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  Joyce [ Questo blog rivela la sua efficacia contro le patologie tipiche delle ideologie politiche, come ansia elettorale, grave deficit umoristico, stress da obbedienza... ]
         







L'Italia è un paese
di morti che,
per sfortuna,
sono ancora vivi.
























































































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8 giugno 2007

Diamogli il gelato!


Cresce la voglia di leccarlo. Non è il titolo di un film con Rocco Siffredi. Sotto ai pantaloni e alle gonne di palazzo madama si nasconde la pancia, principale attrezzo di lavoro della classe politica italica. E’ dalla pancia che sorge un per includere il gelato nel menù dei nostri senatori. Sì, loro, quelli mummificati che una volta al mese sono tirati fuori dalle bacheche del museo egizio di Torino per dare il voto all’altrettanto mummificato governo Prodi. I senatori sono quelli che rovinano il lavoro dei deputati oppure lo fotocopiano e si prendono lo stipendio d’oro per questo. Proprio loro. Ma questa volta niente guasti del bicameralismo perfetto. La petizione per il cono procede ad alta velocità e riunisce maggioranza e opposizione in un inciucio gastronomico. Tutti a tavola, cioè tutti col gelato in mano. Non solo pancia. Questa volta serve anche la lingua. Normalmente i politici sono abituati a vedere in azione le lingue altrui – adulatori, cacciatori di prebende, gente in carriera o senza altro talento che usare la lingua per lustrare il politico di turno. Invece adesso succede il contrario. Sono i politici ad adoperare la lingua. E che performance! Di fronte ad una succulenta coppetta di gelato artigianale chissà le linguate avide di Mastella, che vuole la coppetta tutta per sé e, visto che il gelato fa bene, perché non azzardare qualche linguata alla coppetta di Berlusconi e a quella di Prodi? Bertinotti invece vorrà socializzare la coppetta e darla al popolo. Maria Antonietta perse la testa per le brioches, ma a Bertinotti taglieranno qualcosa che sta più in basso. Casini darà linguate strettamente al centro della coppetta, mentre Follini partirà da destra per arrivare a sinistra; la Mussolini ingoierà il suo gelato con un’imperiosa linguata; Buttiglione e i teodem si faranno il segno della croce, Marini prima farà la conta dei voti e poi darà la sua leccata bipartisan. Andreotti invece ordinerà un gelato che non si logori troppo per altri cinquant’anni di potere. Mentre gli onorevoli sono indaffarati a mangiare – tanto per cambiare – come sarebbe bello afferrare un cono alla cioccolata e sbatterlo in faccia ad uno di loro, uno qualunque, senza discriminazioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni economiche e sociali. Sarebbe la prima volta che in Italia si applica il principio costituzionale dell’eguaglianza!


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22 maggio 2007

Libano: è davvero utile il tribunale internazionale?

Gli scontri in Libano fanno puntare gli occhi sulla Siria. Le bombe a Beirut e gli scontri armati nel campo profughi di Tripoli vengono associati a manovre siriane per lanciare un chiaro messaggio: istituire un tribunale internazionale per indagare sull’attentato contro il premier libanese Hariri è uno sbaglio. Nel caso in cui gli ammonimenti siriani non fossero ascoltati, la classe dirigente siriana finirebbe sotto inchiesta e, con buone probabilità, condannata. Sarebbe una sentenza dagli effetti dirompenti, perché spoglierebbe della sua legittimità internazionale il governo di Damasco. Un governo con le manette ai polsi difficilmente può continuare a governare i suoi cittadini come se niente fosse. Un “regime-change” a Damasco sarebbe il trionfo del Libano che aspira ad una effettiva indipendenza dal suo invasivo fratello maggiore. Sarebbe anche un duro colpo all’autonomia di Hezbollah, che vedrebbe reciso uno dei suoi due cordoni ombelicali – restando intatto solo quello con Teheran. Ma non ci sono garanzie per scongiurare una “irachizzazione” della Siria che si propagherebbe all’intero Medioriente. Con la sentenza pronta, basterebbe poco a dare la spallata definitiva al vetusto regime siriano. Ma se il giudizio del tribunale è in realtà già scritto, perché provocare uno scontro frontale in cui il collasso della Siria sarebbe l’unica certezza? I nemici di Damasco usano il tribunale come un’arma politica puntata contro la Siria. Ma tra la minaccia di un’arma e il suo effettivo utilizzo c’è un’abissale differenza. Gli stessi sostenitori del tribunale, tanto agguerriti con le loro argomentazioni, dovrebbero essere altrettanto organizzati a respingere la fortissima onda d’urto che la Siria scatenerà quando il suo ruolo sarà quello del “dead man walking”. L’occidente, Israele, il Libano stesso: sono pronti a sostenere l’ipotesi di “regime change” in Siria quando il tribunale emetterà la sua sentenza? Pochi scontri nel campo profughi palestinese stanno mettendo a dura prova l’esercito libanese. Cosa succederà se Hezbollah deciderà di difendere la Siria dalle accuse su Hariri o di imbracciare le armi per difendere lo stesso regime da una crisi internazionale? Quella del tribunale deve essere una arma di persuasione per ottenere una adeguata contropartita politica per sbloccare la crisi interna al Libano e sostenere un governo filo-occidentale in continuità con quello attuale. Altrimenti la logica dello scontro frontale provocherà reazioni a catena che il Libano non è in grado di fronteggiare. Vale più la stabilità oppure la giustizia contro la Siria? Non sempre la coerenza ideologica e i sentimenti idealisti riescono a modellare la realtà. Spesso capita che sia la realtà a conformare le idee – è ora di farlo.




