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  Joyce [ Questo blog rivela la sua efficacia contro le patologie tipiche delle ideologie politiche, come ansia elettorale, grave deficit umoristico, stress da obbedienza... ]
         







L'Italia è un paese
di morti che,
per sfortuna,
sono ancora vivi.
























































































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18 gennaio 2008

Video-editoriale: Così lontani, così vicini




18 maggio 2007

La paura della "-fobia"

Trattino fobia. La moda di appiccicare termini a quel trattino per inventare ogni genere di “fobia” sta aggiungendo nuove appendici al grasso vocabolario della politica. L’inflazione di “fobie” è un sintomo loquace della difficoltà di comunicare. Usare la “fobia” vuol dire giudicare determinati problemi talmente intrattabili da considerarli patologici. Quindi impossibile da risolvere se non imprigionandoli all’interno di ghetti sociali, economici, culturali e politici. Oggi è stata la giornata mondiale per la lotta contro l’omofobia. Nel turbine di manifestazioni organizzate per accendere la sensibilità delle opinioni pubbliche una in particolare buca la cappa di conformismo che circonda anche questi eventi. L’Iran è in vetta alla classifica globale per le persecuzioni a cui sottopone con sistematica violenza le sue comunità omosessuali. Oltre al carcere e a pene corporali, l’omosessuale è vittima di un ostracismo sociale che penetra nella sua stessa famiglia per fare terra bruciata intorno a colui che ha violato la legge divina e la legge degli uomini. Allora l’omofobia è il coperchio di un problema radicato nella negazione dei più elementari diritti dell’uomo, un problema che trascende la sfera sessuale così come quella religiosa e politica. Un’altra “fobia” opposta proviene sempre dalla mezzaluna musulmana, ma marcia in senso opposto. L’Organizzazione della Conferenza Islamica (OCI) ha approvato una dichiarazione di condanna contro l’islamofobia che sarebbe diffusa dal vizio occidentale di confondere l’islam col terrorismo. Quest’apparente vocazione al dialogo e alla moderazione cade però nel vuoto della stessa ipocrisia che l’OCI vuole combattere. I protocolli ufficiali occultano una realtà quotidiana di propaganda politica anti-occidentale che si fonde ad una forsennata predicazione religiosa – una ferrea saldatura che la dichiarazione contro l’islamofobia neppure scalfisce. In mezzo a questi giochi di retorica resta schiacciata la realtà, in cui si scatenano fobie che non hanno bisogno di virgolette perché sono reali. Souad Sbai è presidentessa dell'associazione delle donne delle comunità marocchine in Italia (ACMID-Donna) e collaboratrice alla stesura della Carta dei Valori per le comunità straniere italiane. Ha denunciato lo stato di servitù al quale spesso i mariti riducono le donne musulmane che vivono in Italia. Si tratta di comunità musulmane nordafricane, con bassissimi livelli di istruzione che provengono da zone rurali profondamente arretrate, nelle quali la figura maschile resta dominante. Private di documenti di riconoscimento e della possibilità di apprendere i rudimenti della nostra lingua, sottoposte a sevizie fisiche e psicologiche, costrette a convivenze poligamiche: questa è la fotografia di una larga quota di donne musulmane in Italia. Però nessuno si azzarda a coniare una apposita “-fobia” per questi drammi invisibili. La realtà è sopraffatta dalle “fobie” mediatiche e ideologiche, più gustose da masticare nei salotti buoni del moralismo di destra e della critica snobista di sinistra. Non è l'omosessuale o l'islam che fa paura. La vera paura è fare i conti con l'omosessuale e con l'islam. Ma chi ha paura, non parla. Le “fobie” sono il rumore della porta che sbatte quando le chiavi delle ideologie chiudono a doppia mandata ogni confronto, imbarbarendo la politica con logiche di chiusura e soffocamento dei reali problemi – in attesa della giornata mondiale contro ogni “-fobia”.

 




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9 febbraio 2007

La prima agenzia di viaggi virtuali

Quando vidi costui nel gran diserto,
«Miserere di me», gridai a lui,
«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».

E’ l’esclamazione di Dante alla vista di Virgilio. L’uomo che lascia il suo mondo per intraprendere il viaggio nell’altro mondo è l’antesignano dell’uomo reale che esplora mondi virtuali. Inferno o paradiso, mondi reali o virtuali: il viaggio è il simbolo dell’uomo che trascende se stesso ma anche il suo spazio. Luogo fisico, spazio immaginato idealmente o proiettato su schermo. I muri si sbriciolano e sfumano le linee di confine. Lo spazio si moltiplica creando nuovi meridiani e paralleli. Il viaggio è fantasia ma anche sperimentazione. E’ un’interazione sociale che avvolge l’individuo in una rete di rapporti dalle ramificazioni sempre più fitte e complesse, fino a costituire una realtà autonoma. Non solo intrattenimento: i giochi online di massa stanno evolvendosi in iper-giochi in cui la componente ludica è affiancata da una crescente interazione sociale fine a se stessa. Ogni mondo virtuale ha le sue regole, la sua storia. I suoi spazi. Viaggiare nei mondi virtuali non è più una fantasia. E’ diventata una realtà. A portata di tutti, esattamente come un viaggio nel mondo reale. Un’agenzia di viaggi, guide esperte, turisti, visite, panorami naturali, architetture urbane, grandi eventi e celebri personaggi. Ne parliamo con Mario Gerosa, creatore di Synthravels, la prima agenzia del mondo reale che organizza viaggi nei mondi virtuali.   

CARTA D’IDENTITA’

Nome: Mario

Cognome: Gerosa

Formazione: laureato in architettura con tesi sui luoghi immaginari

Professione: giornalista caporedattore di “AD” 

Passione: mondi virtuali e videogiochi (anche i bistrattati fps!)

Segni particolari: vive nei mondi virtuali

Domicilio: http://mariogerosa.blogspot.com

J: Mario, subito una domanda flash. Perché Synthravels?

MG: per portare i mondi virtuali nella realtà quotidiana del grande pubblico, lo stesso che prenota viaggi turistici per le sue vacanze. Lo stesso piacere del viaggio, dell’esperienza di nuovi luoghi, va al di là della tastiera e del mouse. Va oltre lo schermo del computer.

J: …e perché il nome “Synthravels”?

MG: il nome riprende il titolo del libro “Synthetic Worlds: the Business and Culture of Online Games” (2005) di Edward Castronova, professore universitario americano, economista e studioso di telecomunicazioni. E’ uno dei più geniali pionieri nello studio dei mondi virtuali. 

J: Mario vuoi spiegare ai lettori di GS che cosa intendi quando parli di mondi virtuali?

MG: bisogna distinguere tra due grandi filoni che si sono sviluppati negli ultimi dieci anni. Il primo filone è quello dello studio tecnologico, informatico in senso stretto. Qui i mondi virtuali rappresentano costruzioni matematiche che nascono e vivono su un piano scientifico. Io invece mi pongo sul secondo filone di studio, che interpreta i mondi virtuali in senso umanistico. Da quest’ottica i mondi virtuali non sono soltanto catene di bit e byte; sono esperienze di esistenze, con personaggi, azioni, luoghi, storie… E’ una visione molto più accessibile al grande pubblico, perché non è una riserva popolata soltanto da addetti ai lavori.  


J: quindi l’agenzia di viaggi per i mondi virtuali si inquadra in questo secondo significato…

MG: ecco il punto: Synthravels nasce per offrire a tutti la possibilità di entrare e visitare i mondi virtuali, senza bisogno di essere frequentatori veterani o incalliti “smanettoni”. Synthravels vuole porsi come intermediario per favorire la conoscenza dei mondi virtuali e soprattutto delle loro ricchezze – pensiamo alle architetture, agli spazi, ai luoghi più affascinanti. Inoltre questa iniziativa vorrebbe favorire l’accesso anche perché consente di oltrepassare la lunga esperienza che dovrebbe accumulare un singolo utente prima di conoscere davvero a fondo il suo mondo virtuale – che poi sarebbe sempre uno o pochi più. Synthravelss invece fornisce l’accesso al catalogo di tutti i principali mondi virtuali. 

J: che rapporto c’è tra mondo virtuale e videogioco online di massa?

MG: il mondo virtuale diventa un’estensione, un ampliamento del MMORPG (Mass Multiplayer Online Role Play Game, ndr) nel momento in cui l’identità virtuale fuoriesce dal videogiocare in senso stretto perché si arricchisce di contenuti, risorse ed opportunità che vanno oltre il videogioco. Synthravels non si occupa di creare giocatori online, ma di offrire l’opportunità di conoscere, sperimentare, guardare e vivere l’universo complesso di un MMORPG. Starà poi al turista, se interessato, iniziare anche a giocare. Quindi il mondo videoludico diventa per noi una componente del mondo virtuale, è una particolare forma d’interazione all’interno di una socialità virtuale molto più densa. 

J: Quando nasce Synthravels?

MG: il 18 ottobre 2006. Attualmente c’è un’unica sede fisica presso un’agenzia di comunicazione integrata di Milano, “imille”, che ha fornito anche l’assistenza tecnica per la realizzazione del sito internet. Abbiamo ricevuto molto interesse da parte dei media, sopecialmente i media più tradizionali, incuriositi dall’idea della crociera virtuale a costo zero. Questo ha aiutato molto a pubblicizzare l’iniziativa. Adesso stiamo pensando al decollo, che richiederà un impegno ancora maggiore per un servizio ancora migliore.  


J: puoi spiegarci come è organizzato un viaggio di Synthravels?

MG: è semplice. Basta scegliere un mondo virtuale dal nostro catalogo e indicare una data in cui farsi trovarsi disponibili. Synthravels penserà a contattare una guida tra gli avatar che si offrono per questo incarico e a combinare l’incontro con il turista.

J: quindi c’è molta flessibilità nell’organizzazione e nella realizzazione stessa del viaggio, non è vero?

MG: sì, è vero. Synthravels fornisce alle sue guide alcune indicazioni di massa a cui attenersi. Contattiamo poi il turista per valutare, oltre alla qualità del prodotto, anche la professionalità della guida ingaggiata. Da poco abbiamo introdotto un sistema di feedback per valorizzare le guide migliori.

J: che tipo di viaggi possono essere organizzati?

MG: questa è un’ulteriore qualità di Synthravels. Essenzialmente lasciamo ampia libertà al turista e alla guida. Possono concordare una visita di più turisti. Possono stabilire la durata – che può variare tra i venti minuti e oltre un’ora. Possono anche stabilire in anticipo le mete che visiteranno, oppure, in modo ancora più flessibile, possono scegliere di partecipare a precisi eventi che hanno luogo in un mondo virtuale.


