata delle regionali e così si scivola comodamente al 2011, la scadenza naturale. Entrambe le alternative sono sbagliate. Le elezioni anticipate sono la soluzione da manuale. Semplice quanto giusta. Ma questo sistema dei partiti, sia a destra che a sinistra, non è in grado di governare. Al limite si può durare e non fare le pessime leggi del centrosinistra. Ma le grandi riforme di cui l’Italia ha un bisogno vitale restano tagliate fuori dalla portata, assai corta, di un nuovo governo di centrodestra. Peggio ancora il governo tecnico o istituzionale. E’ una vera offesa alla democrazia quella di mettere nelle mani di politici senza legittimazione popolare la responsabilità di governare – e anzi di procedere alle riforme strutturali. Il governo tecnico è la tomba della sovranità popolare perché non ha nessuna identità politica. Per fare le riforme occorre una salda volontà politica, e non un equilibrio di potere, perché le riforme servono proprio a questo: spezzare le concentrazioni di potere. Ma se il governo finisce proprio in mano a chi sarebbe spazzato via dalle riforme, allora il governo istituzionale si rivela per quello che è realmente: una scappatoia per salvare le istituzioni e non fare le riforme. Come sempre, il cuore della politica italiana batte nei partiti. Finché i due partiti maggioritari del centrodestra e del centrosinistra non avranno adottato una chiara strategia per il futuro, tutto rimarrà bloccato. Le coalizioni sono ancora troppo ampie e avvelenate dalle rivalità interne. Veltroni e Berlusconi subiscono ancora la competizione dei loro alleati, una competizione che spesso è rivolta a scalzarli. Il vero metro per misurare le strategie dei partiti sarà la riforma elettorale, l’unica, concreta minaccia per i partiti. Questa è la vera riforma che interessa i partiti, perché è sul nuovo sistema elettorale che si decide il prossimo governo. Se i due partiti maggioritari prevarranno nei loro schieramenti, non è da escludersi né l’elezione anticipata, ma con alleanze diverse dalle attuali e più omogenee, né un governo di intesa, senza professori e rappresentanti delle istituzioni. In entrambi i casi il rischio della politica prevale sugli interessi del potere, anche se la tentazione del potere, in questi frangenti, resta molto alta. Ma in Italia il potere è una gabbia che imprigiona i suoi detentori – questa è stata l’ultima lezione del Prof. Prodi.





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