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12 gennaio 2007

Si sono suicidati

Finalmente possiamo conoscere la verità definitiva sulla strage di Ustica. Le 81 vittime morte nel mare di Ustica il 27 giugno 1980 (1980 – non è un errore di battitura) si sono suicidate. E’ l’unica logica conseguenza che si può trarre dalla sentenza della cassazione. Non è colpa di nessuno, se non di un gesto inconsulto di qualche passeggero che ha fatto improvvisamente precipitare l’aereo, assicurandosi che non restino sopravvissuti. Bomba a bordo, guasto tecnico, errore umano, missile. Restano tutte ipotesi irreali. I criminali invece restano senza nome, senza un volto, liberi di vivere e protetti dalle istituzioni. Le vittime continuano: gli 81 morti, le loro famiglie che, come molte altre, hanno visto anche la loro vita stroncata, la politica supina di fronte al potere, la giustizia che non è la verità e la coscienza che la verità resta un segreto. Come sempre la politica resta defilata, lavandosi le mani per cancellare le macchie di sangue. Come si fa a prendere sul serio i magistrati? Non basta tutta la buona volontà e la convinzione che ci deve essere una tutela dei diritti dei cittadini oltre alla tutela del più forte. Per avere giustizia non basta morire.




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3 novembre 2006

Il vero programma del centrodestra


Poche parole, ma di quelle pesanti, che raramente vengono fuori dalle bocche dei politici del centrodestra. Dicono che Prodi sia finito, che sia questione di mesi, se non di settimane. Se Berlusconi si compra, pardon, convince cinque o sei senatori a passare dalla sua parte, allora è fatta. Ma fatto cosa? Quando i festeggiamenti per il crollo dell’Unione saranno finiti, incominceranno i problemi per il centrodestra. E’ pura illusione credere che basti dare una spallata a Prodi per risolvere in un colpo solo i problemi dell’Italia, e che basti tornare al governo perché il centrodestra si trasformi in quello che non è oggi, cioè una coalizione compatta, costituita da partiti solidi, con una leadership legittimata e un grande progetto di governo. I cinque anni in cui Berlusconi è stato sistematicamente boicottato e depotenziato sono un amaro ricordo che può diventare nuovamente realtà, se questo centrodestra non cambia. Il pericolo principale è il ripetersi della mentalità del 2001: basta vincere le elezioni e il buon governo verrà da sé. Errore madornale. Dopo aver vinto le elezioni bisogna riuscire a governare, e governare un paese come l’Italia è un compito difficilissimo, che anche una maxi-maggioranza come quella del 2001 non ha agevolato. Il centrodestra deve capire che per trasformare l’Italia non basta vincere le elezioni, ma è necessario avviare un nuovo ciclo politico, sull’esempio dei Conservatori della Thatcher e dei repubblicani americani, da Reagan a G. W. Bush, o come i laburisti di Blair e i democratici di Clinton. Una legislatura non basta per raddrizzare un paese, neppure in condizioni di stabilità interna ed internazionale. Figurarsi l’Italia. perciò bisogna intervenire per preparare il centrodestra ad una lunga fase di governo, e cioè:

 

1. Definire i confini del centrodestra, cioè chi è dentro e chi è fuori, mediante un patto costitutivo, una “magna carta” tra i suoi alleati, legato alla condivisione di valori e progetti, che implichi anche una necessaria coerenza nelle sedi istituzionali.