J: mi pare di capire che Synthravels sia una rivoluzione nello stesso concetto di viaggio…

MG: infatti non vogliamo soltanto far viaggiare. Vogliamo anche far conoscere i mondi virtuali e quanto di più interessante offrono. La visita ad un museo o la presentazione di una mostra in Second Life, o assistere in diretta ad una grande guerra su World of Warcraft… sono esperienze ad alta intensità che Synthravels vuole offrire al grande pubblico. Synthravels diventa così una specie di finestra d’informazioni che, anziché raccontare quanto accade nei mondi virtuali, permette un’esperienza diretta.

J: cosa deve fare un aspirante turista virtuale?

MG: semplicemente prenotare un viaggio su Synthravels ed installarsi il client del mondo virtuale. Basterà entrare e la guida verrà a recuperare il turista per iniziare il viaggio. Purtroppo non tutti i client offrono un accesso gratuito. Inoltre va tenuto conto che la qualità di un viaggio virtuale dipende fortemente dal tipo di connessione internet che si utilizza.

J: ci sono accordi con le software-house dei giochi di massa online?

MG: purtroppo non c’è stata finora una adeguata ricettività del nostro messaggio. In molti casi il turista è costretto non solo a scaricarsi ed installarsi il client, cioè il gioco in quanto tale. Ma è anche costretto a sottoscrivere un abbonamento per potersi dotare di un avatar, cioè di un’identità virtuale. Il nostro obiettivo è chiedere alle software-houses di predisporre specifici avatar oppure riservare una quota gratuita per i nostri viaggi. 


J: cos’è oggi Synthravels e quale obiettivi si propone?

MG: il discorso “viaggia” su un doppio binario. Nei prossimi anni i mondi virtuali subiranno una fortissima crescita. Non è solo una questione tecnica. Stanno diventando uno stile di vita esattamente come il blog e il la fotocamera nei cellulari. Di fronte a questa espansione rivolta alla vita quotidiana, Synthravels è pronta. Finora abbiamo il concept e una prima realizzazione tecnica. E’ già molto per un’idea così futuristica. Però è già una realtà concreta. Il prossimo passo sarà quello di far evolvere organicamente questa realtà embrionale. Dovremo trovare sponsor, investitori e guide professioniste. Dovremo coordinare il mondo reale con quanto succede nei mondi virtuali, per offrire pacchetti di viaggio sincronizzati con i grandi eventi di Second Life, ad esempio. Ma ci stiamo muovendo!   




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27 gennaio 2007

In ricordo di tutti

In un giorno solo ricordiamo il genocidio di sei milioni di ebrei. Il ricordo non si esaurisce solo nella commemorazione personale, perché appartiene alle virtù civili che una comunità esercita per tonificare le proprie coscienze. La vera giustizia va oltre le verità degli storici e l’intimità del cuore, perché la sua forza sta nella partecipazione collettiva. Con la memoria collettiva non si può barare, non si può negare, ignorare, dubitare. C’è e ci sarà sempre qualcuno che contraddice la memoria. Un capo di stato, il presidente dell’Iran, vuole dare un colpo di spugna sull’olocausto, in attesa di usare la bomba nucleare come un’altra soluzione finale. All’opposto il governo italiano, senza una ponderata discussione ma con perfetto tempismo che fa sospettare uno spietato cinismo, propone una legge per considerare reato la negazione dell’olocausto. E’ un tentativo di chiudere la stalla quando i buoi sono fuggiti – per guadagnarsi il consenso delle comunità israeliane dopo aver stretto amicizia e fratellanza coi loro peggiori nemici. Nella loro miseria Ahmadinejad e Prodi vogliono abusare di una tragedia collettiva per incassare profitti politici. Ma l’olocausto non è un tema da dibattito politico. E’ moralità che lega i vivi ai morti. I sei milioni di morti possono rivivere oggi nel ricordo di altri sei milioni di vivi. Il tornaconto politico resta solo una microscopica macchia che identifica coloro per i quali non ci sarà compianto. Ricordare non significa abbandonarsi a speculazioni filosofiche che isolano l’uomo dal suo spazio pubblico. E’ l’esatto opposto: è riappropriarsi della nostra identità civile. Solo poco tempo fa la strage di Marzabotto ha trovato giustizia, mentre la tragedia di Ustica è rimasta ancora senza colpevoli. Sono due casi in mezzo a decine di tragedie. Ma tutte stanno lì, crocifisse nel silenzio coi chiodi del cinismo. E’ vero: sono eventi così lontani nel tempo che si perdono nella nostra umana capacità di ricordo, sommersi come siamo dal trambusto della vita quotidiana. Ma sono lutti che soltanto una cosciente memoria civile può riportare davanti ai nostri occhi. Altrimenti non si capisce più niente, e la giustizia si degrada in utopia mentre l’ingiustizia si nobilita in realismo. Dimenticarsi è come uccidere una seconda volta questi innocenti. Il male peggiore è l’oblio, è scrollare le spalle in segno di rassegnazione, è dire “non si può fare sempre giustizia”. Ecco quindi che la memoria collettiva è una forma di educazione civica – e l’Italia continua ad averne drammaticamente bisogno. Un gesto così silenzioso come il ricordo è un potente antidoto contro il menefreghismo imperante, per aprire quegli occhi miopi che non vedono oltre il retrobottega. Anche se tutto questo spudorato e ottimistico ben pensare si appoggia sull’ipocrisia che basti un giorno solo per ricordare, per poi dimenticare tutto il resto dell’anno – e allora? Chi ha argomenti migliori, si faccia avanti. Qui non ci sono in ballo i voti o la protezione dei padroni. Nella giornata della memoria non solo ci ricordiamo dei nostri fratelli ebrei, ma di tutti i nostri fratelli vittime di ogni forma d’ingiustizia. Quando i tribunali non riescono, o non possono, rendere giustizia allora l’unica corte d’appello che può emettere la giusta sentenza è la memoria – l’unica sopravvissuta ad ogni olocausto. Oggi ricordiamo e riportiamo nella nostra vita gli ebrei della Shoah. Ma ricordando loro, io ricordo anche tutti gli altri, ebrei e non.




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9 gennaio 2007

Riforma o referendum?

Un’automobile va a finire contro un albero. In qualunque paese al mondo, l’automobilista farebbe riparare la sua auto stando più attento a non uscire di strada. In Italia no. Qui la colpa cadrebbe sull’albero, colpevole di aver urtato l’automobile. E’ un ragionamento controintuitivo, ma è quello che sintetizza il rapporto della politica italiana verso la legge elettorale. Siccome i mali che affliggono l’attuale maggioranza sono inguaribili, allora l’Unione prova a rimuovere gli ostacoli che possono minacciarla. Perché a meno di un anno delle elezioni e dall’ultima riforma si parla già di un’altra riforma? Perché una coalizione obesa e frammentata come l’Unione ha capito, a suon di sbattere contro gli ostacoli dei suoi problemi, che così non si può più andare avanti. La risposta a questa domanda presuppone un’altra domanda: perché proprio la riforma elettorale? L’Unione non può attuare nessun cambiamento al suo interno. E’ solo rimuovendo i problemi esterni che può sperare di sopravvivere. Con nuove e diverse elezioni l’Unione può sperare di restare al governo in un contesto molto più confortevole dell’attuale. Non esistono leggi elettorali che funzionano bene e leggi elettorali che funzionano male. Convertire i voti in seggi è un congegno statistico. Ma se i voti sono destinati in partenza a confluire su una struttura di partiti che non sta in piedi, allora il problema non è la legge ma tutto ciò che viene prima e dopo. L’Unione vorrebbe una legge a sua immagine e somiglianza per risolvere lo storico problema della sua instabilità interna. Deve però scegliere, perché non si può dare un colpo al cerchio della governabilità e uno alla botte della rappresentatività. Deve scegliere quale guasto riparare: la frammentazione dei partiti o la debolezza del leader della coalizione. Non si può andare avanti cercando un premier forte per poi lasciarlo in balia di una maggioranza frammentata e conflittuale. Ecco perché l’Unione punta a chiudere in fretta questa moribonda legislatura che, qualora proseguisse, condurrebbe il governo allo sfascio. La riforma quest’anno e poi le elezioni l’anno dopo – ecco la perfetta tabella di marcia per garantire la continuità dell’occupazione del potere della sinistra.
Queste sono le motivazioni istituzionali. Poi ci sono anche quelle politiche. C’è un referendum che minaccia di sparigliare i precari equilibri della politica, ed è proprio un referendum sulla legge elettorale. A differenza dell’Unione, le intenzioni del comitato promotore non guardano in faccia a interessi particolari. E’ chiaro che un referendum elettorale teso ad abrogare ampie porzioni dell’attuale disciplina porta con sé una fortissima carica distruttiva. Se fosse approvato, le istituzioni non potrebbero ignorarlo o congelarne l’attuazione fino alle prossime elezioni politiche del 2011. Sarebbe probabile uno scenario simile a quello del 1993, contraddistinto da altissima volatilità, con la scomparsa di vecchi partiti e la nascita di nuovi in vista di elezioni anticipate nuovamente all’insegna di una brusca transizione. Invece una riforma parlamentare darebbe alla politica un respiro più calmo ed effetti meno dirompenti. Ci sarebbe più tempo per riprendere il filo del partito democratico, approvare le ultime leggi e raggiungere un accordo politico per il futuro governo. La transizione quindi sarebbe più morbida e diluita, giusto per evitare scossoni e contraccolpi al potere della sinistra. Il referendum resta sempre una spina nel fianco per la politica; è un pungolo che fa alzare gli scudi dei poli invogliandoli al confronto parlamentare. Così è venuto fuori l’ibrido della convenzione come il cantiere in cui maggioranza e opposizione dovrebbero lavorare insieme per questa riforma elettorale ed altre riforme. E’ una proposta che ricicla la fallimentare esperienza della bicamerale e di tutte le commissioni per le riforme che hanno sempre partorito un topolino. L’unica ragion d’essere di questa convenzione sta solo nell’ingrandire il tavolo della discussione togliendo spazio al referendum. E’ anche un amo fatto sventolare davanti all’opposizione nella speranza che abbocchi all’ennesimo invito consociativo, coprendo la riforma parlamentare sotto il mantello dell’interesse comune.
Resta quindi la forza della disperazione dell’Unione e un referendum che non accetta compromessi. Entrambi puntano al medesimo obiettivo: concludere prima possibile questa legislatura. Ma il governo vuole rimuovere ogni pericolo sulla strada, mentre il referendum farà sbattere il governo contro l’albero delle sue contraddizioni.




