.
Annunci online

  Joyce [ Questo blog rivela la sua efficacia contro le patologie tipiche delle ideologie politiche, come ansia elettorale, grave deficit umoristico, stress da obbedienza... ]
         







L'Italia è un paese
di morti che,
per sfortuna,
sono ancora vivi.
























































































Disclaimer

L'autore dichiara di non essere
responsabile
per i commenti inseriti nei post.
Eventuali commenti dei lettori,
lesivi dell'immagine
o dell'onorabilità di persone
terze, non sono da attribuirsi
all'autore, nemmeno se
il commento viene
espresso in forma anonima
o criptata.

Questo blog non rappresenta
una testata giornalistica
poiché viene aggiornato
senza alcuna periodicità.
Non può pertanto considerarsi
un prodotto editoriale
ai sensi della legge n. 62/2001.


Le immagini pubblicate sono
quasi tutte tratte da internet:
qualora il loro uso violasse
diritti d'autore,
lo si comunichi all'autore
del blog che provvederà
alla loro pronta rimozione.


9 gennaio 2008

Il nucleare farà gelare l'Iran

 

Ricchi e poveri. Un barile di petrolio costa 100 dollari eppure l’Iran, che possiede le riserve di gas naturale più estese al mondo dopo la Russia, è costretto a razionare l’erogazione di riscaldamento per la sua popolazione. Ufficialmente il razionamento è colpa del Turkmenistan che ha interrotto le sue forniture. In realtà l’industria energetica di Teheran soffre di una cronica insufficienza di investimenti e infrastrutture per garantire l’esportazione su grandi volumi. Perciò Teheran è costretta a sua volta a decimare i rifornimenti di gas alla Turchia, il suo più grande importatore attraverso un gasdotto di 2577 km. Case fredde e tasche vuote non è proprio il ritratto di una potenza nucleare. Mentre Ahmadinejad scaglia bellicosi proclami per far tremare le gambe al mondo intero, gli iraniani si ritrovano a battere i denti. Eppure il sottosuolo iraniano contiene 974 trilioni di metri cubi di gas naturale, la metà rispetto ai 1680 trilioni della Russia. Nonostante ciò oltre il 60% delle riserve di gas della teocrazia non è ancora sfruttata. La scaltra dirigenza iraniana ha sfruttato questa inefficienza produttiva come patente di legittimità per avviare il programma nucleare. Trasformando uno svantaggio in vantaggio, l’Iran sfida le potenze globali per dotarsi dell’energia dell’atomo. Ma resta sotto scacco del Turkmenistan o in balia di un qualunque altro guasto tecnico che ostruisca le sottili arterie di distribuzione. Nonostante questo segnale d’allarme rosso la reazione iraniana non sarà diversa dalle precedenti. Gli investimenti nazionali, per non parlare di quelli stranieri, restano chimere. A parte la consistente esposizione di British Petroleum, l’Iran sta coinvolgendo le grandi compagnie statali di Cina, India e Venezuela. La metà delle riserve iraniane è situata nel campo sud di Pars, nell’isola di Lavan, a circa 60 miglia dalla costa, nel Golfo Persico. L’operazione è interamente nelle mani del governo, che prevede di concludere nell’arco di vent’anni un titanico progetto articolato in 25 fasi. Intanto oggi scatta il razionamento.

La lezione russa. Quando il fornitore non può garantire il servizio secondo logiche di mercato, ma la merce è indispensabile per l’acquirente, allora il rapporto economico viene trasformato in un rapporto di forza: chi detiene le risorse comanda e detta il prezzo. Quando l’alternativa è lasciar congelare la popolazione nel gelo invernale, ogni margine di contrattazione svanisce. Come la Turchia ha subito il taglio dei rifornimenti, così l’Iran potrebbe seguire la Russia nella strategia del ricatto energetico. Dopo tutto l’Ucraina è stato un esperimento riuscito: Kiev ha dovuto subire un rialzo del prezzo del gas da 50 a 230 dollari su mille metri cubi. Quindi la cooperazione tra Iran e Russia potrebbe estendersi dal nucleare al gas. Ma su questo secondo binario l’Iran potrebbe deragliare. A differenza della Russia per l’Iran il gas naturale non è merce da esportare, perché serve per uso domestico. Se diventasse una arma geopolitica, Teheran dovrebbe rivedere i suoi programmi d’espansione, a partire dalla costruzione dei nuovi gasdotti. La partita decisiva si gioca sul mercato europeo. Se l’Iran vuole realmente imitare la Russia, sarà costretto ad entrare in concorrenza con Mosca accelerando la costruzione di Nabucco, l’imponente gasdotto che porterà il gas naturale dalla Turchia fino all’Austria. Bruxelles annaspa nei suoi perenni dissensi ma è pronta a scucire sei miliardi di dollari pur di spezzare le catene che la legano al monopolio di Mosca. Però la Russia ha altri piani, che ruotano intorno al gasdotto del Nord Europa, oppure al Blue-Stream, che è una versione più aggressiva perché scorre direttamente dalla Russia senza passare per paesi terzi. Sono entrambi progetti per cementare la dipendenza dell’Europa dal gas russo. L’Iran può scegliere di diventare un protagonista per l’Europa oppure subire l’ombra russa. Ma l’ostinazione nel raggiungere la potenza dell’atomo sta costando a Teheran il sacrificio delle sue risorse energetiche. Ahmadinejad ha bisogno della protezione internazionale di Mosca, della sua tecnologia nucleare e della sua inesauribile offerta di armi – e a Teheran non esiste la controparte iraniana di Gazprom. Il prezzo per gli ayatollah è disperdere il loro patrimonio energetico. Questa debolezza farà sentire freddo all’Iran.



(pubblicato su Ragionpolitica.it)




permalink | inviato da Joyce il 9/1/2008 alle 21:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



3 settembre 2007

Fate la guerra, non fate gli scandali


L’Iran non avrà mai una bomba atomica. E’ questo il messaggio con mittente G. W. Bush, Washington, USA e destinatario M. Ahmadinajad, Teheran, Iran. Davanti alla platea dei veterani dell’esercito americano, il presidente della superpotenza democratica ha intimato l’alt ai sogni di potenza nucleare del presidente della roccaforte teocratica. In questo perfetto esempio della personalizzazione del potere, Bush ha estratto la colt dal suo cinturone per puntarla contro le tentazioni egemoniche di Ahmadinejad. Il senso del discorso di Bush farà inorridire le coscienze pacifiste pulite con la candeggina dell’indifferenza. Ma le cascate di parole e principi umanitari che grondano dal no alla guerra contro l’Iran non possono spostare una virgola della realtà dei fatti. Ha ragione Clint Eastwood inconsapevole filosofo del realismo: “quando devi sparare, spara, e non parlare”. Oggi può mancare davvero poco a quel momento in cui non ci sarà altra scelta all’infuori della scelta obbligata delle armi. Ma aveva ragione anche Bernard Shaw, che di parole se ne intendeva quanto Clint Eastwood di pallottole: la tensione dei muscoli militari subentra come la febbre di fronte ad un’infezione dell’organismo.
Nel giorno in cui Bush non infiamma solo i cuori dei giovanotti di cinquant’anni fa, il suo ministro della giustizia ha issato bandiera bianca su quello che si era trasformato nella Fort Alamo dell’amministrazione repubblicana. Prima era stato il turno di quell’Harry Potter della comunicazione che era Karl Rove, il mago della strategia elettorale che non è riuscito nel miracolo di appendere il ritratto di Bush sulla parete riservata ai grandi presidenti. L’ultima scivolata di questi giorni è il senatore Craig pizzicato a fare sesso nel bagno di un aeroporto. Scoppiati l’estate scorsa con la libidine via email del senatore Foley per il suo giovanissimo assistente, gli scandali sessuali mietono nuove vittime e s’incrociano con le disavventure politiche. Era la trama di un film con Dustin Hoffman (“Sesso e potere”, titolo sempreverde) nei panni di un presidente americano inguaiato da scandali sessuali che s’inventa una finta guerra per dare in pasto all’opinione pubblica un osso da rosicchiare. Valeva nel 1998, quando la pellicola fu girata, per il Clinton del Sexgate. Ma vale anche oggi per il Bush che fa la voce grossa in un momento in cui il suo capitale politico è così intaccato da permettergli soltanto un biglietto d’aereo a Parigi per salutare il suo nuovo amico Sarkozy.
E’ troppo facile usare l’Iran come ricostituente per l’orgoglio ferito dei repubblicani. Ma resta tutta la realtà di una minaccia iraniana che un giorno è affrontata con le strette di mano della diplomazia, e l’altro invece vede vibrare nell’aria il manganello della forza. Per W. Bush il test della prima bomba nucleare iraniana sarebbe una macchia peggiore di quella che fu la rivoluzione khomeinista 1979 per Jimmy Carter. Nell’acquitrino di decadenza ideologica e casino sessuale che è la politica interna americana, la grande politica internazionale finisce a puttane. Non solo per le chances di riacchiappare in autunno la maggioranza al Senato, ma specialmente per il bisogno di sfondare il muro della politica spicciola e far adempiere all’America il suo dovere morale di poliziotto globale. Altrimenti le stellette sui pettorali moralisti dei nipotini di Patton smettono di luccicare. Se l’aria fetida del declino americano si sente fin qui, figurarsi quanto sono felici a Teheran.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Iran Ahmadinejad Bush Rove Foley