2.Risolvere il problema della successione a Berlusconi, problema che comporta la definizione del candidato alle prossime elezioni, lontane o vicine che siano.

3.Risolvere la questione organizzativa di Forza Italia, che resta il partito-perno della coalizione.

4. Rafforzare le fragili leadership dei partiti alleati, dopo che Fini e Bossi non sono in grado di guidare i loro partiti né di controllarne il dissenso interno.

5. Investire su un progetto di governo ad ampio respiro, al di là del volantino elettorale, per riformare definitivamente l’Italia.

 

Sono le spine che continuano a flagellare il centrodestra, ma che continuano ad essere ignorate, perché comportano ingenti costi politici. Bisogna però capire, una volta per tutte, che il costo dell’indifferenza è superiore al costo della sconfitta. Se invece di procedere in questa difficile direzione, il centrodestra sta lì a contare i giorni che mancano alla fine di Prodi, o si lascia prendere la mano dai giochini di potere, potrà anche vincere le prossime elezioni, ma Berlusconi e i suoi alleati si ritroveranno con gli stessi problemi che li tormentavano tra il 2001 e il 2006 – e che hanno mandato in fumo una magnifica occasione storica di rinnovamento. Avanti così e non ci sarà più una seconda occasione.




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31 ottobre 2006

La vera meritocrazia? Rimuovere la classe politica



L’editoriale di Giavazzi sul Corsera di ieri merita subito una battuta fulminante: il merito di Giavazzi, che sta rianimando con scosse elettriche le sonnolente prime pagine, non coincide coi meriti dei giovani. Il professore economico scrive rivolgendosi alla classe politica e non potrebbe fare altrimenti, in quanto lui stesso vi appartiene. Il senso della sua posizione è ineccepibile: l’assenza di meritocrazia scoraggia i migliori e disincentiva gli altri dal rischiare per migliorare il proprio lavoro. Ci ritroviamo così giovani attaccati mani e denti al loro misero posto di lavoro senza intenzione di migliorarlo.

La foto che ha scattato Giavazzi è però sviluppata sulle solite lastre di chi osserva i giovani come si osserva un topolino in una gabbia da laboratorio. Per carità: il ragionamento del professore è impeccabile come un abito da sposa. Però manca di corposità. Se i giovani non amano rischiare sul lavoro, forse è perché il lavoro stesso è un rischio quotidiano, che espone il lavoratore, giovane o anziano, a continui e improvvisi mutamenti, non solo organizzativi ma anche geografici, economici, sociali. Questa forzosa esposizione al rischio lavorativo plasma l’attitudine psicologica al rischio in generale, inducendo a scelte opposte, per privilegiare la sicurezza al solo fine di riequilibrare il rapporto certo-incerto.

Allora meritocrazia. Ma stiamo maneggiando una toccasana o un veleno? Se questa è la realtà, applicare la meritocrazia è un precetto teoricamente vero, moralmente indiscutibile ma realisticamente dubbio. Applicare seriamente ed estesamente criteri meritocratici fa insorgere il dubbio che la meritocrazia serva soprattutto a zittire il brontolio della coscienza di una classe dirigente gerontocratica e impermeabile al ricambio, specie dei giovani. L’esempio più lampante è lo stesso Giavazzi, che non è certo un giovane accademico in cerca di prima cattedra. Quanti sono i ricercatori estromessi dalla casta dominante! Eppure dovrebbe essere proprio l’università il santuario della meritocrazia. Figurarsi il resto. Ma anche fuori dall’università, il movimento non è quello in verticale del salire dei meritevoli verso l’èlite; è invece sempre il solito pendolarismo orizzontale delle stesse facce che migrano tra le stesse posizioni di vertice, ma in differenti ambiti.

Allora se la meritocrazia giace al suo ground zero perché la situazione generale risulta incompatibile, a cosa serve tirare giù dagli scaffali i pregevoli rapporti sui difetti del nostro welfare, come il rapporto di un altro accademico, Paolo Onofri? Rischiano davvero di diventare salviettine umidificate con cui l’èlite, la stessa di sempre, si lava pilatescamente le mani dei problemi che la assediano. 