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6 dicembre 2006

Siamo una generazione di auto(no)mi


Trent’anni e siamo la prima generazione che non è una generazione. Siamo autonomi perchè godiamo della più alta libertà mai vissuta prima. Ma siamo anche automi perchè questo surplus di libertà finisce per essere inutilizzato. E allora siamo auto(no)mi, razza ibrida  che dondola pericolosamente tra il paradiso della massima libertà e l'inferno della massima insicurezza. Stiamo vivendo dentro a due grandi parentesi, una che chiude l’età dell’oro della prima repubblica e l’altra che apre un periodo che nessuno sa cosa sia – globalizzazione, lotta al terrorismo o, più semplicemente, casino nero.
Generazione di… di cosa? di chi? C’è di tutto: figli di papà e figli di madre ignota, figli di statali, di commercianti, di liberi professionisti. Sono nati in famiglia e moriranno comunque con i loro figli. Noi, i figli, invece siamo quelli senza i nostri figli, perché per fare una famiglia ci vuole una moglie e un lavoro, oltre che una casa. Peccato che la moglie sia una compagna o, peggio, una sequenza di fidanzate; quanto al lavoro ci sono molti lavori, senza tutele dicono a sinistra, senza soldi aggiunge il buon senso. Per la casa, c’è sempre il mutuo trentennale che si cede di proprietà ad ogni trasferimento di lavoro e/o ad ogni separazione di coppia. E l’immancabile arredamento low-cost dell’Ikea, che realizza l’ideologia di una vita in scatola, montabile e smontabile secondo gli spostamenti della vita.




Siamo nomadi in continuo viaggio, senza patria ma attaccati alla nazionale e agli spaghetti e ad ogni luogo comune sull’Italia. Viaggiamo per il mondo e lavoriamo 36 ore al giorno, siamo laureati e masterizzati come fossimo dvd, perché abbiamo un curriculum grande quanto un hard-disk e lungo quanto un rotolo di carta igienica. L’uso finale è lo stesso – della carta del curriculum e di quella igienica.
Una vita a basso costo non è però una vita senza comodità. La culla in cui è cresciuta la nostra generazione non è lo stato sociale dei nostri genitori. Non lo sono neppure le ideologie politiche, che hanno insanguinato il passato ma gli hanno dato quel senso che così drammaticamente noi cerchiamo invano tra gli scaffali degli iper-mercati. Il nostro latte materno continua ad essere la tecnologia. Noi viviamo “mobile”, comunichiamo “senza limiti”, con cellulari da sogno, condividiamo foto e video sulla banda larga, conviviamo su internet con i nostri pensieri e quelli di milioni di altri individui. Tutto con due dita: il pollice per il cellulare e l’indice per il click sinistro del mouse. Il resto del corpo è soltanto una prolunga biologica per usare una tastiera.




Ma l’unica forma di tecnologia che non sappiamo maneggiare è la politica. E’ qui il nocciolo che ci sta strangolando. Viviamo in un paese, l’Italia, dove la politica è diventata ermafrodita perché si contorce in un’auto-riproduzione che blocca qualunque ricambio. Aveva ragione Marx, se non fosse che lo sfruttatore non è la classe borghese ma la classe politica. Viviamo dentro a Matrix: immense piantagioni di esseri umani coltivati solo per nutrire le macchine della politica. Una politica bulimica e una generazione anoressica: coppia perfetta. Da Marx a Matrix basta aggiungere solo due lettere, che però riassumono una biblioteca di storia. La nostra generazione è nata col telecomando premuto sull’avanzamento rapido: fine della grande Dc, tracollo di Craxi e della prima repubblica; il muro di Berlino; arriva Berlusconi col nuovo che avanza, ma poi ritorna il vecchio della partitocrazia e il Vecchio – ma chi? Napolitano, Andreotti, Prodi, ormai lo stesso Berlusconi, la riabilitazione di Craxi e dei moderati, di come si stava bene all’epoca delle tangenti e, pure, e del comunismo sovietico. Il carosello della Rai si è spento ma ha mandato in onda il carosello della storia più demenziale mai vista prima.




Una generazione che non ha neanche iniziato a ragionare in senso politico è schiacciata dal peso dei dino-politici, i dinosauri della politica, che con la loro artrite politica si sono attaccati alla poltrona, sporcando la morale politica con la morale di una prostituta veterana. L’importante è tenere duro. Lo fanno Prodi e Berlusconi e tantissimi altri. In Inghilterra Tony Blair è stato silurato perché appariva “vecchio” a 53 anni. Il nuovo leader ne ha uno in meno. Il leader dei conservatori ne ha 39. Il presidente americano Bush ne ha 60 e fra due anni dovrà lasciare il posto. Zapatero in Spagna ha 46 anni, Aznar quando se ne è andato ne aveva 53. Il premier portoghese ha 49 anni, quello svedese 46, quello polacco 57. Berlusconi ’36 e Prodi ’39, non sono gli anni ma le date di nascita. Nella paleo-politica italiana il vero eroe non è l’uomo ragno ma il politico ragnatela, che sta tappezzato per decenni cibandosi dei suoi malcapitati ospiti.
Siamo handicappati politici perché la nostra politica è decentrata. Una volta c’era il “centro”, politico e istituzionale. Più sopra l’Europa, cioè il parlamento europeo e la commissione. Sul tetto c’è l’Onu. Più sotto il federalismo ha spezzettato lo stato centrale in regioni, province, comuni, città. Questa babele di istituzioni ha formato intere legioni di funzionari e politicanti, che sfornano regole che pochi capiscono e pochissimi conoscono. Ogni anno un’elezione: politiche, europee, regionali, amministrative e poi si ricomincia. Le elezioni sono un giro dell’oca, dove cambiano le caselle ma il percorso inizia e finisce nello stesso punto, i vecchi, e dove i giovani sono i polli che stanno a pensare a chi votare.




La nostra generazione è una generazione politicamente ritardata a causa dell’otturazione del ricambio politico. Ci fanno vivere nella nursery invece di lasciarci governare. E’ inutile cambiare le idee per cambiare una politica che resta dominata dagli stessi uomini. C’hanno fregato la politica – questa è la tragedia. Questi vecchi politici stanno decidendo per noi al nostro posto. Stiamo subendo in silenzio le decisioni che determineranno il resto della nostra vita.
Rivoluzione? Eccone una: stacchiamo via i politici-ragnatela, scolleghiamoli, formattiamo la politica e facciamo l’upgrade generazionale. Incominciamo a pensare a noi in quanto generazione, e non in quanto somma di individui che pensano a campare. Altrimenti questi vecchi ci fregano un’altra volta. Dobbiamo essere, pensare e agire come una classe sociale, anzi come la classe sociale dominante, perché è quella che sta per ricevere il peso più forte e quella che deciderà il futuro. Non basta?




permalink | inviato da il 6/12/2006 alle 16:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa



2 novembre 2006

Dopo le larghe intese


Siccome tutti hanno certificato la morte politica di Prodi, e quasi tutti hanno previsto un governo di larghe intese o un governo tecnico o un governo istituzionale – come se ci fossero differenze per denotare il fallimento della politica – ora tocca profetizzare su ciò che verrà dopo. Già il fatto che Prodi non sia ancora stato deposto nella sua bara ma che tutti diano per imminente il suo funerale è un indizio non trascurabile di questo fuso orario rispetto alla realtà che la politica non vuole perdere.
Il presupposto di fondo è che il governo di unità nazionale, per usare ancora un’altra espressione, rappresenti qualcosa di assolutamente innovativo rispetto al presente; qualcosa che rompe gli schemi, confonde le divisioni e pertanto è destinato a produrre novità, ovviamente positive. Niente di più irrealistico. Il fatto che nessuno sembra vedere è che la fine di Prodi non cambia niente. Cade solo un governo, l’ennesimo governo, ma rimaniamo sempre impaludati nei problemi sorti dai tempi di tangentopoli. Il sistema dei partiti: bipolare, bipartitico, multipartitico; il sistema elettorale: proporzionale o maggioritario, con collegi uninominali o plurinominali, con o senza premio di maggioranza, con o senza scorporo, con o senza candidature plurime e così via; il sistema costituzionale: parlamentarismo, premierato, semipresidenzialismo e così via; il sistema economico e il modello di sviluppo; i rapporti internazionali in cui l’Italia è sovraesposta con missioni militari all’estero senza avere una adeguata posizione politica. Questo è solo l’elenco dei malanni politici. Poi c’è il mercato del lavoro, il welfare, le pensioni, la pubblica amministrazione, la criminalità, la scuola e la ricerca, la bioetica, l’immigrazione, gli anziani.
Prendiamo il caso di una buona volontà da parte del governo post-Prodi ad affrontare “seriamente” questi ed altri problemi. Come fa? Come può affrontare questi problemi avendo al suo interno le spinte più opposte? Ci siamo sempre lamentati della “dis-Unione”: con le larghe intese arriva una “dis-Unione” elevata all’ennesima potenza. Tutti dentro: dalla destra alla sinistra ci esce solo un polverone. Dove stanno poi i punti di tangenza tra un Fassino e un Martino, tra due economisti assolutamente inconciliabili come Martino e Visco, tra una ultra-radicale Bonino e un ultra-cattolico Formigoni, tanto per fare i nomi? Sembra che queste larghe intese siano un po’ come la nazionale di calcio: raccolgono il meglio dei fuoriclasse politici. Ma dimenticano che le divisioni nascono spesso come pretesti, ma poi si solidificano, si rafforzano e divengono muri che impediscono il dialogo.
Astraendo il discorso in prospettiva storica, dovrebbe nascere un governo col consenso di partiti che si sono odiati, sottolineo: odiati, per dieci anni. Ora invece sono tutti colti dalla sindrome del salvatore della patria? E chi sarebbe poi il premier? Dovrebbe essere un extra-terrestre per riuscire a mettere insieme Ds, Forza Italia, An e Margherita su un programma – già il programma, chi lo compila? Per individuare le aree di intervento, bisognerebbe di volta in volta tracciare la mediana tra le proposte di tutti i principali partiti, ottenendo un risultato che fotocopia quello raggiunto dall’attuale governo: una sequenza di compromessi interrotta da strappi poi ricuciti. Bella roba. Naturalmente questa ennesima sospensione della democrazia che sono le larghe intese non potrà durare a lungo. Come si pensa allora, in questa situazione, di risolvere problemi decennali e da cui dipendono i decenni futuri?
C’è troppa puzza di consociativismo, di sottobosco politico per continuare a vivacchiare dribblando i problemi, come sa fare benissimo la politica italiana. Larghe intese è la polizza assicurativa che una classe politica moribonda ha sottoscritto per salvare la pelle un altro po’. Intanto non cambia nulla – dentro la politica.
Fuori invece la temperatura dei conflitti sociali, della prostrazione e del malcontento popolare sta davvero salendo a livelli preoccupanti. Se questa politica che non tira fuori la testa dalla sabbia persevera nella sua indifferenza verso la realtà, dopo le larghe intese verrà fuori davvero un uomo forte, uno che la democrazia la mette tra parentesi portando a compimento il lavoro di questa classe politica, che sarà anche l’ultima. Che i cittadini scendano in piazza per difendere la democrazia dei partiti e delle tasse, in questa situazione, non è scontato. Quando la rassegnazione o l’apatia tracimano, la democrazia diventa una velleità rispetto alla sicurezza e alla stabilità. Se poi quella democrazia è anche logorata e incapace, allora chi la demolisce potrà anche sembrare un benefattore. E’ già successo, perché non potrebbe succedere domani, dopo le larghe intese?