permalink | inviato da Joyce il 3/9/2007 alle 9:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa



7 giugno 2007

Ciak si gira! La Turchia invade l'Iraq


Se la seconda guerra mondiale scoppiò per una farsa inscenata il 31 agosto 1939 da tedeschi travestiti con uniformi polacche che incitavano all’aggressione contro la Germania, perché un’altra sceneggiata non potrebbe scatenare un’incursione della Turchia in Iraq? E’ una lettura maliziosa, ma è anche quella che mette in fila gli avvenimenti facendo filare il ragionamento. Il primo ciak scatta con una raffica di attentati sia ad Ankara che al confine con l’Iraq. Vittime civili e militari spargono il panico sociale contro l’irredentismo curdo, preliminare necessario per accendere la brace del sentimento patriottico. Poi la messinscena prosegue con lo sciovinismo dell’esercito sul confine iracheno, con i militari che stanno flettendo i muscoli per esibirne la forza. Infine il classico incidente di frontiera, con il PKK che uccide sette soldati in una postazione di confine. In tempismo perfetto con le parole del ministro degli esteri turco, che rinfaccia all’Ue il sacrosanto diritto di Ankara ad ogni opzione per difendersi dalla minaccia curda. L’effetto speciale che il regista turco cerca di realizzare è fissare gli occhi sulla questione curda, come se nient’altro esistesse. E le prossime elezioni parlamentari? E il referendum per approvare la riforma costituzionale per l’elezione diretta del capo dello stato? E la ripresa dei negoziati con Bruxelles, quando il negoziatore turco afferma che la Turchia deve scegliere tra Europa e Terzo Mondo? Da quest'ottica il problema del Kurdistan si rimpicciolisce - anzi: diventa un ottimo diversivo. Non è facile ricordarsi l’ultima volta che la Turchia ha usato la forza militare fuori dai suoi confini. Allora è evidente che per smuovere il gigantesco apparato bellico la scintilla non può arrivare dalle montagne curde, ma deve scoccare all’interno dei centri decisionali. Il film è appena iniziato. 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Turchia Kurdistan Iraq

permalink | inviato da Joyce il 7/6/2007 alle 9:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



5 giugno 2007

Al-Qaeda nel Mediterraneo

Le notizie che scorrono sulla striscia informativa dei network globali hanno scoperto una nuova località della mappa geopolitica: Ain al-Hilweh. E’ il nome del campo profughi palestinese più grande in territorio libanese, nella periferia portuale della città di Sidone, terzo centro urbano del Libano. Mentre l’esercito di Beirut era sul punto di riportare il suo controllo sull’altro campo profughi, quello di Nahr al-Bared, ecco che improvvisamente sbuca fuori un altro gruppo terrorista che imbraccia le armi in un altro campo – che è quello più popoloso. Il virus di al-Qaeda sulle sponde del Mediterraneo si sta diffondendo nell’area più instabile dopo l’Iraq. Non è solo il Libano, perché il paese dei cedri è inserito in un sistema geopolitico ad altissima tensione formato da Israele, Palestina e Libano. Non solo è soltanto questione di geografia: i tre paesi sono il crocevia di uno sciame di forze che operano sullo stesso, esiguo territorio ma sono contraddistinte da identità e scopi fortemente eterogenei. Nel campo di Ain al-Hilweh si è attivato il gruppo di Jund al-Sham. Fu fondato da palestinesi e siriani sotto l’egida di al-Zarqawi e i fondi di al-Qaeda. Ma la sua patria non è il Libano, ma l’Afghanistan. Dal 1999 ad oggi il curriculum di Jund al-Sham è ingrassato di numerosi attentati, che in Libano uccisero un elemento di Hezbollah. E’ proprio nel campo di Ain al-Hinweh che nascono gli scontri contro Fatah. Gli scontri al campo di Nahr al-Bared si stanno trasformando da una questione circoscritta a livello locale in una questione nazionale. Nord e Sud del Libano sono coinvolti dal problema della sicurezza nei campi profughi palestinesi, buchi neri che si sono riaperti e minacciano di inghiottire Beirut. E’ l’obiettivo di al-Qaeda, che ha messo radici in Libano per destabilizzarlo. Ma per conseguire questo obiettivo al-Qaeda sta diventando un giocatore che partecipa alla partita interna. Il suo riferimento obbligato è Hezbollah, ma il dilemma ancora da sciogliere è: cosa accadrà quando toccherà al partito di Dio finire sotto attacco? Una guerra di religione tra estremisti? Purtroppo il gioco delle ipotesi è un lusso che il Libano non può permettersi.




permalink | inviato da il 5/6/2007 alle 10:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



4 giugno 2007

Spie come loro?

Un pacifista iraniano residente in California dove lavora per il Center for Citizen Peacebuilding, un sociologo dello sviluppo urbano per la Fondazione Soros, una studiosa dell’istituto Woodrow Wilson e una giornalista di Radio Free Europe sarebbero i fantastici quattro agenti segreti al soldo del demoniaco “dabliu” Bush per rovesciare la teocrazia iraniana e salvare il mondo dall’incombente olocausto nucleare. Non è una barzelletta. I quattro iraniani sono stati arrestati, privati del passaporto e sottoposti a continui interrogatori. Uno dei quattro, la studiosa del Woodrow Wilson Institute, 67 anni, in visita alla madre di 93 anni, è già stata incarcerata nello stesso penitenziario in cui nel 2003 per tre settimane venne torturata, stuprata e uccisa Zahra Kazemi, fotoreporter canadese che osò scattare foto proprio dinnanzi al carcere. Oltre all’età avanzata, l’unico denominatore comune è il loro impegno intellettuale e civile contro il regime teocratico. Ecco la colpa: costruire ponti per scavalcare i muri dell’incomprensione. Se poi le spie sono iraniani che vivono in America, la colpa si raddoppia. Amnesty International e Human Rights Watch si sono attivati per la loro liberazione, mentre il governo americano continua, invano, a chiederne il rilascio. Teheran replica accusando gli Usa di fomentare lo sviluppo di una rete spionistica per sovvertire il governo. L’Iran non desiste dalla strategia degli arresti che sono poi rapimenti legalizzati. Dopo i marinai inglesi, ora tocca agli studiosi americani. L'Iran è sempre alla ricerca di una merce di scambio per intralciare i negoziati sul suo programma nucleare e trasferire la contesa sull'unico piano che permette a Teheran di proseguire nella sua sfida: la minaccia della guerra. Cosa c'è di meglio di quattro inermi studiosi? Certamente i libri e le conferenze accademiche sono un’arma letale per tramortire chiunque entro cinque minuti. Ma in una dittatura il libero pensiero può essere davvero una forza sovversiva, specialmente quando la popolazione subisce una detenzione collettiva che la spoglia della sua stessa coscienza. Colpa della religione? No, colpa del potere che abusa della religione, del denaro, della libertà – tutte vittime, insieme agli ostaggi.




permalink | inviato da il 4/6/2007 alle 9:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



28 maggio 2007

Più bombe per tutti

Se fossimo in Italia, sarebbe lo slogan perfetto. Ma se scattasse davvero la corsa al nucleare per trasformare l’intero Medioriente in una grande centrale atomica, più bombe per tutti vorrebbe dire anche più insicurezza per tutto il pianeta. La facilità con cui uno stato “canaglia” come l’Iran sta fabbricando la sua catena di montaggio per produrre energia nucleare sta spronando anche gli altri partner regionali a corteggiare l’idea di impiantare altre catene di montaggio. Giordania, Egitto, Yemen, Arabia Saudita e altri stati nordafricani stanno consultando l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, quella ripetutamente sbeffeggiata dall’Iran. Un team di esperti dell’IAEA ha appena concluso un round di consultazioni con i paesi aderenti al Consiglio del Golfo Persico. Anche tra le capitali dei principali esportatori di petrolio inizia a echeggiare il tema delle nuove risorse energetiche necessarie per sostituire quelle attuali in via di estinzione, soprattutto per produrre energia elettrica e impianti per la dissalazione. Se la teocrazia sciita dimostra l’abilità di tenere in scacco Nazioni Unite, Usa, Ue, Russia e Cina e nel contempo mette in moto il suo ciclo produttivo, perché potenze del rango di Egitto e Arabia Saudita devono fare le belle statuine? Tuttavia il potenziale offensivo di una diffusa presenza nucleare nel Medioriente potrebbe diminuire sviluppando un programma comune coordinato con le istituzioni internazionali. E’ la strategia che ha adottato il Consiglio del Golfo Persico. Anche se con la museruola imposta dalla comunità internazionale il nucleare nel Golfo Persico sarebbe una via parallela per riequilibrare l’Iran – anche se ciò alimenta la cronica mancanza di una leadership regionale capace di esercitare una egemonia stabilizzante sull’intera regione. La cooperazione regionale è però una minuscola chiazza luminosa nel buio pesto dell’instabilità. Più bombe per tutti vuol dire anche bombe per al-Qaeda. Non potendo disporre di uno stato ospitante o di un territorio sotto diretto controllo, la multinazionale del terrore islamico deve acquisire un’arma nucleare già funzionante. In questo caso lo scenario si fa catastrofico, perché il tira e molla nei negoziati con l’Iran sarebbe compresso in una brevissima parentesi cronologica che separa l’acquisizione dell’ordigno dal suo utilizzo. Niente diplomazia, niente sanzioni; soltanto intelligence e difesa per scongiurare un 9/11 nucleare. Non è detto quindi che il nucleare maneggiato dagli arabi sia sempre e soltanto una calamità per l’intero genere umano. Dipende dalle mani.




permalink | inviato da il 28/5/2007 alle 9:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



21 maggio 2007

Velo sì, bikini no: arriva la Turchia islamizzata

Il vento che soffia sui Dardanelli sta sollevando un cattivo odore per i difensori della laicità dello stato turco. Mentre ad Ankara si festeggia l’anniversario della guerra di liberazione con cui Ataturk fondò la Turchia secolarizzata, il sindaco di Istanbul, la più grande città turca, ha proibito ai grandi centri commerciali di esporre cartelloni i pubblicitari di costumi da bagno sulle vetrate prospicienti le strade. Le pubblicità non ritraggono altro che provocanti modelle in bikini, un marketing decisamente convenzionale e scialbo per i palati occidentali – ma basta e avanza per scatenare l’inquisizione islamica che sembra ispirare l’amministrazione cittadina del sindaco Kadir Topbas. Ai centri commerciali era stato imposto di richiedere una fantomatica autorizzazione alle autorità comunali, salvo poi respingere la domanda una volta presentata. Curiosa la reazione di Faruk Yanagan, portavoce dell’amministrazione: “siamo preoccupati per l’estetica della città, perché Istanbul dopo tutto resta una città storica e dobbiamo assicurarci che i cartelloni pubblicitari siano collocati nei luoghi più adatti al loro scopo”. Ma le case produttrici di indumenti balneari non mollano. Promettono di esporre cartelloni privi di nudità, ma in cui candidi ortaggi come melanzane e cocomeri sono accostati con esplicita malizia. Forse l’eros islamico predilige i simboli fallici maschili facendo chiudere un occhio agli inquisitori. La Turchia sotto scorta armata dell’esercito è una realtà. Ma come sarà la Turchia sotto il velo islamico? L’immaginazione non fa troppa fatica se guarda ad Istanbul che è governata dal partito filo-islamico al governo del paese. Il divieto sulla pubblicità moralmente offensiva potrebbe essere l’assaggio del boccone che i turchi stanno per ingoiare quando eleggeranno parlamento e presidente della repubblica. Il vento sui Dardanelli sta facendo alzare il velo islamico – per ora sui cartelloni. Domani?




permalink | inviato da il 21/5/2007 alle 10:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa



14 maggio 2007

Il suicidio dei palestinesi

Punto e a capo. Il finale dell’ennesima puntata quotidiana di omicidi incrociati tra le due fazioni al potere in Palestina si conclude con la replica della solita tregua. Prima le scariche di fuoco per abbattere leaders e militanti dei gruppi armati, giusto per far capire che le armi restano il vero scettro del potere a Gaza. Quando i caricatori si sono esauriti, allora scatta la tregua mediata dagli arbitri egiziani, che vale giusto il tempo di procurarsi nuove munizioni e scegliere nuovi bersagli. La dirigenza palestinese non riesce a governare la Palestina perché non riesce a governare se stessa. E’ inutile confinare la violenza urbana a fenomeno esterno alla politica. L’eruzione di omicidi tra fazioni è la conseguenza del rifiuto politico di approvare una adeguata legge sulla sicurezza. Solo pochi giorni prima degli scontri il presidente Abbas aveva concordato col premier Haniya e il ministro del’interno al-Qawasmi l’attuazione del piano per la sicurezza interna. I primi risultati sono racchiusi nelle bare. L’unica razionalità che guida le due fazioni al potere è la lotta per l’annientamento di ogni nemico – dove il nemico è chiunque non condivida identità e obiettivi. Meglio spargere il proprio sangue in un’interminabile lotta intestina piuttosto che coagularne le energie per fronteggiare Israele. Queste orde di barbari armati di munizioni e odio saranno i padri fondatori dello stato palestinese? La violenza tra le bande di Gaza è il suicidio della nuova generazione di politici, rispetto ai quali i capi storici possono rappresentare ancora oggi un’alternativa più affidabile perché hanno capito che l’annientamento del nemico produce solo il proprio auto-annientamento. Le ultime briciole di legittimità internazionale rimaste al governo palestinese sono spazzate via dalle raffiche dei proiettili. La più timida ambizione ad abbozzare sul calendario una tabella di marcia per il processo di pace sparisce nel mondo dei desideri – proprio nel giorno in cui il ministro degli esteri israeliano Livni intravede la possibilità di un ritiro dalla Cisgiordania. Parole pesanti, ma non quanto il piombo dei proiettili che hanno perforato il nuovo progetto di pace. Sia Israele che la Palestina sono colpite da profonde crisi interne. L’unico vantaggio è che nessuno dei due competitori è in grado di danneggiare seriamente l’altro. Sempre pochi giorni prima i palestinesi avevano scagliato minacce di morte contro un’eventuale incursione israeliana a Gaza. Di fronte agli ultimi scontri, quelle minacce si riducono a sibili di vento – come la credibilità della leadership palestinese. 