Il problema è a monte, e quello della meritocrazia è un problema collaterale. La realtà è che le riforme non bastano, non basterebbero in un paese normale per risolvere i problemi di un paese anormale come l’Italia. Diventano poi ridicole se a promuoverle dovrebbe essere (e chi altri?) una classe politica che è essa stessa la causa ultima del problema. E’ come chiedere ad un virus di auto-eliminarsi oppure di provvedere da solo a somministrarsi gli antibiotici.

E’ questa classe politica, a destra come a sinistra, che non è più riformabile, tanto meno applicando regole meritocratiche. Il problema ritorna sempre lì, alle mani che impugnano lo scettro e non lo mollano neppure se c’è la presa della Bastiglia. Ogni discorso, illuminato di teoria come quello di Giavazzi o polveroso di vita come il mio, finiranno sempre con lo schiantarsi sul muro del blocco generazionale. Cambiamo, o fingiamo, di cambiare i meccanismi di reclutamento; il finale non cambia, perché, alla fine, in Italia la meritocrazia e il nepotismo sono sullo stesso piano.

 

p.s. per cortesia e attenzione verso Giavazzi, questo testo è stato inviato anche alla sua email Giavazzi_f@yahoo.com Vediamo se e cosa risponde.




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18 ottobre 2006

Voglio una politica al di là delle tasse


Talvolta è bene chiudere il giornale e riflettere. Confesso che perdo la pazienza dopo la millesima invettiva contro Visco quando mi sto sforzando di denunciare una situazione sociale senza speranza. Ci stanno tagliando le gambe, i signori del palazzo. Non c’è solo una (de)generazione cresciuta senza ideologie e vittima del terrorismo. C’è un orizzonte di vita sociale che sta venendo soffocato da una visione materialista ed economicista della politica. Sparare contro i politici sarebbe inutile; ci sono anche tanti elettori che sbavano ogni volta che Visco parla,  e subito si infilano la mano in tasca – per farsi i conti. La politica, la cultura, la guerra e la pace, la bioetica, le opportunità di vita, il terrorismo, i diritti e le libertà, lo sviluppo, l’ambiente, la famiglia: sono parole vuote se non hanno a che fare con la partita iva?


E' ora di scrivere BASTA grosso come un graffito contro questa mentalità retrograda, materialista, rannicchiata a contare i centesimi e a fare i conti in tasca. Ci rendiamo conto che questa politica ci sta ammazzando le speranze di vita? Non è il portafoglio ad essere svuotato, è la mia speranza, e quella dei giovani come me, di avere una vita dignitosa e completa. E’ la speranza di tanti giovani che sono spremuti ogni giorno  e hanno capito che stanno girando a vuoto, ma continuano lo stesso a farsi spremere perché non c’è alternativa. 
Qualunque critica a questa politica non può dunque essere condotta con la calcolatrice in mano per vedere quanto si paga con le nuove tasse. Altrimenti siamo fregati per sempre. Ci riduciamo a fare i cani di Pavlov. BASTA con questo moralismo fiscale e questa ossessione sulle tasse, sui conti, sul portafoglio diventato un feticcio. La politica non è un registratore di cassa; ma chi lo crede finisce per essere trattato come una banconota. Volete davvero sbarazzarvi di questo formidabile concentrato di potere che è l'Unione armati solo di calcolatrice e dichiarazione dei redditi? Pia illusione. Si è vista la misera figura dei liberi professionisti che hanno diligentemente sfilato a Roma come fosse una passeggiata. Risultato politico? Zero, a parte la figura ridicola imitando le marce dei lavoratori. BASTA con questa incapacità di pensare la politica e di pensarsi politicamente al di fuori della dichiarazione dei redditi. La politica, e la vita, non è fatta di tasse. I lavoratori marciano per la pace, fanno i girotondi, s’incazzano, cercano leader e si organizzano. I liberi professionisti hanno una coscienza politica analfabeta.