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20 ottobre 2006

I giovani corrono, ma con la palla al piede dei


Nell’intervista ad Affari Italiani (il testo completo è qui: http://canali.libero.it/affaritaliani/politica/crosetto1910.html) l’onorevole Guido Crosetto, 42 anni, pezzo forte politicamente e fisicamente di Forza Italia, lancia una pesante accusa contro i giovani in politica. Invece di “scalpitare”, i giovani restano passivi e subiscono i vecchi di cinquanta e sessant’anni. “In politica, come nella vita, chi non chiede, non ottiene”, chiude secco Crosetto, che poi spiega: “personalmente credo che le cose si conquistino, non bisogna aspettare che qualcuno le conceda”. Così è più chiaro. Nota a margine per i più duri di comprendonio: “spesso bisogna pure battere i pugni per riuscire”. Chiarissimo, se non fosse per una contraddizione finale: “non si può fare una battaglia esclusivamente sull’età. Anche perché capacità e competenza non sono collegate direttamente all’anagrafe. Ci sono ottantenni che non cambierei mai con dei ventenni”. Allora qual è il senso dell’intervista? Aprire le porte della politica ai giovani oppure continuare a sbatterli fuori?

Se a parlare fosse uno sconosciuto, ascoltarlo varrebbe comunque il ripasso del più banale senso comune. Se però parla un politico, allora la situazione cambia. A differenza del resto del mondo, dove comunque la scopa della selezione naturale ha ripulito dalle foglie secche, la politica italiana resta all’età di Neanderthal. La nostra generazione è una generazione politicamente ritardata perché ci sono politici di 60, 70, 80 (scrivo i numeri per risparmiare tempo) che non mollano ma neanche col fucile puntato. La politica italiana è un ospizio di vecchi con l’orologio fermo. Niente di personale contro i vecchi, purché lascino il posto. Come fanno i giovani a “mobilitarsi” con questa palla al piede dei vecchi politici? Se i vecchi non mollano, i giovani sono costretti a non occuparsi di politica, finendo per allontanarsi da una politica che continua ad allontanarli, e così l’ospizio va avanti. Chiuso il discorso generale. Se poi a parlare è un esponente di Forza Italia, le sue parole passano dal paternalismo alla presa in giro. Dire che i giovani non si mobilitano, vuol dire assumersi la responsabilità di una grave affermazione. Vuol dire essere certi che Forza Italia favorisce la partecipazione dei giovani, che offre loro strutture, fondi e occasioni. Altrimenti la mobilitazione resta per aria. Ma dove sono le strutture se non c’è il partito? Dove sono i fondi per le iniziative giovanili? Dove sono le occasioni per aggregare la socialità dei giovani? Se gli altri partiti fanno funzionare complesse organizzazioni giovanili, con strutture, fondi e occasioni d’incontro, ci sarà pur un motivo. Vuol dire che a sinistra e a destra di Forza Italia hanno capito che i giovani contano, e i risultati spesso sono ottimi, sia per il partito che per i giovani stessi.

Eppure questi vecchi politici, vecchi di età e di mentalità, sono fortunati, perché lo sviluppo di internet consente di superare la mancanza delle strutture tradizionali per fare politica. Internet è diventato lo strumento principale per collegare i giovani alla politica, perché permette di scrivere, leggere, ascoltare e guardare ovunque e tutto. Su internet i giovani di Forza Italia e del centrodestra si sono già mobilitati e continuano a crescere, a migliorare e a partecipare, coinvolgendo anche i meno giovani. Ma anche internet vive nel mondo reale. Per sfruttare al meglio la rete servono un po’ di soldi, molto meno che per uno spot in tv o un cartellone, che poi non servono a niente e a nessuno. Serve anche la partecipazione dei politici di Forza Italia, che invece snobbano i tanti forum di discussione, i blog e i pregevoli siti di informazione. Sono tutte realtà forti della partecipazione giovanile, che tengono in alto la bandiera di Forza Italia, ma quando bussano alla sua porta sentono rispondere solo “no, forse, vedremo”. Ma cosa c’è da vedere ancora quando ci sono che calamitano migliaia di elettori e cittadini? Bisogna sostenerlo, punto e basta. Crosetto vuole che i giovani si mobilitino? Perché non partecipa ai nostri forum di discussione o scrive un articolo su come la pensa lui. Porte aperte a tutti, su internet. Basta però con questa mentalità che siano i giovani a doversi muovere, a doversi inventare idee che poi Forza Italia liquida con disinteresse. Sono gli altri, sono i vecchi che devono muoversi, in un senso unico: fuori. Allora, caro onorevole Crosetto, invece di farci battere i pugni, dateci i mezzi per fare politica.




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16 ottobre 2006

Italia anno zero: regime o rivoluzione?


Stop. Fermiamo lo scorrere incessante degli eventi. Le faide sul partito democratico, il nucleare nordcoreano e l’Iran, il calderone della finanziaria, il silenzio sul Libano, la riforma delle televisioni col digiuno di Bondi, il sangue dell’Afghanistan e dell’Iraq. Le pagine dei giornali sono fitte di queste ed altre notizie, che ogni giorno aumentano e cambiano. Ogni notizia rappresenta conflitti che attraversano l’intera società, superando le vecchie distinzioni di ceto, classe, prestigio, ricchezza, età e cultura. Sono questioni globali, perché riguardano tutti e riguardano il mondo in cui viviamo.

Ma questa concatenazione di situazioni critiche si trascina una situazione ancor più critica. Incalzata da questi conflitti, la politica italiana è costretta a viaggiare ad alta velocità su un binario istituzionale troppo fragile. Le nostre istituzioni, la nostra cultura politica, il senso civico restano immaturi per gestire questo ammasso di problemi. Non c’è soltanto un parlamento drogato e ignorante; c’è un ambiente politico, fuori e dentro le istituzioni, che non ha le risorse per fronteggiare questo marasma. Il circuito istituzionale (partiti, governo, parlamento, burocrazia) è sovraccarico di tensioni e conflitti che non può risolvere; può solo sopportarli, ma fino ad un certo punto.

Eppure non è la prima volta che l’Italia viene inghiottita da questioni troppo grandi. Non c’è bisogno di essere grandi storici; basta vivere in Italia. La fine della prima e della seconda guerra mondiale; il muro di Berlino e tangentopoli. Le grandi crisi che hanno fatto svoltare l’Italia sono sempre state seguite da risposte inadeguate: fascismo, prima partitocrazia, seconda partitocrazia. Il grande errore di oggi non è negare la guerra tra civiltà, ma isolarla. La guerra tra civiltà è solo una parte circoscritta di una crisi più ampia che attraversa l’Italia e che non riguarda solo il campo politico-religioso. Il concetto di crisi è l’unico valido per leggere la nostra attualità. Se il governo si rintana nei conventi per architettare il topolino del partito democratico, e l’opposizione fa le cinque giornate contro la riforma delle televisioni, qualcosa non funziona. La pressione sulla società si è fatta insostenibile, i problemi quotidiani sembrano insuperabili. Serpeggia malumore e rassegnazione, con un’indifferenza che questa volta non è più diretta contro la politica, ma contro il sistema. Contemplarsi l’ombelico con tanta passione sembra l’estremo rifugio di una politica che non osa guardare tutto il resto, per non sentire le continue scosse di crisi che fanno tremare ben altro che partiti e televisioni. Siamo in crisi, la politica è in crisi, i partiti non ci capiscono più niente e si limitano a difendere i loro interessi. I politici giocano con squadra e righello a tracciare geometrie e strategie bizantine, inventandosi alleanze, mosse e segnali per smuovere poi lo zero virgola uno. Sì, la politica è di nuovo separata dalla società, ma questa volta non è più possibile distinguere tra mela sana e mela marcia: con o senza la politica, la società si sente profondamente consumata, delusa, sfruttata, malgovernata.

Siamo dunque nel limbo della crisi, ma ogni crisi porta con se rivolgimenti. Le crisi non si ricordano (quasi) mai; si ricorda invece ciò che è venuto dopo. Come dimostra la storia, da ogni crisi l’Italia è uscita comunque trasformata, quasi sempre peggio di prima. Per evitare quindi di ritrovarsi nuovamente in un punto d’arrivo peggiore del punto di partenza, bisogna riconoscere che siamo dentro una crisi, che non è quella dell’Unione o del Libano, ma una crisi generale, cioè una incapacità sistematica di affrontare risolvere i nostri problemi. Ormai i problemi sono così tanti e così aspri che possono essere estinti in un colpo solo, oppure saremo noi ad essere estinti. Il nostro sistema politico ha ormai raggiunto una livello tale di ipertensione e incapacità a gestire ogni crisi che può solamente spezzarsi, piagato com’è dall’oligarchia extra-politica, dallo stallo delle istituzioni e dal malcontento della popolazione. Uno scenario da terzo mondo, da paese caucasico. Dall’Italia all’Italia-stan, paese instabile sull’orlo del tracollo.

L’Italia è il nodo di Gordio che aspetta solo di essere reciso da una spada, una qualunque. Se continuerà a prevalere la mentalità di fissare l’ombelico, emergerà solo chi riuscirà ad estinguere questa marea di problemi. Conterà solo l’effetto finale, cioè una liquefazione della tensione esistente mediante una trasformazione radicale, che avverrà non perché la situazione attuale sia sbagliata o ingiusta, ma perché è insostenibile da questa politica e da questa società.

Un colpo di stato? Un altro uomo della provvidenza? Una rottura dell’ordine costituzionale? Un nuovo ordine? Un nuovo soggetto politico, culturale e mediatico, un attentato o una guerra, un leader carismatico o un movimento di massa, senza troppo riguardo per la democrazia e la libertà? Non vado oltre perché ogni parola scritta sarebbe fantascienza. Ci saranno comunque forti rivolgimenti, perché è la realtà stessa che li sta preparando. La dura realtà di un’Italia di scontenta e depressa, soggiogata da una politica sovraccarica di conflitti e problemi troppo grandi. Basta questo per capire che un cambiamento profondo è ormai questione di tempo.




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25 settembre 2006

La politica per sè


In questi ultimi giorni la politica italiana è stata investita da un’ondata di questioni che ne hanno travolto i delicati equilibri, smascherando la marginalità di quelli che sembravano dilemmi che apparivano insolubili. Il Libano, in cima all’agenda politica e mediatica, ora è addirittura sorpassato dal quotidiano macello di civili iracheni. La politica si è come incattivita, perdendo la sua capacità d’analisi per lasciarsi imbambolare dai problemi del dì per dì. L’altro ieri l’Afghanistan e i conti pubblici, ieri il Libano, oggi Telecom e domani chissà.