permalink | inviato da il 14/5/2007 alle 17:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa



11 maggio 2007

I cristiani scacciati dall'Iraq

La vita o la fede – questo è l’ultimatum imposto dagli estremisti iracheni, sia sunniti che sciiti, alle comunità cristiane in Iraq per costringerle alla conversione oppure all’emigrazione. I cristiani iracheni sono sprovvisti di una propria milizia armata, di forti tutele politiche e di un appoggio internazionale. Esposti a questo stato di inferiorità, la confisca della casa e dei beni, minacce, violenze e attentati diventano la croce che devono portare i cristiani iracheni da quando è crollato il regime baathista. A Baghdad si trova la comunità più bersagliata da questa pulizia etnica, che ha spinto metà della popolazione cristiana della capitale a riparare nel Kurdistan iracheno, nella città di Ankawa, un gigantesco sobborgo di Arbil, che sta patendo una sovrapopolazione di cristiani caldei e assiri. Altrimenti non resta che emigrare in Siria e in Giordania. Un terzo dei quasi due milioni di profughi iracheni sono cristiani. La comunità assira, discendente dell’antichissima civiltà mesopotamica che fu la prima a convertirsi al cristianesimo, è a rischio di estinzione. E’ la ferma denuncia di Padre Bashar Warda, neo rettore del seminario maggiore di S. Pietro, anch'egli costretto a rifugiarsi ad Ankawa. Come lui anche il Patriarca caldeo, Emanuele III Delly, ha accusato sia le autorità interne per la loro criminale indifferenza, sia le truppe straniere che usurpano i luoghi di fede. La drammaticità della condizione dei cristiani ha accelerato la maturazione di una coscienza politica che si è espressa nella conferenza di Arbil, da cui i cristiani iracheni hanno formalizzato la richiesta di ottenere l’autonomia per la regione delle pianure di Nineveh, nel nord-est del Kurdistan iracheno, antica patria degli assiri e ora a predominanza cristiana. Ma la classe dirigente irachena continua a dimostrarsi insensibile alle grida d’aiuto lanciate dai cristiani, degradati a pariah indegni di appartenere alla comunità nazionale. Nell’Iraq che brucia per la febbre religiosa non c’è più posto per i credenti in Dio.




permalink | inviato da il 11/5/2007 alle 10:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



10 maggio 2007

Il Pakistan dei paradossi

Un presidente della corte costituzionale viene sospeso perché indaga sulla sparizione di migliaia di cittadini; un presidente della repubblica lotta contro il terrorismo globale ma ne è succube all’interno; migliaia di fedeli musulmani marciano contro una dittatura ammantata da democrazia, mentre un’opposizione liberale preme per ritornare dall’esilio all’estero ma resta macchiata dagli scandali. Scorrendo i titoli di queste notizie pare inverosimile che siano tutte provenienti da un unico paese. Ma il Pakistan è anche questo: una perfetta sintesi di contraddizioni.
Solo poche settimane fa la roccaforte più integralista dell’islamismo, la madrasa di Hafsa, è riuscita a piegare il presidente Musharraf guadagnando un’inaccettabile soglia di tolleranza per le proprie politiche aggressive, una tolleranza che praticamente equivale ad un’impunità. Possono quindi andare avanti i frequenti episodi di intolleranza verso i più elementari costumi occidentali, come i cd musicali che finiscono spesso bruciati in roghi pubblici. Lo stesso accade per i commercianti di elettrodomestici e abbigliamento si stile occidentale, per non parlare delle donne che osano circolare senza velo. Se il governo credeva di aver guadagnato in termini di sicurezza interna, ha sbagliato i suoi calcoli. L’industria degli attentati gira a ritmo continuo sferrando attacchi anche contro pezzi grossi del governo, come il ministro dell’interno, che ha rischiato la vita lo scorso 28 aprile cavandosela con qualche graffio. Questo è il Pakistan di oggi.
Mentre alla luce del sole si accendono nuovi focolai di estremismo religioso senza che l’autorità pubblica ritenga utile estinguerli, si formano enormi catene umane per sostenere il presidente della corte costituzionale recentemente destituito da Musharraf. Lo spirito delle leggi, direbbe Montesquieu, non ha ancora lasciato il corpo civile del Pakistan. Il senso dei diritti civili non è ancora stato soffocato dall’integralismo islamico. Il giudice Chaudhry non si era fermato davanti a inchieste che stavano pericolosamente mettendo a nudo le responsabilità dell’esecutivo in numerosi casi di corruzione e di violazione dei diritti umani, in concomitanza alla scomparsa di centinaia di pakistani poi ritrovati a scontare pene per presunte affiliazioni terroristiche. Non è un caso che prima della sua forzosa sospensione, il giudice Chaudhry era impegnato a valutare la legalità della candidatura di Musharraf per il secondo mandato e della validità dei diplomi rilasciati dalle madrase.
Il nodo a cui giungono tutti questi fili è uno solo e non cambia: il presidente. Da un lato Musharraf è essenziale per offrire agli occidentali l’avamposto più efficace per condurre la guerra in Afghanistan. Senza il Pakistan l’Afghanistan è perso, sia dagli occidentali, sia da Karzai. Ma senza Musharraf lo stesso Pakistan finirebbe inghiottito nelle fauci dell’islamismo talebano. La questione è molto più drammatica di come appaia fuori dal Pakistan, perché la talebanizzazione è già una realtà che sta logorando il Pakistan al suo interno. Lo dimostra lo strapotere delle moschee e delle madrase. Senza Musharraf gli estremisti potrebbero prendere il sopravvento, anche perché l’opposizione non costituisce una solida alternativa e non gode di notevole prestigio. In autunno il Pakistan non eleggerà soltanto il suo nuovo presidente. Saluterà anche il secondo tempo della semi-dittatura di Musharraf oppure l’inizio di una nuova fase di instabilità, sia che prevalga la democrazia o i suoi nemici. Musharraf al secondo mandato alzerebbe una muraglia alla deriva integralista – ma anche allo sviluppo democratico. Una vera democrazia o una democrazia col velo getterebbero il paese nello sbando. Ancora una volta gli opposti si incontrano in Pakistan.

(pubblicato su Ragionpolitica)




permalink | inviato da il 10/5/2007 alle 14:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



9 maggio 2007

La partita con l'Iran

L'Iran si prepara a ricevere il terzo colpo delle nuove sanzioni economiche per convincere a fermare l'arricchimento dell'uranio dopo aver ignorato l'amichevole mediazione di Solana. Intanto l'adesione della teocrazia al Tratto di Non Proliferazione Nucleare lancia un doppio segnale: sì al nucleare e no alle armi nucleari. E' il doppiogioco di Ahmadinejad, che mette sul piatto della bilancia di potere anche una drammatica crisi economica. L'Onu è pronto a giocare questa partita? Quando la penna della diplomazia non è persuasiva, tocca alla muscolatura della politica far intendere i rapporti di forza. Se l’Iran non si decide ad interrompere il processo di arricchimento dell’uranio per alimentare la sua nascente industria nucleare, allora non è escluso il ricorso alle armi per spegnere definitivamente gli impianti iraniani e ogni sogno di potenza nucleare di Ahmadinejad. Dopo due successivi livelli di sanzioni, il terzo potrebbe seriamente colpire seriamente questo lacerato tessuto economico. Sarebbe una spinta per pompare ulteriormente la pressione del dissenso sociale, che già si scontra quotidianamente contro la moralizzazione islamica imposta con la violenza. Eppure l’Iran ha appena lanciato un segnale concreto aderendo, dopo puntigliose trattative sulle opzioni lessicali, all’agenda dell’Onu per verificare il rispetto del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare. Essere pronti a rispettare le regole è come aver iscritto l’Iran al club dei paesi nucleari. Un altro doppio messaggio di Ahmadinejad che mantiene intatta la sua formale ambiguità per conservare intatta quella dei suoi interlocutori, scaricando interamente su di loro la responsabilità per le sanzioni che aggraveranno ancora più l’intera situazione. Nella riunione del G8 a Berlino, i cinque paesi membri permanenti del consiglio di sicurezza dell’Onu, insieme alla Germania, che presiede attualmente il G8, stanno predisponendo un terzo giro di vite contro l’Iran qualora la teocrazia sciita non desista dalla corsa all’energia dell’atomo. Finora Teheran non accenna a frenare – come riferito dal rappresentante della politica estera europea Solana dopo un colloquio diretto col presidente iraniano. La spiegazione, cioè l’alibi, non cambia mai: l’energia nucleare serve ad incrementare l’esportazione di petrolio e gas naturale. Da un’angolatura strettamente economica, Teheran sta affogando in una crisi che regala soltanto un’inflazione al 18% e una disoccupazione al 30%, nonostante il rialzo del prezzo del petrolio abbia versato nelle casse dello stato 100 milioni di dollari di introiti ogni giorno. L’algebra con cui Ahmadinejad voleva distribuire ad ogni famiglia iraniana i proventi dell’industria petrolifera si è dimostrata sbagliata. Se i conti non tornano sul bilancio, risultano corretti dal punto di vista politico, perché confermano il teorema di Ahmadinejad: porre il divieto al nucleare iraniano significa inchiodare l’Iran in una rapida quanto devastante crisi economica e sociale. Oltre ad esportare petrolio, l’Iran potrebbe iniziare anche l’esportazione dell’instabilità che, nel Medioriente, è una merce con una grande offerta ma una scarsissima domanda. Un Iran senza nucleare ma in preda al disordine? E’ l’azzardo con cui Ahmadinejad sta tenendo sotto scacco il mondo.




permalink | inviato da il 9/5/2007 alle 12:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa



7 marzo 2007

L'inizio di una brutta storia

L’ultima arriva un paio d’ore fa: l’ambasciata italiana a Riad, in Arabia Saudita, è stata formalmente allertata per il rischio di probabili attacchi anche nelle aree urbane, oltre che extraurbane, secondo quanto un precedente comunicato si era rivolto ai cittadini francesi dopo l’attacco dello scorso 26 febbraio che ha ucciso quattro francesi. Che strano tempismo. La nostra ambasciata a Riad aveva organizzato per il prossimo 22 marzo, nel quartirere diplomatico di Riad, una serata di celebrazioni e rilancio dell’immagine dell’Italia e dell’associazionismo italiano in terra saudita. L’avviso di un ripetersi di nuovi attentati contro gli stranieri arriva come una gelata nella tiepida primavera. Oltre alla carneficina, il terrorismo persegue il fine di costruire muri per isolare, separare, segregare seminando diffidenza e indifferenza. Ma il warning a Riad non è l’unico. Gli italiani sono nel mirino anche in Libano. E’ quasi passata inosservata la notizia del ritrovamento di un sofisticato ordigno esplosivo in un campo di profughi palestinesi nei pressi di Tiro. La località libanese è divenuta negli ultimi mesi il centro di raccolta dei guerriglieri islamici radunati da al-Qaeda. Oltre all’arresto di ventuno militanti accusati di appartenere all’internazionale del terrore islamico, l’intelligence e la polizia libanese hanno ritrovato esplosivo con un detonatore programmabile. Oltre ad Hezbollah, anche al-Qaeda sembra aver messo radici in Libano e, come il partito sciita di Dio, è pronta ad aprire un altro fronte di guerra. Sciiti e sunniti, oriazi e curiazi, convivono pacificamente pur di fare la guerra all’occidente. Miracoli della fede. Se i soldatini marciano compatti, i generali lavorano alla strategia. Ad esempio la Siria va avanti col suo riarmo. Damasco bussa alla porta del mercante d’armi russo per aggiornare la sua flotta aerea, sostituendo gli arrugginiti MiG-29 con i più moderni e potenti Sukhoi-30. Già che fanno shopping a Mosca, i siriani consultano il catalogo per un nuovo sistema di difesa antiaereo – magari l’S-300, che non farebbe troppa fatica ad abbattere gli aerei israeliani. La Siria pensa al Libano e l’Iran ai palestinesi, incrociandosi tra maestri e allievi. Le guardie rivoluzionarie hanno consegnato ad Hamas una versione potenziata dei razzi quotidianamente spediti con posta aerea da Gaza ad Israele senza ricevuta di ritorno. Prima il raggio coperto dai razzi era limitato ad una dozzina di chilometri. Ora che sfiora i venti chilometri può cadere in testa a duecentocinquantamila israeliani. Tutto ciò mentre Hamas tiene fede alla tregua con Fatah e anzi invoca l’intervento di Israele per allentare l’embargo internazionale sull’ANP. Due minacce agli stranieri e ai loro eserciti (Riad e il Libano) e due manovre di rafforzamento del terrorismo islamico. Due più due fa quattro.




permalink | inviato da il 7/3/2007 alle 18:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa



7 marzo 2007

La colpa di essere vittime

Tutta colpa dei cow-boys americani che tirano fuori dalla fondina i loro revolver per sforacchiare i civili afgani. Dal far-west al far-east dell’Afghanistan cambiano le coordinate geografiche ma non la mentalità – quella dell’ideologia anti-americana. Domenica 4 marzo un attentatore suicida si lancia contro un convoglio americano in transito da Jalalabad verso il Pakistan. Non era un folle kamikaze con qualche candelotto di dinamite ma un’autobomba carica di esplosivo pesante. La deflagrazione dev’essere stata imponente e il boato tremendo. Tutto all’improvviso, senza segnali di avvertimento, nel mezzo di un quartiere urbano. Poi raffiche di proiettili attraversano la nube di fumo. Quando l’aria si ripulisce, otto civili afgani sono morti. La prima bomba fa scoppiare subito un’altra bomba, quella dello scandalo mediatico. Gli americani sparano sulla folla in preda al panico – gridano i giornali facendo esaltare gli ormoni anti-amerikani. Il presidente afgano Karzai sputa nel piatto in cui mangia attaccando il suo unico protettore e D’Alema dichiara che l’Italia è turbata. In mezzo all’attentato vero e all’attentato mediatico c’è una novità nella tecnica di guerriglia dei talebani. L’attentato non finisce con l’esplosione. Dopo arrivano le sparatorie contro gli americani da parte di cecchini che non si fanno scrupolo di colpire anche civili afgani pur di seminare il panico e scatenare il fuoco cieco degli americani sotto attacco. A quel punto sul campo restano i civili morti e gli americani accerchiati da un nemico vile e invisibile. E un nuovo nemico: la popolazione che si sente attaccata. Come nei migliori classici del giallo, c’è il morto e vicino a lui c’è qualcuno con l’arma in mano. Il morto (i civili afgani), l’arma del delitto (i proiettili americani) e il movente (la difesa e il panico). E’ una mentalità criminale tanto semplice quanto letale, che può contare su un fidato complice: l’antiamericanismo. Al delitto (im)perfetto segue infatti il castigo pubblico. Così va in scena l’infinita replica degli americani invasori e guerrafondai che sfogano sulla popolazione inerme la loro rabbia per la guerra persa. Per calmare le turbe di D’Alema sarebbe utile scoprire che un quarto dei 4000 civili afgani morti nell’ultimo anno sono caduti vittime di attentati talebani. La propaganda talebana vale più della parola della prima democrazia del mondo. Finzione contro verità: cosa preferisce D’Alema?