Per questa politica i soldi sono solo la punta dell'ice-berg. Per tanti invece sono l'inizio e la fine di ogni ragionamento politico. Così non vedono il vero nucleo del potere, e si fanno fregare. La politica non è solo tasse e finanziaria, è molto altro ancora. Ma qui i paladini del portafoglio stanno zitti perché non hanno parole. Non hanno un progetto politico, una visione del mondo, un'organizzazione sociale, una volontà politica che guardi al di là dei battibecchi di oggi e al di là degli interessi del retrobottega. Non hanno niente di tutto ciò perché non sono in grado di averlo, e non se ne accorgono! Ecco la fregatura.
In quanto giovane vedo davanti a me una classe politica sballata, anagraficamente e ideologicamente. Ma vedo anche elettori e cittadini che fissano gli occhi solo su fisco, tasse e Visco. Di tasse la mia generazione capisce poco, per il semplice fatto che per arrivare a pagare queste benedette o maledette tasse dobbiamo sollevare macigni pesantissimi. Ditemi voi, ditelo ad un giovane di 30 anni: che faccio? Mi compro una calcolatrice?

(trackbacked to http://ideazione.blogspot.com/2006/10/early-weekend-open-must-read-list.html)




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8 settembre 2006

Basta applicare lo statuto


Tutti i discorsi sull’esigenza impellente di trasformare Forza Italia in un partito più robusto, sono diventati un vortice che risucchia il buon senso impedendo di vedere quello che c’è sotto gli occhi.

Oggi a Gubbio si alza il sipario sull’annuale incontro tra i vip di Forza Italia e, nonostante l’assenza clamorosa di Berlusconi, il tema dominante che occupa il gossip è uno solo: (ri)fare un partito o, meglio ancora, rifare la base organizzativa del partito, senza cioè toccare la leadership e i suoi poteri autocratici. Più sedi per tutti, più uffici, più occasioni di partecipare stabilmente alla vita del partito, oltre che guardarne il logo in televisione. Magari arrivare fino ad eleggere il coordinatore del proprio comune. Cose insomma che nessuno dei pochi ed arditi militanti di F.I. ha mai visto in vita sua.

Sarebbe interessante conoscere qualcuno di questi militanti che adesso invocano un partito vero. Sarebbe interessante perché un militante che sia tale non può non sapere che ogni partito politico possiede uno statuto, cioè un documento che dichiara esattamente la natura, i fini, gli organi, le funzioni – insomma lo statuto è come la costituzione: sono le regole fondamentali del partito.

La notizia, che dev’essere davvero una notizia per tanti, è che F.I. ce l’ha eccome il suo statuto. E’ consultabile sul sito internet del partito (http://www.forza-italia.it/speciali/statutoforzaitalia04.pdf). A leggerlo si scoprono informazioni molto istruttive. Ad esempio: la presenza di coordinamenti cittadini, comunali, provinciali e regionali. Ognuno ha il proprio coordinatore, assistito da un comitato. C’è di più: il coordinatore e metà del comitato sono eletti dall’assemblea dei soci. Poi ogni due anni il presidente del movimento viene eletto dal congresso nazionale – ripeto: due anni. Non ogni sei anni, come è accaduto finora. Ciliegina sulla torta: sullo stesso sito si trovano anche i regolamenti per le assemblee locali (http://www.forza-italia.it/notizie/mov_4972.htm), che indicano tutte le procedure necessarie per eleggere dal basso i coordinatori.

Allora, arrivati alle ultime pagine di questo statuto, si scopre che il partito c’è già, almeno sulla carta. Il partito che tutti oggi cercano è già pronto: basta dare realtà allo statuto, invece di lasciarlo ad ammuffire nel cassetto. L’ultima notizia, quasi uno scoop, è che lo statuto è datato 1998, ben sei anni fa. Da allora poco o nulla è stato compiuto per attuarlo, specialmente per quanto riguarda le strutture locali. Non è vero che il modello di partito delineato dallo statuto non funzioni; semplicemente non è mai stato fatto funzionare.

A questa innegabile negligenza si somma l’incoscienza di progettare un partito quando è ancora in vigore questo statuto. Tutte le ipotesi balenate in quest’estate per rifare il partito evidentemente non sapevano che la soluzione c’era già, che il partito c’era già; solo che non era attuato. Oppure ignoravano questa situazione perché la soluzione non è nell’applicazione dello statuto esistente o nella formulazione di uno nuovo. Sarebbe però amaro supporre che forse è più importante fare tante parole per poi non fare nulla.

L’ago che può far scoppiare questa illogica bolla di parole sono i militanti, che rappresentano l’altra bilancia che regge l’equilibrio F.I. insieme a Berlusconi. Sarebbe quindi educativo per i soci e i militanti di F.I. mostrare un concreto segno di maturazione della loro coscienza politica, stracciando queste chiacchiere sul nuovo partito e chiedendo la cosa più razionale e seria, cioè l’applicazione dello statuto esistente. Altrimenti finisce tutto in una burla, che non fa ridere nessuno.




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20 luglio 2006

Neanche con le cannonate






Avviso
ai naviganti del centrodestra già pronti a ritornare al governo: il bollettino politico prevede nuove burrasche. Consiglio: prepararsi ad un nuovo naufragio, mentre l’Unione resterà comunque a galla.

I gufi che in queste ore stanno già assaporando il crollo dell’Unione dovranno ricredersi. Anche se tenuto in piedi da un castello di carte, il centrosinistra si terrà comunque il governo. Anche se una parte della sinistra estrema sia tentata dal dire no al rifinanziamento della missione italiana a Kabul, l’Unione non cadrà. Perché? Intanto perché ci sono i voti dei centristi garantiti da Casini, e poi perché c’è comunque l’intero (si fa per dire) centrodestra che, spinto da cavalleresco sentimento patriottico, voterà sì e salverà il governo. Questo non vuol dire la fine della maggioranza. Per tre grandi motivi.

Primo: se anche i pacifisti lasciassero l’Unione, neanche i razzi degli hezbollah costringerebbero l’Unione a lasciare il governo. Qui c’entra una considerazione di antropologia politica: gli uomini del centrosinistra sono stati battezzati con l’acqua del nichilismo; sono stati allevati e nutriti dal potere fine a se stesso; dispongono di una conoscenza mostruosa delle istituzioni, dei loro ingranaggi e di come usarli a loro vantaggio. Insomma, sono dei professionisti della politica, e ce ne vuole di pressione per costringerli ad alzarsi dalla poltrona. E non sarà certo un voto, un dissenso interno, un mal di pancia temporaneo come questo a buttare via la sudatissima quasi-vittoria del 9-10 aprile 2006, a smontare l’occupazione delle istituzioni, a pensarsi senza potere, cioè senza linfa vitale.

Secondo: ammettiamo che il dissenso pacifista si consolidi in un dissenso politico generalizzato. Che cosa implica? Che la maggioranza resta tale alla Camera ma non al Senato. Ma basta fare campagna acquisti approfittando dei saldi  dell’Udc e il problema si risolve. La maggioranza potrebbe ampliarsi per far entrare Casini, oppure considerarlo un appoggio esterno. Basterebbe che i nuovi arrivati sottoscrivessero qualche spezzone di programma dell’Unione e il gioco è fatto.

Terzo: se queste modifiche producessero scossoni, il centrosinistra avrebbe più centro e meno sinistra. Ma sarebbe sempre centrosinistra, soltanto più equilibrato. La perdita della sinistra estrema, con o senza Bertinotti, non sarebbe quindi una sciagura per l’Unione, e Prodi resta l’uomo al centro tra centro e sinistra. Potrebbe anche essere una fase di rafforzamento.

Chi continua a perderci da questi discorsi è il centrodestra. Forse ripensano al ribaltone del 1994, sperando questa volta nella pena del contrappasso: chi di ribaltone ferisce, di ribaltone perisce. Infatti continuerebbe a perderci Berlusconi, regalando i suoi ex alleati per salvare l’Unione e, forse, renderla più forte. Invece di riprendersi dalle sberle elettorali e dalla confusione interna, il centrodestra continua a gettare iella contro l’Unione, aggrappandosi ai miracoli. Ma ci sono santi in politica?




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30 giugno 2006

Lasciamo fuori l'Udc

Il tempo non manca: il dopo-elezioni è il periodo più propizio per procedere con le pulizie interne, ancora più urgenti dopo le ripetute batoste elettorali. Qualche incrostazione bisognerà pur rimuoverla. Incominciamo dall’Udc.

Non s’intende trovare colpevoli o infliggere condanne, tanto meno fare persecuzioni. Si tratta soltanto di far intendere chiaramente, anche coi fatti, che stare con il centrodestra non vuol dire stare anche con il centrosinistra: o da questa parte o dall’altra. Il problema dell’Udc è che non vede nessuna differenza tra destra e sinistra. Ma il centrodestra vede troppe differenze tra sé e l’Udc. 

Anche in questo clima rovente, viene la pelle d’oca ad immaginarsi cosa sarebbe e cosa potrebbe fare il centrodestra liberato dal peso morto dell’Udc. Ci sarebbe la possibilità concreta di attuare quel liberalismo che i centristi amanti dello stato hanno annacquato in un miscuglio che neanche loro sanno cos’è, perché non gliene importa niente. Basta guardare al passato recente, togliere l’Udc dal governo Berlusconi, e capire al volo quante chances sono state perdute per l’ottuso veto posto sistematicamente dal partito di Follini. Sarebbe la fine con ogni retaggio nostalgico del passato democristiano, statalista e anti-riformista. Lo spirito del ’94 potrebbe tornare a soffiare “liberalmente” sull’Italia, provenendo da un centrodestra più granitico e meno logorato. Per il futuro: se il voto sull’Afghanistan inaugurasse il sostegno esterno dell’Udc all’Unione, allora non resterà che procedere allo sfratto di Casini dalla Casa delle Libertà.

E’ piacevole pensare a ciò che ci potrebbe essere, ma è piacevole anche pensare a ciò che “non” ci potrebbe più essere: Casini che non contraddice più Berlusconi, Follini&Tabacci chiuderebbero la loro premiata ditta specializzata nello sfasciare il centrodestra. Niente più sabotaggio di qualunque riforma perché l’Udc è incollata al passato democristiano; niente più nostalgia del grande, misero centro che per mezzo secolo ha campato da parassita succhiando linfa vitale all’Italia. Ed è solo l’inizio.

Per l’Udc conta solo l’Udc. Per il centrodestra no. Nessun problema, purché si tolgano di mezzo, e vadano a guastare il centrosinistra, facendo l’ultimo (e forse il primo) vero favore al centrodestra.  

Senza tirare calci a nessuno, anche se la stagione del mondiale solletica i piedi, ma aprendo gentilmente la porta d’uscita per poi richiuderla a doppia mandata – per far capire chi tiene le chiavi del centrodestra. Che non è San Pietro, né il Paradiso, ma una normale coalizione di partiti a cui occorre un  livello minimo di coerenza ed un livello un po’ più alto di compattezza interna, per non finire divisi praticamente su tutto.

Cose che succedono sotto il sole della politica: addizioni e sottrazioni sono l’aritmetica di base nei rapporti tra i partiti. Ma qui c’è una differenza abissale rispetto alla sinistra, che potrebbe rivelarsi la carta vincente per il centrodestra e il due di picche per il centrosinistra. Guardiamo l’Unione: ha imbarcato qualunque partito ci fosse da raccattare sulla strada. Tutto e il contrario di tutto. E ora paga lo scotto per questo soprappeso di partiti che paralizzano la sua capacità di prendere decisioni. E’ una lezione di cui il centrodestra dovrebbe far tesoro per non ripetere gli stessi errori della sinistra: alleggerire la coalizione per renderla più forte e autorevole. Lo so: vuol dire muoversi in controtendenza rispetto alla moda italiana del “più siamo, meglio stiamo”. Ma i cinque anni di governo di Berlusconi sono stati “quasi” sprecati per colpa di una coalizione che, pur essendo meno della metà di quella ora al governo, comprendeva un partito, l’Udc, a cui il successo del centrodestra interessava molto meno del suo.

Il trasferimento dell’Udc nell’Unione avrebbe importanti riflessi. Potrebbe spianare la strada ad un vero partito unico del centrodestra che sia soltanto la cintura organizzativa comune a tre partiti (F.I., A.N. e Lega) già fortemente integrati. A quel punto, con un partito unico delle libertà che cresce naturalmente senza più i lacci centristi, anche la questione di dare un’organizzazione partitica a F.I. non si porrebbe più. La successione di Berlusconi sarebbe meno problematica senza i sussulti di Casini.

Sarebbe pedagogico per l’Udc trasferirsi in casa di Prodi per toccare con mano quanto poco spazio la sinistra potrebbe riservare loro, e di quanti ceffoni la sinistra di potere è pronta a cioccare in faccia a chi ha il vizio di fare la prima donna. E’ importante che l’Udc salti il fosso per vedere l’effetto che fa mettere i bastoni tra le ruote a D’Alema o ad un oligarca rosso. Vediamo quanto durano questi centristi nella sinistra e – mentre loro si leccano le ferite – noi, in un centrodestra senza più spine al centro, contiamo i vantaggi.




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