Lo scandalo della cornetta e del grande orecchio che spiava i pezzi grossi del jetset italiano ha denudato la fragilità delle istituzioni democratiche e dei loro rappresentanti. Avere accesso alle reti telefoniche consente un potere maggiore che non un posto in parlamento. Per l’ennesima volta, con la coda tra le gambe per i rischi di una caotica fuga di notizie, la politica frettolosamente brucia tutte le schedature – esattamente come facevano gli spioni. Invece di interrogarsi, senza per forza accursari o accusare, la politica preferisce il tampone momentaneo, l’analgesico che isola dal dolore. Insomma arriva uno tsunami e la politica resta impalata, tentando di aprire l’ombrello quando ha già l’acqua al collo. Denudata nella sua volgarissima intimità, la politica vuole tappare lo spioncino. Quello che conta è dunque lanciarsi nella caccia alle conversazioni private che rischiano di finire in prima pagina, alle indiscrezioni, ai piani e agli accordi partoriti in quell’ombra che deve continuare ad avvolgerli. Poi il resto – cioè l’intero continente dei diritti civili e dei confini tra libertà individuale e intervento pubblico – diventa un granello insignificante.

Mentre disperatamente cerca di impedire a queste informazioni di volare in faccia all’opinione pubblica, la politica riscopre il senso della vita con l’appello di Piergiorgio Welby per l’eutanasia, malato terminale di distrofia muscolare, crocefisso sul legno di un’esistenza paralizzata. Napolitano risponde con parole di comprensione e apertura, invitando al dialogo responsabile il governo e il parlamento. I partiti sono presi di sorpresa, come al solito, quando non si tratta di spartizione ma di riflessione. Abbozzano prese di posizione, sbiascicano parole d’ordine e piantano paletti, divieti e precedenze. Dietro si agita la coscienza silente che l’eutanasia sia un ginepraio in cui chiunque cada è certo di uscirne malconcio. L’opposizione può gongolare mentre il governo si ritrova improvvisamente – omaggio della Rosa nel Pugno – anche questa spinosissima grana. Se il fronte del referendum sulla procreazione artificiale riuscisse a ricompattarsi, l’opposizione potrebbe assestare un duro colpo alla maggioranza, e sperare di beneficiare del bonus dell’indulto per uscire prima dai banchi dell’opposizione. Ma perseguire l’unica meta del ritorno al potere domani impone il sacrificio della vita di tutti i Welby di oggi – cioè l’imposizione di una vita che è peggio della morte. Ma siamo sicuri che la politica, questa politica, sia capace di distinguere la vita dalla morte? Forse, basterebbe lasciarlo decidere liberamente ai diretti interessati. Forse.
Il rischio per l’eutanasia è lo stesso rischio di Telecom: che questa politica, sommersa da problemi troppo grandi, pensi solo per sé.




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22 settembre 2006

Mini economia, maxi finanza


Anche gli altri termini che si trovano sul dizionario dei sinonimi e dei contrari sono adatti per rendere la misura microscopica del potere della democrazia italiana – minuta, rimpicciolita, infinitesimale, ridotta. Si può anche impiegare un dizionario di lingue straniere: bonsai, mignon, small-size. Tante parole per indicare una sola realtà.
A restringersi non è soltanto il nucleo della democrazia, cioè la sovranità popolare. E’ anche il potere delle stesse istituzioni: parlamento, governo, autorità di controllo, tutti sono lillipuziani imbambolati a guardare il gigantesco Gulliver del potere finanziario. Ogni previsione sulle difficoltà del governo Prodi, dalle profezie più accalorate fino alle analisi più oggettive, non avevano assolutamente considerato il fattore F, cioè il fattore finanza. Il bello, ma anche il tragico, è che la finanza ufficiale, trasparente, quella che si legge sui listini del Sole24ore, la finanza dei consigli d’amministrazione e dei bilanci, è solo l’imballaggio che contiene tutt’altro che il profitto. Poi, quel libero mercato che dovrebbe essere l’habitat naturale dell’economia si scopre essere niente altro che un giardino zoologico circondato dalle sbarre di una gabbia. Le vere sedi della finanza sono i circoli chiusi frequentati da affaristi-speculatori che controllano i finanzieri. Le vere azioni sono in realtà i debiti che consentono di tenere in pugno – spesso nel pugno di un uomo solo – intere società.



La finanza con la effe maiuscola detiene un tasso di potere che supera oltre ogni comprensibile ed accettabile misura il potere delle istituzioni democratiche. L’Unione che è c’è invischiata e Prodi che c’è dentro fino al collo, incarnano la realtà della democrazia italiana. Una politica senza quattrini è un organismo senza ossigeno, e l’apnea blocca ogni movimento. Non è soltanto il grande capitale che garantisce potere, ma l’uso che viene fatto dei capitali per intervenire direttamente sul potere, ovviamente nell’ombra, con l’occhio indiscreto di una fotocamera o l’orecchio attento a trascrivere ogni parola. Le intercettazioni, già in sé una pratica democraticamente sconcia, si rivelano il mezzo per un fine ancora più squallido: fascicolare, catalogare, schedare i politici. Lo fece il celebre generale De Lorenzo all’epoca della cortina, ma allora c’era almeno lo scudo delle ideologie. Oggi invece anche il più velato pudore scompare di fronte all’opportunità di scavalcare gli avversari.
Ecco, questo è il quadro una volta che lo zoom del microscopio ingrandisce la visuale di questa mini-democrazia e scopre la maxi-finanza. Non c’è bisogno di scandalizzarsi o indegnarsi, finché anche la protesta non sarà quotata in borsa; fare i girotondi è inutile se alla fine gira solo la testa e qualcos’altro che sta più in basso. E poi la sinistra gridava contro Berlusconi e Mediaset perché avrebbero interferito nella democrazia! Che ne pensa Nanni Moretti e il suo misero caimano di fronte al leviatano della finanza di cui la sinistra è solo un tentacolo?




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19 settembre 2006

Prodi chiama, Bertinotti risponde


L’affare Telecom ha focalizzato l’attenzione sulla centralità di Prodi, insolitamente attivo sul versante economico rispetto alla passività che lo caratterizza nella gestione politica. Prodi si conferma dunque molto più abile a gestire i soldi che non i voti. Siamo abituati a vedere Prodi come un politico imbranato, un vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro di D’Alema e Rutelli. Ma le vere qualità del Professore sono fuori dalla politica. Anche l’attivismo economico di Prodi produce infatti ripercussioni politiche, forse ancora più rilevanti.
In primo luogo nessun politico e nessun organo d’informazione sta più parlando della crisi libanese, lasciando così il cospicuo contingente militare italiano in balia di sanguinarie potenze straniere. Tutta la pompa magna con cui è stata celebrata la partenza della squadra navale sembra sia stata smontata come la scenografia di uno spettacolo. Tutto spento, dal multilateralismo alla voglia di esportare il metodo europeo anche ad altri teatri di guerra. E’ dunque evidente che il Libano non serve più come cemento d’emergenza per impedire all’Unione di crollare. I rischi, le minacce, la capacità di reazione politico-istituzionale di fronte ad una crisi reale sono tutti fattori messi tra le parentesi dell’indifferenza.

L’assioma dell’Unione è trovare sempre un baricentro per sostenere tutte le sue componenti e contenerne le spinte centrifughe. Prima erano i conti in rosso, poi il Libano. Ora il nuovo collante è molto più efficace, perché evita alla maggioranza di cadere tra i rovi della politica estera, rafforzando internamente il suo potere. Il vero profitto incassato dall’ingerenza di Prodi su Telecom è la convalida del ferreo asse con Bertinotti. Il presidente della Camera ha anche bisogno di lucidare la sua impeccabile fede comunista dopo l’appannamento della sua partecipazione alla festa dei giovani di A.N.. Un Bertinotti imborghesito rischierebbe di veder intaccato il suo consenso tra il popolo della sinistra estrema. Se poi c’è anche una finanziaria indigesta, allora rispolverare l’argenteria comunista delle nazionalizzazioni offre una boccata d’ossigeno. Se Bertinotti sorride, Prodi è più tranquillo, perché i compagni di Bertinotti formano una solida sponda su cui il premier può giocare sicuro la sua partita finanziaria. In mezzo all’asse portante dell’Unione, i moderati Ds-Dl si sentono sempre più stretti. La loro scomodità deriva dal fallimento del grande salto che stava per compiere la finanza rossa di Consorte e dal successo di “Sant’Intesa”, nonché dal pesante silenzio su Telecom che esprime solo l’arrendevolezza di fronte al Prodi magnate pubblico. Il partito democratico sarebbe la cassaforte in cui Prodi blinderebbe la sua forza economica, ma che farebbe anche scomparire le ambizioni di Ds-Dl a fare il socio di riferimento dell’Unione. Soffia quindi un’aria malsana per i moderati dell’Unione, mentre l’asse Prodi-Bertinotti riscopre nella finanza il suo acciaio: con questa nazionalizzazione “morbida” Prodi si riprende i settori nevralgici dell’economia, lasciando fare a Bertinotti il paladino dell’anti-capitalismo.




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12 settembre 2006

La grande strategia di Berlusconi


Ancora una volta le cassandre che preparavano la bara politica di Berlusconi sono state sbugiardate e nel loro sarcofago ci sono finite loro, le profezie più pessimiste sullo stato di salute del leader. Tracheite o no, Berlusconi è ritornato a compiere il gesto politico più elementare: parlare – e ha parlato di tutto: dal conflitto in Libano a quello sulla Rai, dalla sinistra che brandeggia il conflitto d’interessi a Casini che brandeggia il conflitto sulla leadership del centrodestra. In pochi minuti, nonostante Berlusconi si paragoni a Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore, il leader rivoluziona il dibattito politico aprendo nuove prospettive e disfacendo gli equilibri. E soprattutto presentando una nuova, grande strategia.

Un solo aggettivo è diventato la chiave dell’intervento berlusconiano: inflessibile; ed è un aggettivo che s’accompagna ad un unico sostantivo: opposizione. Due parole, una doppia lama che taglia ogni filo di compromesso, accordo, intesa larga o stretta che sembrava davvero un intervento umanitario per soccorrere questa disastrata maggioranza. Il primo passo della grande strategia è verso un modello di opposizione che non concede sconti alla maggioranza, tanto meno ad una maggioranza che abusa della democrazia come fosse lo scettro del suo dispotismo personale. Se prima l’Unione credeva di avere a suo servizio un’opposizione-materasso, da oggi la realtà mette in fuga ogni illusione.

Il primo rintocco che farà risvegliare la maggioranza dai suoi sogni di potere sarà sulla votazione sulla missione in Libano. Dopo Gubbio l’opposizione non prevede più uno scontato “sì” bipartisan, perché le ambiguità, le incoerenze, i rischi inducono il centrodestra, tranne i separatisti dell’Udc, a giudizi molto più ponderati sulla reale efficacia della missione. A quel punto appare probabile aspettarsi una rabbiosa reazione dell’Unione che, sfogata l’isteria per la scoperta di un’opposizione finalmente conscia del suo ruolo, passerà alle vie di fatto. Giustamente Berlusconi interpreta le manovre egemoniche sulla Rai e la rinnovata minaccia sul conflitto d’interessi come segnali di un inasprimento della maggioranza, per ricattare l’opposizione e indurla ad un atteggiamento più mite. Ma la vera arma dell’Unione non sono i suoi ricatti quanto i suoi alleati, specialmente quelli che si dichiarano suoi nemici a parole, ma nei fatti lavorano per portare l’opposizione tra le braccia della maggioranza. I ripetuti attacchi anti-berlusconiani sferrati dall’Udc hanno avuto l’unico effetto di smascherare le reali intenzioni dei centristi – che non a caso voteranno sul Libano in sintonia con l’Unione.

Il fulcro della grande strategia di Berlusconi per mettere in scacco Casini e la sua intesa con l’Unione è scendere in piazza, organizzando un’imponente manifestazione di dissenso verso questo governo. E’ l’occasione ideale per ritrovare unito il popolo del centrodestra – con grandi conseguenze interne alla coalizione. Sarà come gettare in mezzo alla ferraglia politica un forte magnete: inutile mantenersi fermi in un centro che non esiste; a quel punto restare a casa o restare in mezzo agli italiani sarà la scelta per l’Udc. Gubbio ha rinvigorito Forza Italia perché il suo cuore berlusconiano torna a battere forte. La semina di Gubbio ha sradicato le false certezze con cui la maggioranza cullava i propri sogni di tranquillità, risvegliandosi stordita davanti alle sue contraddizioni.




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7 settembre 2006

Il futuro Berlusconi


Anche quando non può parlare, Berlusconi fa comunque parlare di sé, scatenando sentimenti opposti. In questa estate politicamente sonnolenta per l’Italia, interrotta dalla doccia fredda della guerra in Libano, tutti hanno parlato di Berlusconi – bene o male – e già questo è un dato politico del massimo rilievo.

Per capire la realtà dei fatti, la politica va ribaltata: il temporaneo silenzio di Berlusconi è così rumoroso che nonostante il Medioriente e la finanziaria, ogni discorso politico non può evitare di includerlo tra le sue parole chiave. Per quanto stridente possa risultare col senso comune dei giornali, è la politica che ha bisogno ancora di Berlusconi, e non viceversa. Non sono neppure i milioni di elettori di Forza Italia, ma il sistema politico in quanto tale che presuppongono la presenza di Berlusconi. Senza un forte leader popolare il bipolarismo resta bloccato, e il centrodestra di oggi non ha alternative a Berlusconi. La maggioranza non è auto-sufficiente, e pertanto l’opposizione è chiamata a trascendere il suo ruolo tradizionale per partecipare al governo nei momenti di crisi. Non c’è bisogno di cantare l’apoteosi di Berlusconi, perché, ancora una volta, è la realtà la prova più convincente per dimostrare la centralità di Berlusconi.

Se Berlusconi è uno dei perni della politica, resta anche l’anima di Forza Italia. L’orizzonte che ha davanti a sé il movimento offre numerose opportunità, non solo per ritornare al governo. La riflessione inaugurata da Bondi sulla questione organizzativa va giustamente intrecciata con il profilo culturale e gli obiettivi programmatici di Forza Italia, senza tralasciare il progetto del partito unico del centrodestra. L’effetto più immediato di questo dibattito è trasmettere un segnale di ripresa dopo l’amarezza di una vittoria politica che non è stata accompagnata da una pari vittoria elettorale. Ma è un errore amplificare le responsabilità dirette di Forza Italia e di Berlusconi quando è il puro caso ad aver assegnato al centrodestra un’immeritata sconfitta. Altrimenti si innescano critiche e accuse che distruggono invece di costruire. La stessa proposta di fare un partito non dovrebbe implicare una riforma strutturale dell’attuale modello organizzativo, che in sé rappresenta un unicum assoluto, e dovrebbe anzi essere rafforzato invece che archiviato. Sarebbe ancora più amaro della sconfitta di aprile sacrificare una geniale originalità che ha portato puntualmente Forza Italia oltre il 20% solo perché alle ultime elezioni sono mancati ventimila voti o poco più.

Si capisce dunque perché la politica italiana continui ad esser imperniata anche intorno a Forza Italia, principale partito che ha dimostrato in dodici anni di vita una vitalità inconcepibile secondo i parametri dei vecchi partiti. Dopo decenni di logoramento e immobilismo, Berlusconi e Forza Italia hanno segnato la via del cambiamento; ora stanno segnando la via del futuro, che è molto più difficile.




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22 agosto 2006

Armi e parole


Libano ed Iraq rappresentano i casi tipici per verificare gli effetti sul campo di due modelli opposti di politica internazionale. Da un lato la diplomazia europea che usa la politica per raggiungere qualunque mezzo pur di non usare le armi. Dall’altro lato l’aggressiva politica estera degli Stati Uniti che individuano una crisi e la sterilizzano rapidamente con ogni arma pur di non finire irretiti dalla politica. Uno è migliore dell’altro o uno produce effetti peggiori dell’altro?

La guerra in Libano ha permesso il ritorno in auge della diplomazia in vecchio stile dell’Europa, che accumula pile su pile di protocolli e trattati su cui sono versati fiumi d’inchiostro. Tante parole, pochi fatti: sono i questa è la posizione dei piatti sulla bilancia del potere globale secondo la bizantina mentalità europea. L’Europa fa rinverdire la sua antica vocazione alla politica internazionale come fosse una sottile trama ricamata con il lavorio delle negoziazioni, preferite sempre all’azione diretta. Meglio annodare la trama in complicati orditi pur di non usare l’ago delle armi. Trionfa la mentalità accomodante, che fa tacere le armi per far parlare tutti, anche chi non dovrebbe. E’ la regressione ad una politica estera nuovamente monopolizzata dagli stati nazionali, che sfruttano i circuiti di integrazione europea solo per evitare di urtarsi. Troppo poco dopo mezzo secolo di integrazione.

Questa prospettiva vede come fumo negli occhi il suo opposto, cioè la politica americana di usare le armi per sconfiggere i nemici. Invece di concedere interminabili trattative per trovare un punto comune, anche se spesso immaginario, gli USA usano le armi. L’Iraq è diventato il paradigma della perfezione con cui le armi sono efficaci nel raggiungere scopi militari, quanto sono inefficaci nel soddisfare ragioni politiche. A differenza delle parole, elastiche e adattive, le armi sono intransigenti e presuppongono una volontà poco incline alla comprensione reciproca.

Fin qui le differenze. Ma ci sono anche analogie, specialmente negli effetti. Dove preponderante è il peso della matassa politica, più ingarbugliato diventa l’uso delle armi – vedi Libano. Viceversa quando le armi dominano sulla politica, ecco che la mediazione non può reggersi con la minaccia della violenza, ma richiede la persuasione della politica. Invece le armi coinvolgono altre armi, in una interminabile spirale di violenza. Sia in Libano che in Iraq le armi e la diplomazia non riescono a pensare uno scenario di lungo periodo, restando avviluppate dallo succedersi delle contingenze – pezze per rattoppare qua e là un ordine già lacerato, senza costruirne uno più robusto.

Armi e parole si integrano a vicenda – una banalità che però nell’attuale contesto è improbabile raggiungere. L’Europa approfitta del Libano per rivalersi di una superpotenza americana sempre più invisa alle cancellerie europee, avide di ritagliarsi spazi di prestigio personale. Al di là dell’Atlantico la perspicacia non si è lasciata ingannare da una tregua che appare sempre più un intervallo di riposo tra due fasi del medesimo conflitto regionale, a sua volta agganciato in un conflitto globale.

Ecco il punto finale. Di fronte ad un terrorismo globale non esiste un blocco occidentale. Non a caso il bersaglio preferito dall’islamismo è l’Europa, il fronte più fragile. Se i terroristi usano le armi per attaccare, e non solo per dissuadere, sono le armi la risorsa determinante per sconfiggere il terrorismo islamico. L’Europa e la sua macchinosa diplomazia non ha ancora capito che l’uso delle armi non è automaticamente una violenza, ma potrebbe – è il caso del disarmo di Hezbollah – raggiungere anche scopi politici. Altrimenti le carte degli accordi serviranno soltanto per avvolgere nuovi cadaveri.




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25 luglio 2006

Ecco le vere corporazioni


Uno degli argomenti preferiti
dai sostenitori del governo è accusare di corporativismo le associazioni professionali coinvolte dal decreto Bersani. Tassinari, farmacisti, avvocati e giornalisti formerebbero vere e proprie caste, ermeticamente sigillate verso ogni controllo esterno e tutte impegnate a difendere i propri privilegi, a scapito dell’interesse pubblico. Le corporazioni sarebbero quindi una piaga dell’economia italiana, un parassita della politica e della società, che osano alzare la testa sfidando la sovranità del governo, sollevando pesanti dubbi sulla loro natura democratica. I buoni del governo contro i cattivi delle corporazioni – la rappresentazione sociale è questa.


Peccato però che tale immagine sia vera solo a metà, ed è la metà che riguarda proprio le corporazioni. Che non sono soltanto tassì e panettieri. Il governo, ed in generale la politica, non sono una realtà compatta, ma profondamente frazionata in molteplici centri di potere, non sempre integrati. Qui sembra che il Davide delle piccole e testarde corporazioni sfidi il Golia della politica, dimenticando però che questa volta anche Golia è molto piccolo. Ci sono i partiti, poi il governo e il parlamento con l’opposizione, anch’essa divisa. Vengono poi le “autorità indipendenti” sulle telecomunicazioni, la concorrenza, l’energia, sottratte da un effettivo controllo democratico. E che dire della Banca d’Italia? E di quella super-corporazione che è la magistratura e il suo Olimpo, il Csm? Per non parlare dei sindacati e delle loro innumerevoli ramificazioni che, come pustole, si sono diffuse sul tessuto socio-economico. Spostando l’attenzione ci sono tutti i livelli degli enti locali, a cui il federalismo ha affidato penetranti competenze legislative, facendo di ogni regione un ulteriore fonte di potere, che attira sciami di interessi contrapposti. Si finisce la carrellata delle corporazioni istituzionali con l’Unione Europea e la sua vasta invadenza nelle legislazioni nazionali e regionali. Il parlamento europeo, la commissione, il consiglio, la galassia dei comitati cosa sono se non corporazioni sottoforma di istituzioni politiche? Eppure nessuno si lamenta; anzi l’Europa e il federalismo sono propagandati come progressi liberali della politica. Se non c’è più lo stato leviatano, lo stato moloch, c’è lo stato neo-feudale, che soffre la dispersione della sovranità e dei centri di potere.


E’ ideologico quindi attaccare gli ordini professionali, o le associazioni di categoria, sotto l’accusa di agire da corporazioni quando l’Italia intera ha le mani legate da corporazioni istituzionali, ben più opprimenti di quella dei panificatori. La sovranità della politica è polverizzata; non è più l’arma in mano allo stato per imporre la sua volontà politica con la forza della legge.


Essere malati di corporativismo istituzionale
riflette la naturale tendenza italiana a lasciarsi dominare da oligarchie, allergiche alla competizione democratica e alla conseguente sostituzione. In Italia gli oligarchi si fondono con le poltrone in blocchi marmorei-politici che durano per interi decenni senza essere scalfiti dal cambiamento, dagli scandali, dalle responsabilità. I governi cambiano, le facce anche, ma i comportamenti di fondo restano gli stessi, tutti volti a garantire la conservazione della quota di potere della corporazione istituzionale alla quale si appartiene.  


In un simile contesto
, ha poco senso parlare di alternanza, di ricambio generazionale, di critica sociale. Ha poco senso parlare di liberalizzazioni contro corporazioni di taglia media da parte di un governo di oligarchi, che ha realizzato una spaventosa concentrazione di potere, ed è appoggiato a corporazioni istituzionali intoccabili.




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24 luglio 2006

Chiusi nel localismo


Dai tassinari ai farmacisti
, dagli avvocati ai giornalisti è tutta una sfilata di categorie sociali che esibiscono la propria forza contro il governo. Questa passerella con striscioni minacciosi e facce scure in volto diventa però ridicola quando precede le notizie sulla guerra in Palestina, venendo subito dopo il tema che attanaglia l’intera nazione, cioè calciopoli.


L’Italia si divide nuovamente. Da una parte i liberisti che s’affidano ad un governo sfacciatamente comunista; dall’altra i conservatori che intendono mantenere apparenti privilegi sfidando la sovranità della politica. E’ stupefacente poi che quest’ennesima divisione non corrisponda a nessuna tradizionale divisione politica. E’ piuttosto un conflitto trasversale che divide sia destra che sinistra tra chi difende i tartassati dal governo e chi invece difende i tartassati dalle categorie. Si tratta solo di scegliere la vittima, e la polemica è subito servita.


Ancora una volta, “l’Italia s’è desta” – come gridano a squarciagola i campioni del mondo – in mezzo ad un vespaio di polemiche, che ne avvolgono lo stivale intero staccandolo dal resto del mondo. Che non è una squadra di calcio ma peggio: è Cina, India, Caucaso, Sudest asiatico, America Latina. Ma questo declino, vero e non fasullo come il declinismo della sinistra, non importa a nessuno, meno che mai alla sinistra.  Sta esplodendo un rigurgito di localismo stimolato dal disimpegno internazionale (vedi Iraq e Afghanistan) e maturato nei battibecchi con tassì e farmacie, sfogato poi con Prodi che vuol “facilitare” la pace in Medioriente stando comodamente seduto a Roma.


Intanto l’economia è già finita sottovuoto proprio quando la globalizzazione sta spostando il suo baricentro sotto il peso di giganti affamati di nuovi mercati che espandono la loro ricchezza con la forza di un rullo compressore. Sia la manovra-bis che il Dpef ignorano la competitività, i mercati internazionali, la tutela e la promozione del “made in Italy”, il rilancio della produzione all’estero. Zero. Il lento ritorno all’autarchia economica ci sta fregando rapidamente i vantaggi della globalizzazione. Pazienza, diventeremo una provincia dell’economia mondiale, sperando che qualche colosso estero investa capitali e delocalizzi da noi le sue attività produttive, sempre che il ministro Bersani non arrivi tardi all’accoglienza per colpa dello sciopero dei tassì.


Ma sarà comunque difficile che il mondo investa in Italia trovando un regime fiscale da cappio al collo, contratti di lavoro rigidi come il cemento, un esercito di laureati ma pochi operai qualificati, con i sindacati al governo e il governo impelagato in scaramucce con gli ordini professionali. Arriveranno capitali e capitalisti stranieri, vedranno la situazione e andranno altrove, lasciando la mancia per l’ospitalità e il giro turistico a Piazza di Spagna.


Anche gli spezzoni più amareggiati del centrodestra sono tentati dalla via di fuga localista. Chi pensa di ritornare tra le valli del nord-est, illudendosi di un Lombardo-Veneto secessionista che da solo fa affari per il mondo come un tempo li faceva la repubblica di San Marco, dovrebbe però ridare la corda al suo orologio. Potrebbe scoprire che in un contesto internazionale oscurato dal terrorismo le imprese hanno bisogno di un forte sostegno diplomatico. Non è solo carta bollata, ma un supporto di intelligence, sicurezza, risorse umane che un’impresa non può permettersi di comprare sul mercato, né sperare di trovare in consiglio regionale, dal sindaco o dall’assessore al turismo. Le imprese non possono più muoversi liberamente, dovendo inquadrare i loro progetti di sviluppo nella cornice della politica nazionale. Ma in Italia sappiamo tutti cosa voglia dire per l’economia inquadrasi nella politica.  


La globalizzazione è ormai un treno perso
perché la stessa politica estera si è persa in mediazioni estenuanti che non arrivano a trovare nessun punto fisso. Lo sanno tutti: l’Unione è priva di una visione internazionale della politica. La cecità estera dell’Unione sta facendo brancolare l’Italia nel buio, che si muove a tentoni, rimbalzando bruscamente su tutto ciò che scontra. Non è colpa della tensione permanente tra moderati ed estremisti, ma della mancanza di riferimenti per entrambi. Sia D’Alema che Caruso non sanno a chi guardare all’estero; non hanno punti di riferimento come li aveva Berlusconi con Bush. Un po’ Zapatero (patrono del laicismo), un po’ Chirac (fa rima con via dall’Iraq), un po’ Chavez (fa commuovere l’animo terzomondista di Bertinotti), un po’ Hamas (che ravviva la pietà della sinistra salotto e caviale). Ci sono tutti nei discorsi dell’Unione, ma nessuno di loro è il vero santo protettore.


L’Italia sta diventando economicamente isolata perché il suo governo è politicamente isolato. L’unica cosa in comune tra D’Alema e Caruso è che entrambi sanno di non avere una visione internazionale comune. Ma sanno anche di non poterne fare a meno. L’Unione è come un castrato che rimpiange quegli attributi di cui intendeva fare a meno. Ma si è sbagliato di grosso.




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21 luglio 2006

La sorpresa prima delle vacanze


Forse,
preparando i bagagli per le vacanze, sarebbe meglio ricordarsi anche del certificato elettorale
, in caso ce ne fosse bisogno di fronte alla fine prematura del governo Prodi - non per un colpo di sole, ma per un colpo di testa di otto senatori folgorati dall'esempio di Zidane.

Sulla gracile costipazione del governo Prodi potrebbe abbattersi una tegola così pesante da ridurlo in briciole: il voto al Senato per approvare il decreto legge di rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan. Alla Camera quattro deputati delle frange a sinistra della sinistra estrema hanno defezionato la maggioranza, che comunque si è salvata con il soccorso del centrodestra. Il contraccolpo non è stato quasi percepito, perché le differenze ideologiche e partitiche hanno trovato riparo sotto l'ampio ombrellone dell'interesse nazionale.

Ma al Senato gli otto dissidenti potrebbero assestare un colpo letale alla maggioranza. Prodi può giocare la carta della disperazione ponendo la questione di fiducia, ma sarebbe una reazione estrema che potrebbe far saltare i nervi a questi irriducibili pacifisti, confermandoli nella propria distruttiva ideologia. Dopo tutto, l'Unione paga la scelta di essersi imbarcata questi frammenti di antipolitica, ritrovandosi nella situazione in cui non avrebbe mai dovuto ritrovarsi. E invece no: non hanno fatto niente per prevenire ciò che era inevitabile. Osservando in retrospettiva, la tegola che sta per cadere in testa a Prodi viene da molto lontano, ed è sempre stata ben visibile a tutti. Eppure nessuno, da Bertinotti a Rutelli hanno mosso un dito per proteggersi. Il finale è tragico: un governo sotto sequestro di otto esagitati fondamentalisti della pace. Il prestigio internazionale di Padoa-Schioppa, la scaltrezza di Mastella, il livore di D'Alema, il buonismo di Rutelli sono tutti sotto la minaccia di perfetti sconosciuti in delirio ideologico.

Senza i dissidenti pacifisti premessero il grilletto, la maggioranza non sarebbe più tale. Allora bisognerebbe chiamare il pronto intervento dell'Udc, ben felice, e del centrodestra, meno, per tenere in vita il governo, che a quel punto però entrerebbe in agonia. Ma dall'agonia al decesso il passo è breve: sarebbe subito crisi politica, di quelle serie, che non si risolvono col vertice notturno di maggioranza e un comunicato stampa. L'effetto di soli otto voti contrari risucchierebbe nel baratro l'intera maggioranza.

Per il centrodestra si tratterebbe di tapparsi il naso votando sì al Senato, col conforto che quest'apparente sostegno è finalizzato soltanto ad eliminare l'Unione. Ma dentro al centrodestra non tutti la pensano così. Casini vuole mettere nei guai l'Unione evitando però di porgerle l'estrema unzione: il democristiano approfitta sempre delle disgrazie altrui, ma senza infierire. Berlusconi e il centrodestra vero sperano, in modo più pragmatico, di liberarsi di Prodi e della sua maggioranza, poi si vedrà. Intanto questa divergenza di vedute emergerà soltanto dopo la fine di Prodi. Per ora basta che gli otto senatori tengano duro e il centrodestra faccia la bella figura dell'opposizione istituzionale e responsabile. Al resto, a rompere l'Unione, ci penserà il conteggio dei voti. Neanche in politica la matematica è un'opinione. Per una volta tanto il rientro dalle ferie non sarebbe deprimente.




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11 luglio 2006

E' sempre la prima!


Un, due e tre;
un, due e tre: la politica italiana non fa le piroette col tutù ma conta sul pallottoliere quanti giri ha compiuto nella sua storia
. Dunque, il manuale di storia politica prevede tre differenti epoche: la prima, la seconda e la terza repubblica. La prima sarebbe stata quella nata nel '48 tra democristiani e comunisti, e poi travolta dal caos del '92; la seconda quella nata fulmineamente nel '94 e altrettanto prematuramente morta nel 2006; la terza è un'immagine incorniciata nei sogni dei nostalgici della prima e degli insoddisfatti della seconda.

Storia, attualità e futuro è il tridente su cui è incardinata la politica - o la croce su cui è inchiodato il suo corpo. La metafora non è superflua. Bisogna distinguere tra l'effettivo cambiamento, quello concretamente intervenuto nelle istituzioni, nei partiti e nella leadership, dal cambiamento effimero, che circola sulla lingua dei media, rimanendo però un'atmosfera, una sostanza gassosa che non si solidifica in cambiamento effettivo.

Della prima repubblica, logoro sarcofago che custodiva un potere mummificato, sono scomparse le facce, i nomi e i simboli. Tutti risucchiati dal ciclone Tangentopoli che li ha rispediti nel dimenticatoio - ma a volte ritornano. Tangentopoli non fu altro che una sovversione per vie legali con cui le aule giudiziarie divennero campi di sterminio per la vecchia classe politica. Fu quello il giaciglio in cui covò la convinzione, inseminata dalla disperazione, che qualcosa di nuovo stesse arrivando. Ma la seconda repubblica, precipitata come una saetta al posto giusto nel momento giusto, durò appena un quinto della vita della prima repubblica. Perché? La causa della morte fu omicidio, anzi infanticidio. Non ci fu nessun ventre disposto ad accogliere il feto della seconda repubblica fino al punto di crescerlo, nutrirlo ed educarlo. Nata nella tempesta di un cataclisma politico, se ne andò col vento della discordia.

Prima di parlare della terza, bisogna però investigare sull'assassino e sul movente con cui è stata uccisa la gracile seconda repubblica. Il senso comune incolpa la seconda repubblica di aver fatto fuori la prima. Approfittando degli sconquassi sociali, economici e politici del biennio rosso 1992-1994, arrivano i parvenus e i novatores che fondano la seconda repubblica. Ma fu vera fondazione? Fu vero cambiamento? Non ci fu una nuova assemblea costituente, non cambiarono le regole. Sia all'inizio che alla fine neanche una virgola della costituzione fu cambiata, a parte la sgangherata riforma delle autonomie locali che la sinistra battezzò come federalismo allo stesso modo con cui oggi chiama liberismo il pacchetto Bersani. Un po' poco per dire che era nata la seconda repubblica. Ma soprattutto, la seconda repubblica non poté cambiare la distribuzione del potere, sempre concentrato poderosamente a sinistra, lasciando le istituzioni, anche se controllate dal centrodestra, una scatola vuota.

Ma non poteva essere altrimenti. La crisi della prima repubblica aveva innescato un altro cambiamento, silenzioso, morbido, ma molto più profondo e penetrante. Sfogliamo all'indietro le pagine del calendario. La prima repubblica crollò, è vero, ma soltanto a metà. Si sbriciolò una delle due colonne che la reggevano, quella democristiana. Ma rimase ben in piedi l'altra, quella comunista. Lo spazio per la nascita della seconda fu proprio il vuoto creato, da un lato, dalla colonna democristiana che non c'era più, e dall'altro dalla colonna comunista che non c'era ancora, cioè non aveva ancora conquistato il potere politico. Ecco perché il Pci avviò la sua ristrutturazione in Pds e il Pds-Ds accelerò in modo impressionante la corsa al centro per diventare il perno della coalizione di sinistra prima, e di centrosinistra dopo. Il centrosinistra è il sigillo del potere con cui il comunismo diviene l'unica colonna portante della repubblica. Non ci fu quindi cambiamento, ma solo spostamento del baricentro di potere, dal centro alla sinistra. Le ultime elezioni politiche hanno finalmente concluso questo lungo lavorio di trapanazione degli apparati dello stato che ha permesso al comunismo di insediarsi nelle istituzioni fondendosi con esse.

Strano ma vero: il finale è capovolto. È la prima repubblica che uccide la seconda, perché quest'ultima non è stato altro che una parentesi in cui ha trovato (poco) spazio il governo di centrodestra. Dodici anni sono bastati al comunismo per prendere il potere a viso aperto, e completare così il ciclo vitale della prima repubblica. La seconda repubblica non è mai esistita; è stata solo un intermezzo in un momento di sbando della prima repubblica. Altro che morta! La prima repubblica è viva e vegeta; ha soltanto un cuore nuovo, un cuore rosso al posto di quello bianco. Un cuore da cui dipende la salute dell'intero organismo istituzionale. Il potere comunista è un potere in cui sono confluiti i partiti di sinistra e le istituzioni. Niente più divisioni tra partiti, parlamento e governo che avevano gambizzato la prima repubblica con le pallottole della partitocrazia. Nella prima repubblica rossa i partiti, il governo, il parlamento, gli apparati pubblici centrali e locali sono tutti contenitori della stessa massa di potere. E' una riproduzione in senso pluralista del monismo totalitario tra stato e partito unico, con l'eccezione che adesso il partito unico è sostituito da una pluralità di partiti. Non solo: la fusione tra partiti di sinistra ed istituzioni si riproduce ad ogni livello istituzionale, riducendo qualunque articolazione federalista in una mera distribuzione geografica di un super-potere che è lo stesso ad ogni latitudine.

Se la seconda non era che una parentesi di aggiustamento della prima, la terza repubblica è la seconda che non c'è ancora stata. Inutile divagare leziosamente su riforme costituzionali, accordi bipartisan, inventarsi nuove formule politiche e nuovi equilibri partitici quando l'unico sostegno di questo stato è sempre il comunismo figlio del '48. Qualunque ragionamento sulla terza repubblica deve partire dal presupposto, ineliminabile, che la sua affermazione deve partire dalla negazione del comunismo come unica colonna dello stato. Altrimenti la terza, la quarta, la quinta repubblica restano fantasie.




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5 luglio 2006

Trafitti da finto liberismo, ed è subito notte

Grazie di cuore. Grazie a tutti gli ingenui che non sanno cos'è il liberismo, quindi va bene tutto, e grazie alla bocca buona di chi s'accontenta di un liberismo che non c'è e non può certo esserci nell'Unione, ma per loro fa lo stesso. Grazie per aver dato meriti che l'Unione non merita, e lanciato accuse al centrodestra con più viltà di un giudice di Mani Pulite. Grazia a tutti. Firmato Unione.

Il regalo inaspettato per l'Unione è proprio questo consenso coi fiocchi da parte di elettori che si spellano le mani per applaudire la rivoluzione liberale di Bersani. A parte un dieci per cento di anticonformisti idioti e un buon trenta per cento di idioti puri, la restante parte di questi elettori - forse per il caldo - si sono fulmineamente tolti la casacca azzurra. Hanno visto che l'opposizione non sta facendo molto, anzi niente, e allora si sono sentiti protagonisti nel raccogliere le misere briciole elemosinate dal governo, così accecati dalla povertà culturale e dallo sbandamento morale da scambiare queste briciole per ravioli al sugo. Buon appetito. Già che ci siete, restate nell'Unione e andate a fare espropri proletari con i compagni di Caruso, una passerella di moda con il Sig. Luxuria, qualche legnata ai poliziotti e un calcio ai soldati italiani all'estero. Contenti voi, contenti tutti.

Come dite? Che il governo è questo, e quindi è meglio se accoglie anche istanze liberali. Si superano gli steccati dei partiti, che sono sempre cosa indegna per questi cittadini-modello, e si ragiona sui fatti. Che bel sogno! Perché la realtà è un'altra. La realtà dice che il pacchetto Bersani è un pacco per il libero mercato. Tutt'al più introduce lievi modifiche allo stato delle cose - anni luce dal liberismo. I prezzi restano controllati, arriva il far west della michetta, e il tassì selvaggio. I notai s'incazzano per essere esclusi da facili guadagni e subito Mastella si erge a difensore minacciando Prodi di uscire dal governo. Che Mastella faccia la verginella politica, è un problema suo e di chi ci va insieme. Ma liberismo non vuol dire fare pulizia etnica di categorie professionali. Altrimenti sono colpi bassi, sono atti intimidatori per far capire che bisogna portare rispetto al prepotente. Se no lui ti fa saltare il negozio. La logia è identica.

E ci sarebbe ancora da essere soddisfatti di questi provvedimenti taglia gambe? Il problema è che l'elettore di centrodestra, a parte encomiabili eccezioni, è affetto dalla presunzione di essere la forma più intelligente di elettore - quello che si tiene informato, guarda la realtà e la critica. Vuole prendere il buono e il cattivo della politica. Beato lui. Ma mentre compie quest'opera pia, prende degli svarioni micidiali. Proprio perché della politica non gliene importa troppo, tende ad appiattire le differenze. Dice, l'elettore mediocre: se non lo fanno i nostri, è bene comunque che lo facciano gli altri. Come se sviluppare il libero mercato fosse banale come pigiare un pulsante - lo può fare chiunque, anche un idiota, anche l'Unione. Prima adorano Berlusconi, poi applaudono Prodi. Come se non ci fosse differenza alcuna. Né in caso né nell'altro. Prima la vera grande liberalizzazione di Berlusconi, la riduzione delle tasse, è passata quasi inosservata. C'era anche qualcuno che, storcendo il nasino del purista, la giudicava troppo blanda. Ora invece basta che Bersani parli di liberalizzazione, basta una parola, e subito gli elettori distratti del centrodestra si riscoprono estimatori di Prodi. Cose dell'altro mondo. Al massimo, con questa razza di elettori, si può andare al mare.

Io - e pochi amici che non hanno abboccato all'esca - invece cerchiamo qualcos'altro. Ad esempio capire che una domanda rivolta al proprio partito-schieramento non è una richiesta in carta bollata che può essere soddisfatta da un qualunque impiegato. Gli interessi che il partito rappresenta sono inseriti in culture e posizioni sociali che non possono essere rappresentate da altri partiti. Gli interessi non possono essere trasferiti con disinvoltura da un partito all'altro, per il semplice fatto che ogni partito rappresenta, letteralmente, interessi differenti e divergenti. I partiti e la rappresentanza non può essere intercambiabile. Ma qualche stolto elettore di centrodestra gioca a fare la pallina da tennis che rimbalza a piacimento tra destra e sinistra. E si ritroverà presto senza capire quale sia la sua effettiva rappresentanza politica. Altrimenti questi elettori per cui centrodestra e centrosinistra uguali sono, questi elettori scambisti, farebbero bene ad imparare in fretta le tecniche del clientelismo, perché nel loro piccolo, ragionano con la logica clientelare. Non importa chi, basta che diano quello che voglio. Bella roba.

Se il sistema dei partiti tende ad essere relativamente stabile, vuol dire che le linee di frattura sociale ed economica sono relativamente stabili. E i partiti le riflettono. Se poi ognuno, in un delirio egolatrico, crede di fare gruppo a sé, di essere portatore di vasti interessi sociali guardando ai partiti come stupide colf, è un altro caso, che riguarda più la psichiatria che la politica. L'Unione non si è improvvisamente eretta a paladina liberale, ma abusa del pacchetto Bersani come cassetta di tortura per regolare i suoi conti. Esserne vittima è un problema di tanti, ma addirittura sostenere l'Unione nei suoi affari, è un pericoloso abbaglio. Dare poi addosso al centrodestra che, pur nei suoi errori, ha compiuto una grande liberalizzazione della riduzione delle tasse, facendo aumentare notevolmente il gettito fiscale per soccorrere questo infimo governo, questo è vergognoso.




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