.
Annunci online

  Joyce [ Questo blog rivela la sua efficacia contro le patologie tipiche delle ideologie politiche, come ansia elettorale, grave deficit umoristico, stress da obbedienza... ]
         







L'Italia è un paese
di morti che,
per sfortuna,
sono ancora vivi.
























































































Disclaimer

L'autore dichiara di non essere
responsabile
per i commenti inseriti nei post.
Eventuali commenti dei lettori,
lesivi dell'immagine
o dell'onorabilità di persone
terze, non sono da attribuirsi
all'autore, nemmeno se
il commento viene
espresso in forma anonima
o criptata.

Questo blog non rappresenta
una testata giornalistica
poiché viene aggiornato
senza alcuna periodicità.
Non può pertanto considerarsi
un prodotto editoriale
ai sensi della legge n. 62/2001.


Le immagini pubblicate sono
quasi tutte tratte da internet:
qualora il loro uso violasse
diritti d'autore,
lo si comunichi all'autore
del blog che provvederà
alla loro pronta rimozione.


5 febbraio 2008

La Rosa e il Nero


Il gran clamore delle primarie americane è un suono in stereofonia. Da una parte i repubblicani, ancor prima di addentrarsi nella caccia grossa del Super Tuesday, hanno spazzato via colui che si ergeva come il tirannosauro del grande vecchio partito. La carriera di Rudy Giuliani non andrà oltre il sindaco di New York. Magrissimi risultati nella fase iniziale delle primarie hanno dissuaso il sindaco della grande mela dal provare a diventare il sindaco della superpotenza. Adesso “Mac is back”: ritorna dopo otto anni di congelamento elettorale il senatore John McCain. Il suo ultimo ostacolo sulla via della nomination si chiama Mitt Romney, professione governatore del Massachussets e mago del fund-raising. Tutti gli altri sfidanti sono caduti come birilli, anche i più gettonati come il predicatore Huckabee e l’avvocato del tubo catodico Thompson. Ma è l’asinello che sta scalciando con più vigore. La sfida si è già sfrondata dei rami secchi dopo che Edwards, il numero due di Kerry nelle elezioni del 2004, ha capito che fare il numero tre dopo Obama e Hillary non gli avrebbe spalancato le porte della studio ovale. Adesso il fronte democratico si divide tra il rosa e il nero – quale sarà il colore dominante per vincere la battaglia di Usa ’08? Il primo dato non è così confortante: la via più efficace per trovare il successore a un presidente come Bush jr. è trovare un’eccezione. Cioè una donna e un afroamericano. Questo vuol dire che l’elettore maschio-bianco non trova rappresentanza, perché è costretto a votare per il sesso opposto oppure per una minoranza.


Hillary e Obama si contendono le prima pagine dei giornali perché sono novità assolute. Ma se Hillary non avesse i tacchi a spillo e Obama non avesse la pelle colorata? La batosta di Kerry nel 2004 ha segnato uno spartiacque profondo ma invisibile nel partito democratico. E’ solo un ricordo l’immagine del partito democratico come il partito della moderazione e della classe operaia, come lo spazio pubblico della critica e come lo strumento politico per una maggiore distribuzione dei redditi, come il partito che tutela i piccolissimi risparmiatori. I democratici hanno subito una mutazione genetica che ha sostituito i vecchi cromosomi con quelli dell’oltranzismo delle minoranze e con lo scontro su una dilatazione coercitiva dei diritti civili. Vince il modello Nancy Pelosi, ovvero l’aggressività ideologica combinata alla responsabilità politica come un tailleur di Versace su scarpe Nike. Hillary e Obama. Quale dei due? Questa è la domanda. Però è una domanda falsa, perché in realtà non c’è differenza. Sono entrambi espressione della nuova generazione di leader che hanno reagito alla duplice presidenza Bush ritirandosi nelle caverne delle minoranze e delle utopie fanta-democratiche. Hillary che vuole colorare di rosa la presidenza è solo un automa pronta a replicare gli stessi fallimenti del consorte fedrifago: tolleranza con Bin Laden, sopportazione di Saddam Hussein, naufragio della pace in Palestina e un sostanziale centrismo politico che ha annacquato le riforme sociali senza avvantaggiare realmente un gruppo subalterno o colpire interessi speciali. Anche Obama è un’eccezione e gioca tutta la sua campagna elettorale su questo tema: il primo afroamericano. E allora? C’è ancora qualcuno che crede che un afroamericano non sia degno del potere? Colin Powell e Condi Rice dimostrano che la comunità nera si è già integrata. Manca solo un presidente nero – ma forse un presidente nero farà politiche rivoluzionarie oppure condannate al fallimento? In faccia all’arroganza democratica con la bacchetta da maestro sempre in mano, la vera lezione di queste primarie è che Hillary è solo una donna e Obama non è un extra-terrestre – e qui casca l’ “asinello”.

