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  Joyce [ Questo blog rivela la sua efficacia contro le patologie tipiche delle ideologie politiche, come ansia elettorale, grave deficit umoristico, stress da obbedienza... ]
         







L'Italia è un paese
di morti che,
per sfortuna,
sono ancora vivi.
























































































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12 febbraio 2008

La fiera del nuovo


Chi è più nuovo – il Pd o il PdL? C’è una sola lettera di differenza tra Pd e PdL e per giunta è la lettera di una parola vitale come “libertà”. Eppure non è sulla libertà che si sta giocando il dibattito politico. Ancora una volta la politica ha riciclato il vecchio tema del “nuovo”. E’ più nuovo il nuovo partito di Berlusconi o il nuovo partito di Veltroni? Basta inventarsi un nuovo simbolo che il passato, anche quello che arriva fino a ieri, viene dimenticato. Il nuovo ha un fascino enorme nella testa degli italiani – un popolo segnato storicamente dalla povertà e dal conseguente edonismo che fa adorare subito qualunque cosa luccichi di nuovo, anche la plastica. Sia il Pd che il PdL sono una mano di vernice fresca sui soliti apparati di potere. Non cambiano le idee di fondo e gli uomini che fanno finta di portarle avanti solo per portare avanti la propria carriera politica. In questo immobilismo c’è un fondo di verità. In campagna elettorale i programmi politici tendono a convergere sostanzialmente, riducendo quelle che fino a pochissimo tempo prima apparivano fratture abissali. Dopo tutto serve un criterio per distinguere partiti e leader e anche questa volta gli italiani sembrano lasciarsi condizionare dalla novità, anche fasulla, superficiale e a breve durata. Per avere la conferma dell’illusione del nuovo basta aspettare pochi giorni dopo la nascita del “nuovo” governo: tutto torna come prima. Il nuovo si è spento nel giorno delle elezioni.





8 febbraio 2008

Questi si uniscono, quelli si dividono


Un rebus senza chiave. La politica italiana ama cambiare continuamente le sue maschere e farsi ritrarre in pose sempre diverse. Il centrosinistra incarnava il simbolo delle divisioni interne e dopo aver percorso la strada del partito unico si riscopre diviso esattamente come prima. Il centrodestra che conservava le differenze nella sua coalizione adesso ha improvvisamente avviato un processo di fusione tra i suoi due più grandi partiti. Le elezioni mettono sempre in moto grandi processi di cambiamento. E’ come quando si aggiustano i capelli e ritoccano il trucco prima che il fotografo prema il pulsante. E poi? Tutto come prima, o quasi. Per consolidare queste trasformazioni occorre continuità e responsabilità. Altrimenti alla prossima elezione si ricomincia tutto da zero. L’esultanza degli elettori più fedeli non basta a risolvere i problemi del paese. Talvolta la politica eccede nella presunzione di credere che suoi i problemi siano i problemi dell’intero paese, per cui risolvere i guai della politica vorrebbe dire risolvere ogni altro tipo di problema. Ma il principio di realtà dimostra il contrario e dimostra che persino uno scatto d’ira può mandare in frantumi un impegno comune. Unione e divisione – se non è un ritocco è una tattica per vincere le elezioni o comunque non perderle. Con o senza partito unico, da soli o in coalizione, le emergenze dell’Italia non badano a questi dettagli.





5 febbraio 2008

La Rosa e il Nero


Il gran clamore delle primarie americane è un suono in stereofonia. Da una parte i repubblicani, ancor prima di addentrarsi nella caccia grossa del Super Tuesday, hanno spazzato via colui che si ergeva come il tirannosauro del grande vecchio partito. La carriera di Rudy Giuliani non andrà oltre il sindaco di New York. Magrissimi risultati nella fase iniziale delle primarie hanno dissuaso il sindaco della grande mela dal provare a diventare il sindaco della superpotenza. Adesso “Mac is back”: ritorna dopo otto anni di congelamento elettorale il senatore John McCain. Il suo ultimo ostacolo sulla via della nomination si chiama Mitt Romney, professione governatore del Massachussets e mago del fund-raising. Tutti gli altri sfidanti sono caduti come birilli, anche i più gettonati come il predicatore Huckabee e l’avvocato del tubo catodico Thompson. Ma è l’asinello che sta scalciando con più vigore. La sfida si è già sfrondata dei rami secchi dopo che Edwards, il numero due di Kerry nelle elezioni del 2004, ha capito che fare il numero tre dopo Obama e Hillary non gli avrebbe spalancato le porte della studio ovale. Adesso il fronte democratico si divide tra il rosa e il nero – quale sarà il colore dominante per vincere la battaglia di Usa ’08? Il primo dato non è così confortante: la via più efficace per trovare il successore a un presidente come Bush jr. è trovare un’eccezione. Cioè una donna e un afroamericano. Questo vuol dire che l’elettore maschio-bianco non trova rappresentanza, perché è costretto a votare per il sesso opposto oppure per una minoranza.


Hillary e Obama si contendono le prima pagine dei giornali perché sono novità assolute. Ma se Hillary non avesse i tacchi a spillo e Obama non avesse la pelle colorata? La batosta di Kerry nel 2004 ha segnato uno spartiacque profondo ma invisibile nel partito democratico. E’ solo un ricordo l’immagine del partito democratico come il partito della moderazione e della classe operaia, come lo spazio pubblico della critica e come lo strumento politico per una maggiore distribuzione dei redditi, come il partito che tutela i piccolissimi risparmiatori. I democratici hanno subito una mutazione genetica che ha sostituito i vecchi cromosomi con quelli dell’oltranzismo delle minoranze e con lo scontro su una dilatazione coercitiva dei diritti civili. Vince il modello Nancy Pelosi, ovvero l’aggressività ideologica combinata alla responsabilità politica come un tailleur di Versace su scarpe Nike. Hillary e Obama. Quale dei due? Questa è la domanda. Però è una domanda falsa, perché in realtà non c’è differenza. Sono entrambi espressione della nuova generazione di leader che hanno reagito alla duplice presidenza Bush ritirandosi nelle caverne delle minoranze e delle utopie fanta-democratiche. Hillary che vuole colorare di rosa la presidenza è solo un automa pronta a replicare gli stessi fallimenti del consorte fedrifago: tolleranza con Bin Laden, sopportazione di Saddam Hussein, naufragio della pace in Palestina e un sostanziale centrismo politico che ha annacquato le riforme sociali senza avvantaggiare realmente un gruppo subalterno o colpire interessi speciali. Anche Obama è un’eccezione e gioca tutta la sua campagna elettorale su questo tema: il primo afroamericano. E allora? C’è ancora qualcuno che crede che un afroamericano non sia degno del potere? Colin Powell e Condi Rice dimostrano che la comunità nera si è già integrata. Manca solo un presidente nero – ma forse un presidente nero farà politiche rivoluzionarie oppure condannate al fallimento? In faccia all’arroganza democratica con la bacchetta da maestro sempre in mano, la vera lezione di queste primarie è che Hillary è solo una donna e Obama non è un extra-terrestre – e qui casca l’ “asinello”.

(Pubblicato su Ragionpolitica.it)




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