permalink | inviato da il 7/3/2007 alle 11:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa



2 marzo 2007

Prove di pace

Dalle armi alle parole? Dagli scontri agli accordi? L’Iraq prova ad uscire dalle pozze di sangue per incamminarsi lungo la via della mediazione. Il primo ministro sciita al-Maliki indice per il 10 marzo prossimo una conferenza internazionale a Baghdad per discutere sul futuro dell’Iraq. L’invito è rivolto ai più influenti soggetti del Medioriente e alle grandi potenze. L’appuntamento si articolerà in due sessioni distinte. La prima, quella in agenda per il 10 marzo, coinvolgerà gli ambasciatori dei cinque paesi membri del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, membri del G8 come Germania e Giappone, e membri della Lega Araba e della Conferenza Islamica, come Siria ed Iran. Se l’esito sarà positivo, una seconda conferenza sarà tenuta in aprile a livello ministeriale. La notizia nella notizia è che la conferenza di Baghdad sarebbe la prima occasione per aprire una canale di comunicazione ai massimi vertici tra USA e Iran. Da parte di Washington il segretario di stato Rice ha espresso un formale sostegno all’iniziativa irachena, senza porre divieti a dialogare con Teheran – anche se per ora sono esclusi contatti bilaterali. Nonostante sia d’obbligo lo scetticismo, l’iniziale apertura degli USA dischiude scenari futuri alternativi rispetto al presente. Nella timida apertura americana si scorgono i segnali della politica interna, dove un altro dialogo sull’Iraq, quello con il congresso guidato dai democratici, è già stato troncato, fomentando dissidi anche tra i ranghi repubblicani. Finora l’atteggiamento della superpotenza globale verso la teocrazia iraniana è riassunto in una parola chiave: intransigenza. L’irrigidimento americano non deriva solo dall’inarrestabile corsa al nucleare iraniano. Ma anche dalle interferenze e dalla pressione clandestina che l’Iran continuerebbe ad esercitare sull’Iraq. L’infiltrazione di spie iraniane, i campi d’addestramento dei miliziani sciiti, il traffico d’armi e infine impianti per la produzione di bombe direttamente in Iraq. E’ lunga la serie di pesanti accuse contro l’Iran, accuse che, vere o fasulle, hanno tuttavia contribuito ad alimentare un clima di acuta tensione. E l’Iran come ha reagito? Alì Larijani, segretario del consiglio supremo per la difesa nazionale, garantisce la partecipazione a patto che la conferenza sia nell’interesse dell’Iraq. Un mezzo sì e un mezzo no. Ma anche per l’Iran è diventato urgente trovare uno spiraglio per uscire dal suo stringente isolamento. Fa vibrare ancora La decisione di proseguire il processo di arricchimento dell’uranio ha violato l’ennesimo altolà, confermando tutti i sospetti sull’effettivo utilizzo dell’energia nucleare. Allo stesso tempo il monolitico potere interno è rigato dalle ripetute scalfitture tra radicali e rivoluzionari da una parte, e pragmatici, moderati e riformisti dall’altra – secondo un riallineamento che presagisce ad una nuova polarizzazione conflittuale. Il livello di tensione cresce proprio quando sono in esaurimento i giacimenti petroliferi, spingendo l’Iran in una crisi economica oltre che politica. Fuori dall’ottica USA-Iran la conferenza di Baghdad acquista un significato diverso ma non meno rilevante. Diventa l’occasione per riavvicinare i paesi sunniti e il governo sciita dell’Iraq accusato di perseguitare la sua minoranza sunnita perché assorbito nell’orbita iraniana. Allora la guerra fredda tra Washington e Teheran si sovrappone alla gelata nei rapporti tra l’Iraq e paesi sunniti come Arabia Saudita, Egitto e Giordania, tutti aspramente critici nei confronti di al-Maliki ma molto meno riguardo alla guerriglia sunnita. Sul tavolo finiranno le stragi della pulizia etnica sciita, che ha rimescolato la distribuzione demografica dell’Iran per fortificare le aree sciite e sospingere i sunniti nelle periferie di confine. Anche di fronte ad un dialogo USA-Iran, la persistente freddezza del Medioriente verso l’Iraq sciita costituirebbe un severo ostacolo per uscire fuori dalla crisi. Ecco perché la conferenza di Baghdad ha un duplice valore: internazionale e regionale. Entrambi si integrano e il fallimento di uno dei due ambiti provocherebbe il fallimento dell’altro. Intanto il governo iracheno prova a fare sul serio. Aspettando i nuovi 21500 soldati americani, al-Maliki inaugura il nuovo, coraggioso piano di sicurezza per sradicare le postazioni della milizia sciita di al-Sadr nel cuore della sua roccaforte e dimostrare la forza del governo. Gli scontri si sono decurtati ma i terroristi suicidi continuano i loro massacri. Sciiti contro sciiti: finora vince la democrazia, ma solo grazie alle armi e alla violazione dei diritti civili. La riconciliazione nazionale resta lontana, ma la conferenza di Baghdad è un primo passo.




permalink | inviato da il 2/3/2007 alle 11:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



1 marzo 2007

Americani sabotano americani

La guerra in Iraq sta precipitando in una tragedia – colpa dei terroristi di al-Qaeda, delle milizie sciite e della resistenza sunnita? Non solo. E’ anche colpa degli americani. Sì, hanno commesso errori di strategia e gestione. Non solo sulla democrazia esportata, sul terrorismo globale e sulla guerra civile tra sciiti e sunniti. Anche su loro stessi, sui loro stessi soldati in Iraq. Succede anche oggi: il sabotaggio delle truppe americane da parte degli stessi americani o, meglio, da parte di una particolare razza di americani: i democratici. Il problema non è la contrapposizione ideologica, l’ambizione personale o la rivalità di partito. E’ qualcosa di molto peggio, qualcosa simile alla perfida, a metà strada tra la cattiveria e l’incoscienza, che sfiora da vicino l’assoluta spregiudicatezza. Il presidente ha stabilito di inviare 21500 nuovi soldati a presidiare Baghdad, rafforzando l’attuazione del nuovo piano di sicurezza per stroncare la resistenza sunnita e le milizie sciite. Sono gli ultimi colpi di coda di una guerra che è scoppiata quando la guerra vera era finita. Il nuovo congresso democratico dice no, con ogni mezzo. Non è solo un’opposizione politica. Lo scontro istituzionale tra legislativo ed esecutivo nasconde la guerra personale dei democratici contro Bush. Il presidente resta il loro bersaglio, e ogni risorsa diventa subito una munizione da sparare. E’ quello che ha fatto il deputato democratico John Murtha. Per bloccare la strategia di Bush basta chiudere i rubinetti della spesa. Ma con forza, molta forza. Fino all’estremo di sabotare gli stessi soldati che partiranno per l’Iraq. Basta formulare i parametri per valutare l’adeguatezza dell’equipaggiamento e dell’addestramento giusto apposta per essere violati. E quindi la cassa rimane chiusa. Per l’onorevole Murtha non conta la preparazione dei soldati; conta solo mandarli a fare la guerra senza dotarli delle risorse necessarie per tornare a casa – neppure ribaltare le sorti ormai segnate dell’Iraq. Tagliare i finanziamenti ai soldati vuol dire tagliare le loro gambe. Non si tratta di scrupolosità. E’ pura e semplice volontà di sabotare Bush, costi quel che costi. Anche la vita di altri soldati. Americani che sabotano altri americani. I loro nemici sorridono – hanno un nuovo alleato al Congresso.




permalink | inviato da il 1/3/2007 alle 20:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa



20 febbraio 2007

Dagli all'ebreo!