(Pubblicato su Ragionpolitica.it)





23 gennaio 2008

Il candidato presidente e il candidato perdente

 

  

Uno si chiama Barack Obama, professione senatore dell’Illinois. Segni particolari: pelle nera. L’altro è Valter Veltroni, sindaco di Roma che usa la sua melensa immagine come colla per restare attaccato al potere. Il primo è in gara per diventare presidente degli stati uniti; il secondo per continuare a fare l’eterno numero due di un premier senza futuro. L’unico tratto comune è appartenere ad un partito che ha lo stesso nome, partito democratico, che in America governa il congresso e in Italia è governa a vista. Obama ha scandalizzato l’opinione pubblica americana con la sua visione politica di un’unità di tutti gli americani, bianchi, neri, repubblicani e democratici, ricchi e poveri, giovani e anziani. E’ la politica della speranza, che sembra un remix della nuova alba di Veltroni. In Italia la speranza di Obama viene tradotta nel buonismo. E’ sinonimo di fair-play, politically-correct e altri termini scritti in inglese ma dotati di un significato sconosciuto nel mondo anglosassone. In Italia lo scontro e la divisione sono sofferti come crisi della politica. In America sono la scintilla che fa scoccare la vitalità. Nell’algebra politica americana più conflitto vuol dire più opportunità di emergere – se gli altri restano indietro, vuol dire che quello è il loro posto. Da noi gli ultimi devono essere i primi. Anche senza aspettare il regno dei cieli. Obama rischia di intaccare il suo patrimonio di consensi perché la sua politica visionaria è indigesta allo stomaco realista degli americani. Gli elettori a stelle e strisce restano fedeli al loro sistema partitico dove ci sono due partiti che si scontrano senza esclusione di colpi e dove ci sono due candidati presidenti che si sfidano fino all’ultimo minuto. Invece gli italiani adorano sedersi a tavola tutti insieme, amici e nemici, perché la fame italiana, diversamente da quella americana, fa accontentare tutti pur di avere una briciola. Meglio l’uovo italiano che la gallina americana, anche se il paniere di Prodi è marcio. Più Veltroni spinge sul dialogo, più crescono i suoi consensi. L’importante è colare a picco tutti insieme, così che non ci siano vincitori. Veltroni ama i vinti, Obama ama vincere. In America hanno capito che la politica della mediazione non funziona. Anche in Italia la crisi terminale della politica conferma il fallimento delle riforme fatte col consenso di tutti per non dispiacere nessuno e quindi, alla fine, non cambiare nulla. La politica non è un piatto di spaghetti dove ce n’è per tutti. Costruire una maggioranza è la regola e non l’eccezione della democrazia, perché non è possibile trovare un consenso totale che escluda ogni dissenso e ogni avversario. Obama può fare il candidato presidente, perché vuole vincere la battaglia democratica per il potere. Valter può fare solo il candidato perdente, perché vuole il potere senza dover vincere – ma non è più democrazia.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Veltroni Obama presidenziali americane riforme

permalink | inviato da Joyce il 23/1/2008 alle 10:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



11 gennaio 2008

PARENTI SERPENTI


A proposito di lealtà, il mercato della politica americana in tempo di primarie estrae le sue lame. John Kerry, candidato alla presidenza e trombato da Bush junior nel 2004, ha deciso di sostenere Barack Obama. Nessun appoggio al suo ex candidato alla vicepresidenza, John Edwards, che continua nella sua solitaria battaglia. Finisce la convivenza forzata tra i due leaders che dovevano sconfiggere Bush ma che finirono sconfitti entrambi. Edwards ha già perso e Kerry non si è neppure ricandidato. Oggi il ciclo riprende e tocca a Obama e Hillary. I pugnali luccicano.



sfoglia     gennaio       
 


Ultime cose
Il mio profilo



1972
Abr-Nequidnimis
Cantor
Inyqua
Jimmomo
Le Guerre Civili
Schegge di Vetro
The Right Nation
Il Megafono
Liberali per Israele
Daw
KrilliX
Face the Truth
Zanzara
Starsailor
The Mote in God's Eye
Zirgurrat - Nextcon
Daisy Miller
Below the Line
Mikereporter

La Scrittura Creativa
Drowned World
Il Mango di Treviso
Il Giovane Occidente
Esperimento
Pepena
Adestra
Fram!
Monarchico
lalama4
Otimaster
Mariniello
Le Barricate
Gianni Guelfi
Libere Risonanze
Il Pizzino
I miti di Cthulhu
BlacKnights
Pesimedia
Saura Plesio (Nessie)
Marshall
Gabbiano Urlante
Il blog di Ricky
Italiaweb
Fort
Quid tum?
Topgonzo
Entrophia by Emir M.
Blue-highways
Revanche
Raccoon
Piazza Grande
Tricolore
Revanche
Il Rumore dei Miei Venti
Endor
Parbleu
Creez Dogg in Tha House


Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom