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  Joyce [ Questo blog rivela la sua efficacia contro le patologie tipiche delle ideologie politiche, come ansia elettorale, grave deficit umoristico, stress da obbedienza... ]
         







L'Italia è un paese
di morti che,
per sfortuna,
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5 febbraio 2008

Potere immobile


La coltre di nebbia si è diradata. Ora che Marini ha gettato la spugna, le elezioni sono diventate la sbocco naturale. Il centrodestra corre allegramente incontro ad una vittoria che crede di avere già a portata di mano. Il centrosinistra si lascia trasportare nella sfida elettorale con la speranza, quanto meno, di fare piazza pulita dei suoi elementi più fastidiosi. Ognuno si è già fatto i conti in tasca. Però basta un’ombra a sconvolgere gli equilibri. I confini delle coalizioni sono ancora incerte, specialmente a sinistra, dove le elezioni sono il banco di prova per la leadership di Veltroni e l’occasione per staccare il cordone ombelicale con la sinistra estrema. Ma gli altri partiti dell’Unione? Situazione più definita per il centrodestra, il cui unico cruccio è trovare la giusta sistemazione per Mastella. Tutto il resto è fantapolitica, con i grandi capi che già pensano a dividersi i ministeri. Facile farlo quando la campagna elettorale deve ancora iniziare. Più in là, quando la sinistra avrà recuperato terreno e il centrodestra si sarà impantanato, l’ottimismo di questi giorni sarà solo un pallido ricordo. Come al solito ci saranno editoriali infuocati, attacchi personali, irruzioni mediatiche. Gli ultimi fuochi prima delle ceneri. Ma la forza della casta è restare immobile. Nel 2006 si è persa una grande opportunità per risolvere la profonda crisi del sistema politico formando un governo di unità nazionale per attuare le riforme. Due anni dopo i politici hanno già dimenticato i fallimenti del governo Prodi e della sua smania di potere – oggi, come ieri, restano immobili, pensando ad assicurarsi il potere e, mal che vada, una poltrona. E dopo?





30 gennaio 2008

Democrazia italiana



Sottotitolo: vademecum tascabile per viaggiatori stranieri di passaggio nella terra del Belpaese. Frasi di uso comune: se le elezioni terminano con un pareggio dei due schieramenti opposti, va al governo chi per primo canta vittoria. Della serie, il primo che canta è la gallina che ha fatto l’uovo. Purtroppo il paniere di Prodi è nato con le uova rotte e soprattutto ha rotto le parti intime degli italiani. Un tipico costume della nobiltà politica associato al cantar vittoria troppo presto è la famelica voracità con cui ogni portata, fetta e briciola di potere viene divorata. Gli entomologi della politica italiana descrivono questa peculiare tendenza col nome scientifico di “magna-magna”, termine che ha la sua radice nell’età antica della prima repubblica e nella sua forma di governo detta pentapartito, dove il prefisso greco “penta” si abbina alla radice “partito”, originalissima creazione italiana insieme alla mozzarella di bufala e al parmigiano reggiano. Altra frase di uso comune: per liberarsi di un governo truffaldino occorre incaricare la magistratura di dedicare un po’ del suo tempo al membro di quel governo che più di tutti da noia – e il gioco è fatto, cioè il governo è finito. Poi: quando un governo se ne va, che si fa? Regola numero uno: fermi tutti, almeno finché arrivano i soldi ogni mese. Regola numero due, direttamente mutuata dal Vaticano, suprema autorità morale in fatto di potere: morto un papa se ne fa un altro. Regola numero tre: per fare un altro governo basta inventarsi un’altra maggioranza. Non c’è bisogno di scomodare gli elettori, che nella loro primitiva inferiorità non sono ritenuti degni di comprendere gli arcani del potere. Anche se fanno perdere tempo e denaro, le elezioni sono una concessione che questi compassionevoli politici italiani, con molta parsimonia, regalano ai loro amati sudditi insieme al campionato di calcio, alla Ferrari e a Bruno Vespa. Intanto nella terra d’Italia, lussureggiante discarica a cielo aperto, le facce che governano non cambiano mai. Neppure dopo le elezioni. Benvenuti.




26 gennaio 2008

Riforme o parole


Le riforme sono diventate un luogo comune della politica da svariati decenni. Di riforme parlavano De Mita e Craxi. Oggi Veltroni e Fini ripetono gli stessi discorsi. Le riforme sono una retorica che ha formato un peso così opprimente da soffocare sia la prima che la seconda repubblica. Davanti all’ennesima implosione di un governo va di nuovo in scena l’emergenza riforme. Si parla di un governo tecnico-istituzionale che pretende di fare in pochi mesi ciò che non è mai stato fatto in interi decenni – ovviamente con successo – e senza la benedizione del voto degli elettori, ma con una mischia di politici, tecnici ed esponenti istituzionali. La realtà è diversa dalle parole. Appena nata dalle urne, una maggioranza, sia di centrosinistra che di centrodestra, è segnata da acute divisioni interne che si porterà fin nella tomba. Prodi docet. Figurarsi una maggioranza di post-comunisti, neo-centristi, liberali, socialisti, più professori di differenti orientamenti culturali, e più una pattuglia di rappresentanti delle istituzioni. La somma finale di questa allegra compagnia è lo stesso risultato che continua a venire fuori: l’impotenza. Le riforme sono interventi complessi ed estesi che scatenano forti conflitti sociali e politici. Non si fanno con un colpo di spugna. Servono leader aggressivi con maggioranze compatte e motivate. L’opposto del governo tecnico, che si rivela un altro espediente per continuare a parlare di riforme senza farle.




24 gennaio 2008

Elezioni o riforme? Sbagliato


Come avvoltoi sulle carcasse dei malcapitati. I vincitori del confronto parlamentare non hanno rifoderato le loro lame ancora unte della mortadella esanime. Adesso inizia il vero duello. Che fare? Elezioni anticipate, come raramente succede in un paese sotto il gioco comunista. Il centrodestra vuole andare a votare perché è quasi matematico che vinca e perché dopo questo governo Prodi vincerebbe persino la coalizione di topo Gigio e del Commissario Basettoni. C’è però un grosso rischio. Le elezioni anticipate funzionano alla meraviglia quando sono davvero ravvicinate rispetto alla caduta del governo. Si può battere sull’anti-prodismo solo finché il ferro è caldo, cioè fino a che il Sig. Bianchi sente ancora il salasso fiscale sulla pelle del suo portafoglio. Più passano i giorni e più si avvicina l’altro scenario. Il solito vecchio governo tecnico per tirare a campare ancora un paio d’anni, senza spendere soldi per un’altra campagna elettorale. Poi nel 2009 ci sono le europee, quindi è meglio aspettare. Però nel 2010 arriva la tornata delle regionali e così si scivola comodamente al 2011, la scadenza naturale. Entrambe le alternative sono sbagliate. Le elezioni anticipate sono la soluzione da manuale. Semplice quanto giusta. Ma questo sistema dei partiti, sia a destra che a sinistra, non è in grado di governare. Al limite si può durare e non fare le pessime leggi del centrosinistra. Ma le grandi riforme di cui l’Italia ha un bisogno vitale restano tagliate fuori dalla portata, assai corta, di un nuovo governo di centrodestra. Peggio ancora il governo tecnico o istituzionale. E’ una vera offesa alla democrazia quella di mettere nelle mani di politici senza legittimazione popolare la responsabilità di governare – e anzi di procedere alle riforme strutturali. Il governo tecnico è la tomba della sovranità popolare perché non ha nessuna identità politica. Per fare le riforme occorre una salda volontà politica, e non un equilibrio di potere, perché le riforme servono proprio a questo: spezzare le concentrazioni di potere. Ma se il governo finisce proprio in mano a chi sarebbe spazzato via dalle riforme, allora il governo istituzionale si rivela per quello che è realmente: una scappatoia per salvare le istituzioni e non fare le riforme. Come sempre, il cuore della politica italiana batte nei partiti. Finché i due partiti maggioritari del centrodestra e del centrosinistra non avranno adottato una chiara strategia per il futuro, tutto rimarrà bloccato. Le coalizioni sono ancora troppo ampie e avvelenate dalle rivalità interne. Veltroni e Berlusconi subiscono ancora la competizione dei loro alleati, una competizione che spesso è rivolta a scalzarli. Il vero metro per misurare le strategie dei partiti sarà la riforma elettorale, l’unica, concreta minaccia per i partiti. Questa è la vera riforma che interessa i partiti, perché è sul nuovo sistema elettorale che si decide il prossimo governo. Se i due partiti maggioritari prevarranno nei loro schieramenti, non è da escludersi né l’elezione anticipata, ma con alleanze diverse dalle attuali e più omogenee, né un governo di intesa, senza professori e rappresentanti delle istituzioni. In entrambi i casi il rischio della politica prevale sugli interessi del potere, anche se la tentazione del potere, in questi frangenti, resta molto alta. Ma in Italia il potere è una gabbia che imprigiona i suoi detentori – questa è stata l’ultima lezione del Prof. Prodi.






23 gennaio 2008

Il candidato presidente e il candidato perdente

 

  

Uno si chiama Barack Obama, professione senatore dell’Illinois. Segni particolari: pelle nera. L’altro è Valter Veltroni, sindaco di Roma che usa la sua melensa immagine come colla per restare attaccato al potere. Il primo è in gara per diventare presidente degli stati uniti; il secondo per continuare a fare l’eterno numero due di un premier senza futuro. L’unico tratto comune è appartenere ad un partito che ha lo stesso nome, partito democratico, che in America governa il congresso e in Italia è governa a vista. Obama ha scandalizzato l’opinione pubblica americana con la sua visione politica di un’unità di tutti gli americani, bianchi, neri, repubblicani e democratici, ricchi e poveri, giovani e anziani. E’ la politica della speranza, che sembra un remix della nuova alba di Veltroni. In Italia la speranza di Obama viene tradotta nel buonismo. E’ sinonimo di fair-play, politically-correct e altri termini scritti in inglese ma dotati di un significato sconosciuto nel mondo anglosassone. In Italia lo scontro e la divisione sono sofferti come crisi della politica. In America sono la scintilla che fa scoccare la vitalità. Nell’algebra politica americana più conflitto vuol dire più opportunità di emergere – se gli altri restano indietro, vuol dire che quello è il loro posto. Da noi gli ultimi devono essere i primi. Anche senza aspettare il regno dei cieli. Obama rischia di intaccare il suo patrimonio di consensi perché la sua politica visionaria è indigesta allo stomaco realista degli americani. Gli elettori a stelle e strisce restano fedeli al loro sistema partitico dove ci sono due partiti che si scontrano senza esclusione di colpi e dove ci sono due candidati presidenti che si sfidano fino all’ultimo minuto. Invece gli italiani adorano sedersi a tavola tutti insieme, amici e nemici, perché la fame italiana, diversamente da quella americana, fa accontentare tutti pur di avere una briciola. Meglio l’uovo italiano che la gallina americana, anche se il paniere di Prodi è marcio. Più Veltroni spinge sul dialogo, più crescono i suoi consensi. L’importante è colare a picco tutti insieme, così che non ci siano vincitori. Veltroni ama i vinti, Obama ama vincere. In America hanno capito che la politica della mediazione non funziona. Anche in Italia la crisi terminale della politica conferma il fallimento delle riforme fatte col consenso di tutti per non dispiacere nessuno e quindi, alla fine, non cambiare nulla. La politica non è un piatto di spaghetti dove ce n’è per tutti. Costruire una maggioranza è la regola e non l’eccezione della democrazia, perché non è possibile trovare un consenso totale che escluda ogni dissenso e ogni avversario. Obama può fare il candidato presidente, perché vuole vincere la battaglia democratica per il potere. Valter può fare solo il candidato perdente, perché vuole il potere senza dover vincere – ma non è più democrazia.


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permalink | inviato da Joyce il 23/1/2008 alle 10:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


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