Il parlamento europeo. Un anziano deputato polacco. Uno storico semisconosciuto. Sembra una sequenza che presagisce a tolleranza e dialogo. Ma entrano in gioco gli ebrei. E allora il quadro si stravolge, tingendosi di grottesco e vilipendio. Succede allora al parlamento europeo di Strasburgo, monumento dei diritti e delle libertà. un anziano deputato polacco dell’estrema destra, Maciej Giertych, 71 anni, biologo col pallino delle dittature e, corollario naturale, dell’antisemitismo, fa pubblicare col marchio del parlamento un libello. Oggetto: i ghetti ebraici. Il titolo non vale la pena di citarlo così come il nome dell’autore, uno storico polacco stabilmente incastonato nel limbo degli emeriti sconosciuti. Anche la tesi espressa non è così fantasiosa: la tendenza storica degli ebrei ad auto-segregarsi dal resto della civiltà. I ghetti sarebbero la volontà degli stessi ebrei di isolarsi – secondo un piano segreto per conservare la purezza della razza e impedirne la contaminazione con le altre civiltà. Ragionando su questa lunghezza d’onda le camere a gas sono un esempio di suicidio collettivo? Insomma, le solite paranoie sugli ebrei che complottano contro il resto del mondo. La solita ribollita a base di stereotipi razziali datati diciottesimo secolo. E pure infingarda, perché il libello in questione reca il logo del parlamento europeo. Comunque è una buona mossa pubblicitaria per lo sconosciuto storico, che da oggi avrà un problema in più oltre alla sua idiozia, e per il deputato polacco, che da oggi sarà il nuovo idolo delle allegre comari antisemite dell’Europa unita. Sembra proprio che le stelle gialle di David abbiano nuovamente marchiato non solo le vesti ma la pelle stessa di ogni ebreo. L’antisemitismo, anche camuffato da critica alla politica dello stato di Israele, sta dimostrando una coriacea resistenza e una capacità di autoriprodursi anche in un ambiente ostile. Proprio quando le nazioni unite decidono di considerare reato la negazione della Shoah, ecco che piccoli Gutenberg diffondono le loro ideologie con cui incenerire un’altra volta il popolo di Israele.




permalink | inviato da il 20/2/2007 alle 14:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa



14 febbraio 2007

I love life

Il giorno prima dell’anniversario della strage che uccise il premier Hariri e seppellì le speranze della rivoluzione dei cedri, ecco un’altra strage che marchia il Libano. Due bombe uccidono tre civili e provocano ventitre feriti. Erano membri della comunità cristiano-maronita residenti in un villaggio sulle alture di Beirut. L’ennesimo attentato che finisce nella terza pagina? Non proprio. Questo era diretto ad uccidere, oltre che diffondere panico nella popolazione – ed era ben organizzato, con un preciso tempismo tra le due esplosioni. Un passo in avanti, verso il baratro della nuova guerra civile? Nel frattempo scattano le reazioni della gente comune, reazioni quasi inaspettate nella rassegnazione che pervade il Libano, ma mai esasperate o estreme. Tutt’altro. Niente sdolcinato pacifismo, niente manifestazioni o occupazioni. Sulle vetrine dei negozi, nei locali pubblici, negli internet point, sulle bancarelle dei mercati iniziano a circolare piccoli biglietti, dall’aspetto sobrio e scritti per essere capiti al volo. “Qui non si parla di politica”, “è meglio senza politica”. Ecco il messaggio che fa esplodere la bomba della pace. Uccide i conflitti religiosi, sbaraglia i giochi di potere, distrugge le trincee e fa gettare le armi. Dallo scorso gennaio questa volontà di ribellarsi al fatalismo della guerra data per scontata si è data la forma di un movimento politico al di sopra degli schieramenti – diremmo bipartisan, se qui la parola non avesse un senso molto più forte. Così si è formata una coalizione di movimenti civili, che ha scelto una data come suo simbolo: 11 marzo, perché quella sarà la data della sua presentazione pubblica. Da non confondersi con la coalizione 14 marzo che sostiene Siniora e la coalizione 8 marzo che invece è il blocco sciita di Hezbollah. Il gruppo 11 marzo trae sostegno da imprenditori, professionisti, giornalisti, cittadini che non vogliono nuove macerie, che non vogliono buttare via quel poco che è sopravvissuto. Le sue uniche armi sono le parole. Ma dentro alle parole c’è l’amore per la vita. L’agenzia internazionale Saatchi & Saatchi’s sta promuovendo una campagna d’informazione basata proprio su elementari frasi di vita quotidiana. “Amo la vita”, “vado al lavoro”, “resto qui”, “stasera esco”. L’autore è Eli Khoury, ceo per il Medio Oriente dell’agenzia pubblicitaria Saatchi & Saatchi’s, ma icona carismatica dei movimenti anti-siriani dopo la strage del 14 febbraio 2005. Il suo ufficio in un futuristico grattacielo di Beirut è la proiezione nel presente di un mondo utopico senza conflitti e modellato dal gusto e dall’arte. A Beirut. Nella capitale dei conflitti e delle divisioni in cui neppure Dio è sempre lo stesso, c’è un punto fermo che guarda ad un futuro senza guerre parlando ad un presente di guerre. Strano, il futuro c’è già. E’ il presente che non c’è ancora. In questo vuoto tra pace e guerra, si scrivono e si leggono semplici parole.




permalink | inviato da il 14/2/2007 alle 19:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



12 febbraio 2007

Hezbollah col tutù

E’ il partito di Dio. Hezbollah fornisce assistenza sociale su vasta scala. Ricostruisce i palazzi bombardati da Israele nella guerra di luglio, istituisce asili e scuole, gestisce ospedali. La lunga resistenza a Israele iniziata con la guerra civile e proseguita fino ad oggi. La difesa della comunità sciita. Poi il coinvolgimento nel processo democratico. Le elezioni e la partecipazione al governo. Ma l’idillio è solo un’apparenza. Dal governo all’opposizione, Hezbollah fa tutto da solo: prima si auto-licenzia dal governo; dopo chiede la formazione di un governo di unità nazionale nel quale vuole entrare. Una strategia leggermente tortuosa, degna di un consumato manovratore bizantino. Scaltrezza e furore: è il partito di Dio. La pressione aumenta con l’inizio delle proteste di massa, che culminano nell’occupazione delle principali arterie urbane di Beirut. Quando volano i proiettili all’università sembra cadere il cielo. La pressione è fortissima, in Libano sta per esplodere un’altra guerra civile. Una pressione quasi insostenibile. Poi il dietrofront. L’ennesimo volta faccia, la nuova piroetta acrobatica della politica senza velo, tanto meno quello della religione. Non possiamo rischiare di spargere altro sangue libanese – ragionamento limpido. Ma guardando al calendario si scopre che il prossimo 14 febbraio non è solo la ricorrenza della strage di San Valentino e dei cuori innamorati. E’ anche l’anniversario della strage che fece saltare in aria il premier libanese Rafik Hariri. I suoi sostenitori, che occupano la metà del Libano che si oppone ad Hezbollah, intendono anche loro occupare le vie di Beirut per commemorare il loro martire. Se fosse così, l’intero Libano si ritroverebbe unito per Hariri. Peggio di una bestemmia per gli sciiti duri e puri. E’ meglio evitare il pericolo di essere confusi con gli amici dell’occidente nemico dell’Islam. Allora calma, via dalle strade, giù le armi, niente provocazioni, niente reazioni. La guerra civile è sospesa fino al 14 febbraio. Dopo si riprende come prima. E’ il balletto della politica ed Hezbollah è la prima donna. Possibile? Miracoli della politica. E’ il partito di Dio!




permalink | inviato da il 12/2/2007 alle 9:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa



10 febbraio 2007

Il terrorismo tra Francia e Algeri

La notizia non è nuova, ma potrebbe saltare in prima pagina. Un attentato terroristico su vasta scala starebbe per colpire la Francia. La mente sarebbe la solita: Bin Laden, il principe del terrore globale, la cui mano vendicatrice si servirebbe di un gruppo estremista algerino dall’identikit ancora nebuloso. Il quadro potrebbe farsi più nitido osservando il calendario politico francese, ormai incentrato sulle elezioni presidenziali che opporranno la destra di Sarkozy alla sinistra di Royal. Ma non c’è bisogno di attendere la voce delle urne per intuire l’andamento. Basta sfogliare i più recenti sondaggi che confermano il sorpasso di Sarkozy, decisamente avverso a posizioni concilianti con la nutrita comunità islamica d’Oltralpe. Ancora più indicativo è il punto in cui è avvenuto lo stacco tra i due candidati: Sarkò si lascia alle spalle una Segolene in grosso impaccio proprio sulla politica estera e sul terrorismo. E’ fin troppo chiaro che soltanto l’ipotesi di un attentato a ridosso delle elezioni, come avvenne in Spagna, sarebbe capace di scompaginare ogni sondaggio. Ma è altrettanto vero che episodi come questi sono diventati sempre più rari. Ancor più per un Paese, come la Francia, che è tutt’ora uno dei più fieri avversari della lotta americana al terrorismo – e la probabile ascesa all’Eliseo di Sarkozy confermerebbe la storica vocazione gollista della Francia, piuttosto che imprimere un brusco riallineamento di Parigi a Washington. Anche dall’altra sponda, quella algerina, provengono segnali che smentiscono l’interpretazione del terrorismo globale “made in al-Qaeda”. Anche se la notizia di oggi non fa riferimento ad uno specifico gruppo, limitandosi a parlare di un gruppo-filiale di al-Qaeda, è altamente probabile che si tratti del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (Gspc). E’ uno degli ultimi bastioni di irriducibili terroristi che combattono contro il governo di Algeri, ed è l’unica frangia che non ha ancora sottoscritto la Carta per la Pace e la Riconciliazione Nazionale, l’atto finale che dovrebbe estinguere ogni focolaio della guerra civile algerina. In effetti alla fine dello scorso gennaio il gruppo ha dichiarato di aver assunto il nome di al-Qaeda. Ma la mossa è stata giudicata dagli osservatori internazionali come un’operazione pubblicitaria diretta ad aumentare il livello di pericolosità del gruppo e delle sue rivendicazioni. Specialmente dopo che esser stati catalogati dagli USA tra le organizzazioni terroristiche più efficaci nel Nord Africa. Per neutralizzare il Gspc gli USA e i paesi dell’area hanno infatti messo a punto la Partnership Trans-Sahariana per il Contro-Terrorismo, un programma da seicento milioni di dollari in cinque anni per sostenere il coordinamento locale e globale contro le organizzazioni terroristiche del Nord Africa. Forse per questo impegno localizzato che il Gspc sta alzando i toni delle sue minacce. Forse perché in Algeria la pacificazione nazionale è una realtà a portata di mano. Forse perché la vittoria di un candidato come la Royal potrebbe chiudere definitivamente il tormentato capitolo del colonialismo con il riconoscimento dei crimini francesi. La vera minaccia per i terroristi algerini sarebbe proprio questa: la saldatura tra una Francia socialista e un’Algeria stabilizzata. Dietro allo spettro del terrorismo globale quindi si muove, in carne ed ossa, un terrorismo locale. Ma lo spazio rischia di farsi troppo ristretto – anche usando il marchio di al-Qaeda.




permalink | inviato da il 10/2/2007 alle 17:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



8 febbraio 2007

Israele si prepara

Fuori domina un livello di tensione che ricorre ogni volta che sta per scoppiare una guerra. Dentro la situazione ha due volti. Da un lato c’è un sistema politico che sta crollando su stesso. Scandali, tribunali, abusi, crisi politiche, leader in declino. Dall’altro lato c’è la coscienza che la minaccia esterna si stia trasformando, in modo inarrestabile, in un attacco diretto. Allora scattano le misure di difesa. Silurato Dan Halutz, è subentrato Gabi Ashkenazi. Il nuovo Ramatkal, il capo di stato maggiore, dovrà procedere su un doppio binario. Primo: rivedere i malfunzionamenti che hanno inceppato la macchina da guerra israeliana. Secondo: predisporre una nuova strategia, sia fronteggiare il riarmo di Hezbollah, sia per l’ipotesi, sempre più realistica, di una nuova guerra civile libanese. Le conferme non mancano. Al confine col Libano, sullo stesso luogo dove sono stati rapiti i due soldati israeliani, è stato rinvenuto un notevole quantitativo di armi e di mine pronte ad esplodere al passaggio di veicoli. Tutti i nascondigli sono disposti lungo la linea di confine. Non è il primo ritrovamento di armi dopo la guerra di luglio. Questo ha fatto imporre la consapevolezza che ormai una seconda fase di confronto bellico col Libano. Olmert ha aperto un giro di consultazioni per valutare il grado di minaccia di Hezbollah. Per ora niente guerra. Ma di fronte a questo nuovo segnale il governo approva l’aggiornamento del sistema missilistico Rafael. Servirà ad offrire una copertura contro razzi Kassam da Gaza e razzi Katyusha dal Libano. 300 milioni di dollari per un investimento che sa ancora di sperimentazione, di fronte alla certezza dei lanci di razzi su bersagli civili israeliani. E ai nuovi missili, questa volta politici, che si lanciano addosso i due pilastri, ormai tremanti, del governo, Peretz ed Olmert. Il ministro della difesa è entusiasta del nuovo sistema missilistico, anche perché le industrie Rafael, ancora sotto proprietà statale, rischiano però di subire forti tagli qualora il governo varasse la privatizzazione a cui guardano con interesse Olmert e il ministro delle Finanze Hirchson. Ma anche Peretz rischia il posto di leader dei laburisti se approvasse l'inevitabile calo occupazionale. Il nuovo sistema difensivo è un toccasana per la salute malferma di Rafael. Questioni di bilancio e di tornaconto personale s’intersecano con la sicurezza di Israele. Peccato che questa fase così congestionata eppure decisiva per la sopravvivenza di Tel Aviv cada vittima della censura mediatica globale. Solo l’indifferenza e il cinismo delle strisce informative possono far scorrere come scaramucce i tentativi d’attacco dell’esercito libanese a quello israeliano in pattuglia sul confine libanese. Come fossero dettagli. Un giorno, forse, da questi dettagli improvvisamente esploderà un nuovo, un altro conflitto. Lo dice un alto ufficiale del comando del nord: la risposta alle provocazioni di Hezbollah sarà molto più di un attacco mirato.




permalink | inviato da il 8/2/2007 alle 13:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


sfoglia     settembre       
 


Ultime cose
Il mio profilo



1972
Abr-Nequidnimis
Cantor
Inyqua
Jimmomo
Le Guerre Civili
Schegge di Vetro
The Right Nation
Il Megafono
Liberali per Israele
Daw
KrilliX
Face the Truth
Zanzara
Starsailor
The Mote in God's Eye
Zirgurrat - Nextcon
Daisy Miller
Below the Line
Mikereporter

La Scrittura Creativa
Drowned World
Il Mango di Treviso
Il Giovane Occidente
Esperimento
Pepena
Adestra
Fram!
Monarchico
lalama4
Otimaster
Mariniello
Le Barricate
Gianni Guelfi
Libere Risonanze
Il Pizzino
I miti di Cthulhu
BlacKnights
Pesimedia
Saura Plesio (Nessie)
Marshall
Gabbiano Urlante
Il blog di Ricky
Italiaweb
Fort
Quid tum?
Topgonzo
Entrophia by Emir M.
Blue-highways
Revanche
Raccoon
Piazza Grande
Tricolore
Revanche
Il Rumore dei Miei Venti
Endor
Parbleu
Creez Dogg in Tha House


Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom