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  Joyce [ Questo blog rivela la sua efficacia contro le patologie tipiche delle ideologie politiche, come ansia elettorale, grave deficit umoristico, stress da obbedienza... ]
         







L'Italia è un paese
di morti che,
per sfortuna,
sono ancora vivi.
























































































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10 maggio 2007

Sorry, Mr. Blair!

L’addio a Tony Blair val bene l’eccezione di scrivere in prima persona. Tony Blair è stato l’unico leader che mi ha fatto provare simpatia per il Labour. Sarà anche l’ultimo. E’ naturale quindi che le parole che sto scrivendo siano intinte nel doppio sentimento dell’amarezza e della nostalgia. Si può dire di tutto su Blair. Il tempo è stato l’asso con cui prima ha vinto tutto ma con cui dopo ha riperso tutto. La sua virtù più brillante è stata la forza che ha avuto nel rompere col passato per portare il futuro nella realtà. E’ stato l’antesignano del cambiamento generale, il visionario che ha trasformato in solida realtà quella che era disdegnata come profezia e utopia. All’inizio Blair era l’uomo che veniva dal futuro. Bastava poco a strappare le ragnatele ideologiche che fasciavano gli occhi ai laburisti. Ma solo Blair l’ha fatto e ha vinto e c’è riuscito perché aveva capito che le ideologie incatenano la libertà d’azione, vitale come l’aria nell’epoca dell’ultra-globalizzazione e del terrorismo globale. Purtroppo lo aveva capito solo lui. Blair ha segnato un’epoca così profondamente che il suo vero erede è il leader dei conservatori. Blair il creatore del nuovo Labour e della nuova Inghilterra, Blair il vero re d’Inghilterra. In un paio d'anni Blair il giovane leader diventa un vecchio perdente, osteggiato dai suoi elettori, criticato senza rispetto dai suoi alleati. Precorrere i tempi ha condotto alla vittoria. Perdere il passo coi tempi ha riportato alla sconfitta. Quando l'innovazione finisce assopita, il tempo accelera - e consuma. Andata e ritorno, parentesi aperta e parentesi chiusa su dieci anni d’oro. Quando il volto giovanile inizia a trasformarsi in una smorfia d’invecchiamento, è il segno del potere che fa sentire il suo logoramento. La lenta uscita di scena sotto la triste colonna sonora della sconfitta è l’eclissi finale. Si ritorna indietro, con l’opaco Mr. Brown e la diaspora di chi si prepara a trascorrere una lunga notte fuori dal numero 10 di Downing Street. Sipario.

p.s. Mentre l'Inghilterra fa come Crono che divora i suoi figli, qui nel Belpaese (che non è la marca di un formaggio) teniamo vivo il culto dei morti commemorando Aldo Moro ucciso ventinove anni fa e non sappiamo ancora chi sono i suoi assassini. Sipario.




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8 maggio 2007

I due Sarkozy

Che presidente sarà? È questa la domanda più naturale dopo che Sarkozy è il nuovo monarca della Repubblica francese. Eppure il metallico profilo di Sarkozy non ha mai lasciato trapelare una rigatura di incertezza, un segno di contraddizione. Il granitico Sarkozy, per giunta sfidato da una candidata che aveva fatto della sensibilità femminile la sua icona, è riuscito a radunare sotto le sue insegne marziali un corposo consenso che oltrepassa il voto di protesta e il voto della destra gollista. Sia la partecipazione al voto, la più alta dagli anni Sessanta, sia la maggioranza vincitrice, che divide nettamente i due finalisti, segnalano che è in atto una svolta di lungo periodo. La forma del cambiamento è dunque realtà, ma ancora priva di contenuto. L’imperativa affermazione di Sarkozy lascia, poi, un altrettanto netto punto interrogativo sul futuro. Dall’angolatura del sistema, l’ambiente è quanto mai propizio a un profondo rinnovamento. Dall’economia che langue nella stagnazione e crea più disoccupati che benessere, alla sicurezza, la vetrina che ha esposto concretamente il funzionamento del “metodo” Sarkozy, la Francia si è avvitata in una crisi generale. Le maniere forti a cui sorride il nuovo presidente trovano quindi un terreno fertile in questa situazione d’emergenza. La storica vocazione alla supremazia europea e globale della Francia non fa che aggiungere enfasi all’urgenza di intervenire con decisione. Sono tutti stimoli che accostano Sarkozy a grandi modelli di leader che, come lui oggi, si sono trovati ieri sulla plancia di comando in una situazione di pesante crisi. Reagan, la Thatcher e De Gaulle sono le più istintive figure di riferimento con cui interpretare Sarkozy. Al di là degli accostamenti la situazione è però così complessa che difficilmente Sarkozy seguirà un’unica strategia. Seguendo gli stessi esempi storici, lo scenario più verosimile è distinguere una fase iniziale di partenza da una fase seguente di consolidamento. La prima fase, che potrebbe durare anche un intero quinquennio, sarà quella decisiva, perché incentrata sulla ristrutturazione del sistema-Francia. Proprio come fecero Reagan e Thatcher, si tratta di smantellare equilibri consolidati nell’arco di decenni, combattere forti resistenze al cambiamento vincendo l’inerzia di una mentalità abituata alla stasi. Ma ognuno affrontò e vinse quella sfida a modo suo. Altri invece persero, come Chirac. Sarkozy avrà quindi due volti: prima quello delle riforme radicali e del conflitto frontale, poi quello del riequilibrio graduale, dell’assestamento che subentrerà fisiologicamente dopo i conflitti, sia che Sarkozy ne esca vincitore, sia che ne esca vinto. Sarkozy inaugura un nuovo ciclo di profondo rinnovamento, il cui epilogo è stato spesso un trionfo della restaurazione. La lezione di Napoleone vale anche per Sarkozy. Quindi la domanda su chi sarà Sarkozy può trovare più facilmente una risposta in un’altra domanda: cosa farà Sarkozy?

(fonte: Avanti, 8 maggio 2007)




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23 febbraio 2007

Prodi taglia large

Secondo i bollettini diramati da Radio Roma, Napolitano avrebbe preferito fare il capo di partito piuttosto che il presidente della repubblica. Tradotto: meglio un governo imbalsamato ma di sinistra, che un governo vivo e vegeto ma di destra. Certi amori non si dimenticano facilmente. Quindi meglio mettere su un po’ di chili politici per rimpolpare la disossata maggioranza e scongiurare la paura di digiuni nelle prossime votazioni. Largo ai banchetti, quindi! I primi con la ciotola in mano per ricevere la razione sono, neanche a dirlo, gli irriducibili centristi che vogliono sempre stare al centro di qualunque trattativa, al centro dell’occhio dei media e al centro del centro. L’Italia di Mezzo potrebbe compiere quel piccolo passo a sinistra per spostare al centro l’Unione quel tanto che basta a non finire impallinata dai ribelli della sinistra più a sinistra. La tavola è imbandita ma ai nuovi ospiti va offerto un menu che per forza lascerà a bocca asciutta qualche commensale. Per aggiungere rinforzi bisogna sottrarre voci dal programma, che ormai è il programma del vecchio governo. Quello nuovo avrà anche un nuovo programma. I dico stanno diventando il vitello grasso che Prodi sacrificherò in segno di accoglienza per i nuovi arrivati. Poi qualche spolverata centrista, qualche spuntata alle frange più rosse e Prodi può fare la somma per avere l’Unione bis. L’enciclopedico programma dell’Unione, il mattone giallo su cui giurarono e spergiurarono tutti i leader del centrosinistra, è ormai un pezzo d’antichità buono per i mercatini delle pulci. Mancano i voti? Basta aggiungerli. E’ l’algebra della democrazia, bellezza! E’ anche la putrefazione della morale politica e di qualunque visione politica al di là del giorno dopo. C’è un governo affondato dalla sua stessa maggioranza – che sarà mai? Si tengono insieme tutti i pezzi, pure quelli guasti. Anzi se ne aggiungono altri. Così i problemi si moltiplicano. Ma intanto tutto ciò accadrà domani e l’importante è che oggi i conti tornino. Dopotutto, risolvere una crisi così lacerante con un’addizione così elementare, insegna a fregarsene della stabilità, della coerenza e dell’etica. Contano i numeri. Questa è la democrazia, vero?




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3 febbraio 2007

Berlusconi forever

“The medium is the message” è uno dei più citati, abusati, inflazionati aforismi della teoria della comunicazione confezionata in pillole per uso casereccio. E’ come voler citare E=MC2. A furia di ripeterlo, ormai lo sanno anche ai muri. Lo sanno, ma non tutti lo hanno capito davvero. Non hanno capito che Berlusconi è il messaggio di se stesso. Quindi, a parte i club dei suoi aficionados, non serve molto soppesare ogni sua dichiarazione, ogni singola parola come fosse oro colato. Berlusconi non è Prodi o Fassino, Agnelli o Montezemolo, Gerry Scotti o Pippo Baudo. Berlusconi non è un tipo socialmente definito. Non fa una cosa sola; non è una cosa sola. Non è solo un professionista della politica, non è solo un imprenditore, non è solo il presidente di una squadra di calcio. E’ tutto questo messo insieme. Come diceva Totò, è la somma che fa il totale. Politica, vita privata, calcio, televisione sono parole che nel vocabolario berlusconiano esprimono lo stesso concetto: Berlusconi. Forse neppure Berlusconi lo sa, ma questo è un vantaggio enorme. Certamente quando ogni settore richiede elevate capacità e una corposa esperienza, il “messaggio Berlusconi” viene tritato e spezzettato. E’ quanto successe quando Berlusconi fu presidente del consiglio. Fu costretto ad asserragliarsi a Palazzo Chigi lavorando oltre ogni limite. Il suo magnetismo comunicativo s’indebolì notevolmente, la sua calamita divenne sempre meno capace di trainare il consenso pubblico. Ma appena ritorna in video, nel suo habitat naturale, il “messaggio Berlusconi” torna subito ad imporsi. Ad un certo punto non conta ciò che dice. Perché va oltre ogni perimetro, ogni confine e ogni limite. Che spari giudizi sulla politica estera o sul calcio mercato del Milan, che stringa la mano a Bush e a Putin o che faccia il donnaiolo in televisione scatenando la gelosia della consorte, il messaggio è sempre e solo Berlusconi. Il valore delle sue parole è che le pronuncia lui. Se non lo dicesse o facesse Berlusconi, le sue parole e i suoi gesti non avrebbero tutta questa eco. Questo spiega perché Berlusconi, nonostante siano passati i tempi in cui l’Italia faceva le scappatelle con l’antipolitica perché non ne poteva più dell’opprimente prima repubblica, è ancora un messaggio essenzialmente inpolitico. Lui parla al popolo, ai lavoratori, ai contribuenti, parlando di grandi idee e grandissimi progetti, più che un politico è un oratore al limite del visionario. Ma non è demagogia. E’ mantenersi su un piano così generale ed aperto da favorire l’incontro con tanti, perché in tanti capiscono al volo il suo linguaggio chiaro e diretto. Molti di più di quelli che seguono a fondo la politica, conoscono il mondo dello spettacolo e del calcio. Ecco perché Berlusconi va oltre, per raggiungere molti di più senza dire molto di più rispetto agli altri – anzi dicendo molte meno cose. Parlare meno perché tutti capiscano. Solo i vecchi dinosauri della sinistra ancora blaterano di ideologie e sistemi filosofici senza capire che ormai non li capisce più nessuno. Possono passare altri dieci anni che Berlusconi resta sempre Berlusconi, cioè una fortissima ed ingombrante presenza che si muove a cavallo tra politica, economia e spettacolo. Il problema della successione è che il dopo-Berlusconi va cercato fuori dalla politica, fuori dai riduttivi schemi dei partiti e dalle logiche chiuse del potere. Bisogna ripetere il cammino di Berlusconi per essere in grado di riprodurlo. Altrimenti l’eredità di Berlusconi sarà solo un ricordo. Non c’è niente da fare. Lui è fatto così. E’ questo il segreto del suo successo. Passano i partiti, passano i leader e i campioni di calcio, passano gli idoli della televisione ma Berlusconi resta sempre lì. Se nasce una nuova stella, lui ne ha già pronta un’altra. Finora l’unica speranza per sostituire Berlusconi continua ad essere la clonazione genetica.




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31 gennaio 2007

Davos e i Telegatti

Due eventi. In luoghi lontani geograficamente e lontanissimi per il loro significato. Due eventi diversi per tradizioni ma in verità molto simili per la partecipazione. Davos e Roma. Il Word Economic Forum e i Telegatti. Nella cittadina sulle montagne elvetiche si è riunita l’èlite politica ed economica globale. Davos è il ristretto spazio fisico in cui, per pochi giorni all’anno, si materializza gran parte di quel due per cento di individui che controllano il cinquanta per cento della ricchezza mondiale. Anche ai Telegatti partecipa un’altra classe dirigente, quella del mondo televisivo italiano. Un po’ di cronistoria: il Telegatto era un buffo personaggio televisivo mascotte di una trasmissione cult degli anni ottanta. Si chiamava Superclassifica Show. Il Telegatto è diventato come l’Oscar americano: una statuina per i vip della televisione. Il Telegatto di platino per l’eccellenza a Pippo Baudo, Laura Pausini, Gianluigi Buffon e Michele Placido. A Davos se lo sono persi. Parlavano d’altro, di temi più noiosi che fanno crollare lo share. Terrorismo, sviluppo economico, ambientalismo, globalizzazione. Alla cerimonia televisiva ha partecipato il leader dell’opposizione Berlusconi, in quanto fondatore del gruppo televisivo privato che si contende il mercato con il gruppo televisivo pubblico, lasciando cadere qualche briciola nelle mani del terzo, piccolo, soggetto. Berlusconi si è presentato a notte fonda, scambiano battute con le veline di turno, stringendo mani e abbracciando Pippo Baudo. In una notte di spettacolo non poteva mancare la politica. In pratica Berlusconi ha snocciolato il delicatissimo problema della sua successione in una battuta – Fini è il più autorevole e prestigioso candidato alla successione. La dichiarazione è stata poi rimangiata a colazione della mattina dopo, non appena la notte aveva portato consiglio e riposo. Ma tant’è: i cani di Pavlov hanno iniziato a sbavare e sono corsi a rosicchiare l’osso. E giù a scrivere sulla successione. Anche a Davos ha partecipato un capo dell’opposizione, David Cameron, il giovane leader dei conservatori inglesi. Era insieme al primo ministro Blair e al ministro delle finanze Brown, colui che ambisce a succedere a Blair. Anche qui si è giocata la carta della successione ma in maniera molto diversa. Nonostante non ricopra nessuna carica istituzionale, Cameron ha partecipato al gruppo di lavoro su terrorismo e ambientalismo, rivolgendo anche un suo intervento. Il leader conservatore sedeva insieme al primo ministro del Pakistan, al segretario alla sicurezza interna degli USA e al responsabile dell’Unione Europea per l’anti-terrorismo. Insieme hanno affrontato la sfida di formulare una risposta comune alle minacce del terrorismo globale. A Davos il leader dell’opposizione inglese si è comportato da grande statista. Ha preferito riscrivere l’identità del suo partito invece di farsi un lifting. E’ vulcanico, camaleontico, audace fino ad essere irriverente e anticonformista, due peccati capitali per un conservatore. E’ giovane. Ma ha sfidato l’ombra dei giganti che lo hanno preceduto, raccogliendo la sfida di riportare alla vittoria un partito a digiuno di potere da dieci anni. Ed è in testa ai sondaggi. Anche Berlusconi è un personaggio magnetico. Il leader dell’opposizione italiana va in televisione, cioè in casa sua, a distribuire premi e decidere di politica. Presiede sontuosi convegni di intellettuali e filosofi: la federazione del suo partito con quello del suo successore. Forza Italia più Alleanza Nazionale. Uno più uno fa due. Ma un partito più un partito fa solo un nuovo partito. Anzi: un partito unico. Sarebbe comunque un risultato storico per l'Italia. Nel mondo, per queste operazioni basta una calcolatrice. La politica è altro ed è altrove.




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18 gennaio 2007

Il prezzo di Blair

Due milioni di sterline. Sono poco più di tre milioni di euro. Ha pagato Lakshmi Mittal. Chi è? Il quinto uomo più ricco del mondo e, secondo la classifica di Forbes, il più ricco dell’India, il suo paese d’origine. Ora risiede nel lussuoso quartiere londinese di Kensington, dove è rapidamente asceso alle vette del potere economico. Per il Sunday Times è l’uomo più ricco d’Inghilterra. Ma non importa chi abbia in tasca due milioni di sterline. Conta invece chi le ha ricevute. Due milioni di sterline escono dalle casse di Mittal per finire in quelle del partito laburista inglese, quello del premier Blair. Il primo ministro, che ha gestito personalmente la transazione, si è affrettato a ringraziare pubblicamente il magnate indiano dell’acciaio per la sua generosa donazione. Non è la prima volta. Anche nel 2005 Mittal ha contribuito alle finanze laburiste con un analogo slancio di generosità. Anzi, i due milioni di sterline sono il toccasana per un partito di sinistra ed economicamente “sinistrato”. Sebbene al governo da dieci anni, il Labour è finito sotto inchiesta della magistratura per la vendita di titoli nobiliari in cambio di quattrini. Titoli in cambio di liquidi. La nobiltà dei soldi ha ormai declassato la nobiltà di sangue. Adesso il cielo è davvero grigio perché sono arrivate decine di ingiunzioni di pagamento in una fase in cui i principali finanziatori del partito si sono ritirati dopo essere stati travolti dalla scandalo dei titoli. Per la cronaca, il debito del Labour ammonta a ventitre milioni di sterline. Va peggio ai conservatori, che sono finiti in rosso di trentacinque milioni di sterline. Odore di bustarelle? Forse. Nel 2001, quando Mittal si limitò a versare 125,000 sterline nelle casse del Labour, Blair intervenì presso il primo ministro della Romania per favorire Mittal nell’acquisto di un’acciaieria romena. Oggi sembra ripetersi lo stesso copione: Mittal ha messo gli occhi su un ricchissimo campo petrolifero in Kazakhistan. Che succederà? Si accettano scommesse, anche se i book-makers danno vincente Mittal, chissà perché. Forse perché Blair ha mandato in Kazakhistan il suo inviato speciale: Lord Levy. Non importa sapere con precisione chi sia – basta ricordarsi che è stato Lord Levy, insieme a Blair, ad intascare personalmente i due milioni di sterline di Mittal. Si annuncia un finale senza sorpresa.

 




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17 novembre 2006

"Casino Royale"


Ancorare i socialisti francesi su posizioni più moderate; istituire “giurie cittadine” per controllare e valutare la legislazione; trasformare internet nell’agorà dei francesi; spezzare il dominio delle èlites. Molte frecce per un solo arco, quello del cambiamento di una politica in stallo, ma frecce che da ieri Segolene Royal inizierà a scoccare dopo aver vinto le primarie del suo partito per le elezioni presidenziali.
60,62% sono i veri numeri di Segolene, i voti con cui ha stracciato i biglietti di viaggio per l’Eliseo dei suoi due più pericolosi avversari – l’ex ministro delle finanze Strauss-Kahn (20,8%) e l’ex premier Fabius (18,5%). La vittoria di Segolene ha quindi escluso l’eventuale ballottaggio. Oltre l’80% dei quasi 220.00 iscritti hanno votato in circa 4000 sezioni. La regolarità della competizione è inossidabile: sono stati considerati elettori soltanto gli iscritti entro il primo luglio, a condizione di esibire un documento d’identità valido, mentre la regolarità del versamento della quota associativa era il requisito per gli iscritti di lungo corso. Ciascuna delle 105 federazioni del Ps ha trasmesso i voti con un particolare software per impedire brogli e interferenze, affidando ogni contenzioso ad un comitato centrale composto dai rappresentanti dei tre candidati.




Rispetto all’accurata organizzazione d’oltralpe, le rocambolesche primarie dell’Unione sbiadiscono, con quei clamorosi quattro milioni di voti per Prodi che si sgonfiano per la lacunosità delle procedure e dei controlli elettorali. Ma anche l’effetto finale cambia rispetto all’Italia, dove il meccanismo aggregante delle primarie non si è trasformato, oltre al flash mediatico, in un’onda di legittimazione che ha sollevato Prodi alla stessa altezza dei suoi partiti. Invece le primarie francesi hanno incoronato Segòlene Royal come “regina” del suo partito e, ormai, unica candidata della galassia di sinistra capace di sfidare e, secondo alcuni, battere Sarkozy. 
Uno strumento nuovo per la politica francese, le primarie, sono il battesimo di un personaggio nuovo, Segolene Royal, che ha ricucito la novità come suo personale stendardo sul tricolore francese. Royal ha alzato il suo vessillo personale per un nuovo socialismo “reale”, ma nessuno, neanche lei, è in grado di spiegare cosa sia. Novità nei contenuti dell’offerta politica ma anche novità nel personaggio. “Cambiare la faccia della politica francese” è lo slogan di Segolene, che suona più come il seducente invito dei suoi occhi azzurri che un solido progetto di governo. In un’epoca in cui i legami sentimentali sono laceri ricordi del passato, ecco che la Royal restaura il valore politico della sua unione personale con Francois Hollande, segretario generale del Ps, affermando un concretissimo “trait-d’union” tra il candidato e il suo partito. E’ lo specchio del rapporto diretto tra Segolene ed i suoi elettori, che osannano in lei, nella 53enne madre di quattro figli che combatte contro il bullismo scolastico e la pedo-pornografia, l’icona della donna francese che non ripudia la sua identità femminile ma, al contrario, guida la riscossa rosa dal dominio maschile. Ma anche Segolene ha costruito il suo punto di forza sui militanti, bypassando gli angusti spazi della macchina burocratica del Ps per insidiare il predominio delle oligarchie promettendo più potere al popolo.  




Davvero Segolene è il delfino che riporterà in auge la gauche d’Oltralpe? Oppure la sua candidatura è il finale tragico di una lunga tradizione socialista ormai deceduta? E’ troppo complicata, Segolene, proprio perché la banalità del ragionamento uomo-donna trae facilmente in inganno. Se il rude Sarkozy viene da Marte, non è detto che Segolene viva su Venere. Quindi non sarà facile districarsi tra l’effige personale di Royal e il suo programma, tra la sua femminilità e la virile determinazione politica, tra incarnare una politica professionista che compete per la monarchia presidenziale francese e poi influenzare e lasciarsi influenzare da sospette tentazioni anti-politiche e anti-estabilshment. Non sarà facile né per gli elettori né per Segolene stessa, che intanto continua a marciare trionfante come la Marianna di Delacroix verso il trono presidenziale. 




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22 ottobre 2006

Vidi Omar quant'è bello


E’ lui, il
mullah guercio, padre spirituale dei talebani, che torna a parlare, ma senza farsi vedere. Lui non ci vede da un occhio e così non si fa vedere ai nostri occhi. In realtà il ritorno di Omar non segue i canoni della comunicazione mediatico-terroristica. Non c’è nessun video che giri su youtube, né alcun nastro registrato trasmesso da Al Jazeera. C’è solo una email inviata all’agenzia di stampa pakistana NNI. Lo scontro di civiltà Oltre i soliti convenevoli per pontificare i talebani e bestemmiare contro gli occidentali, il dato più significativo è il paragone tra Isaf e Armata Rossa. L’immagine dell’invasore può infatti far scattare nella popolazione la molla della lotta di liberazione, superando divisioni geografiche, etniche e tribali. E’ tempi di paragone: anche Bush inizia a vedere l’Iraq come il Vietnam, mentre gli occidentali anticomunisti in Afghanistan finiscono per vestire i panni dei comunisti. Beati i guerci in terra di ciechi.




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19 ottobre 2006

Follini togliti di mezzo


E uno! Se tutto va bene anche altri lo seguiranno. Chi? Ma lui, Marco Follini, l’irriducibile del centrismo assoluto che ha fatto le valigie dall’Udc insieme ad uno sconosciuto, tale Riccardo Conti, professione senatore. Se ne sono andati via, in cerca di miglior fortuna. E’ come in quei film in bianco e nero in cui l’eroe salpa con il suo vascello verso l’ignoto, verso il centro che non esiste più. Ma questa volta chi rimane non ha il fazzoletto umido di lacrime. Al contrario. Nell’Udc, a parte le dichiarazioni ufficiali con l’espressione forzatamente seria, devono aver fatto una festa più grossa di quella del martedì grasso. Finalmente se n’è andato; anzi, si è tolto di mezzo. E dov’è andato, l’ex segretario ribelle che un giorno azzannava Berlusconi e l’altro pure? In quel posto dove volevano mandarcelo tutti. Cioè al centro, ne “L’Italia di mezzo”, artefatto politico ispirato dall’istinto centrista di fondare partiti.

Ovviamente i paladini più sfegatati del centrosinistra hanno fatto festa anche loro, contando di accogliere un nuovo alleato e fregare Berlusconi. Poveracci. Non sanno quello che li aspetta. Non immaginano i vespai di polemiche che stanno per ronzargli addosso; non hanno idea dello stress che li consumerà, li snerverà, li farà “arrabbiare” se avranno l’incoscienza di prendersi a bordo Follini. Per una volta tanto è bene usare l’approccio bipartisan e rivolgersi alla maggioranza. State attenti! Se vedete Casini accostarsi sulla sua barchetta, invertite i remi e fuggite. Date ascolto a chi si è sciroppato per cinque anni Follini. Il senso di questo appello non è da sottovalutare. Personaggi come Follini sono autentici germi che infestano ogni tipo di formula politica, provocando solo danni. Distruggono, logorano, scombussolano e, peggio di tutto, seminano la discordia, il dubbio, la malafede. Rompono, di tutto: il bipolarismo, le coalizioni, la pazienza degli elettori e le scatole dei leader. Distruggono solo per distruggere, giacché non hanno niente di realistico da costruire, a parte la loro carriera politica. Sono rottami di una vecchia politica che, rimasta priva delle sue risorse, si è adattata a vivacchiare qua e là annusando le occasioni che si presentano. Follini è un politico tanto intelligente quanto spregiudicato: questo lo rende pericoloso. Non per i suoi nemici, ma per i suoi amici. Quelli come Follini non hanno mai un nemico; hanno sempre un amico da tradire. Come salutare allora il Follini in partenza per l’Italia di mezzo? Con sincerità: togliti di mezzo!




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14 ottobre 2006

L'Ecuador elegge il suo futuro


Nove per nove: questa è la formula per sapere che in Ecuador negli ultimi nove anni si sono succeduti nove presidenti. Oltre al rinnovo del parlamento, domani gli elettori sceglieranno anche il decimo tra un elenco variegato. Il favorito sembra Rafael Correa, grintoso economista che strizza l’occhio alle masse indigene, fa lingua in bocca con Chavez per tirare cazzotti a Bush. E’ un cattolico che piace alla Chiesa e un po’ a tutti quanti ne hanno le tasche piene di un regime paralizzato. Correa sfrutta abilmente il ruolo di paladino anti-sistema, contro-tutti, dagli USA al libero mercato passando per i vicini colombiani. Se eletto, promette la convocazione di un’assemblea costituente per riscrivere la costituzione con il lessico della democrazia diretta.
Gli avversari. A pari testa si stanno piazzando sia il socialista Leon Roldos e, una spanna sopra, Alvaro Noboa Ponton, il signore delle banane “Bonita” e della banche, ovviamente sotto inchiesta giudiziaria. Anche il Berlusconi ecuadoregno vola alto, promettendo di rompere ogni relazione con Chavez e Cuba. Fuori corsa l’avvocato indigena Cynthia Viteri, riedizione bonsai di Evita Peron di cui vorrebbe applicare le politiche ultra-populiste.

Sia guardando a destra che a sinistra, queste elezioni sono fortemente polarizzate e promettono radicali cambiamenti nel futuro immediato, non solo dell’Ecuador. D’altronde il clima è ormai fecondo per piantare i semi del cambiamento. Il presidente uscente è Alfredo Palacio, il vice-presidente che solo un anno fa è subentrato al presidente Gutiérrez quando quest’ultimo fu costretto a dimettersi da proteste di piazza. Quanto al parlamento, unicamerale, ha subito un deciso ridimensionamento dei suoi poteri con la riforma costituzionale del 1998. E’ costantemente frantumato in molteplici correnti, che vaporizzano la solidità dei partiti, dotati di una legittimità sempre più assottigliata per l’ingresso in politica delle masse indigene. Prima disinteressata, la popolazione indigena si è attivata trasformandosi in una significativa forza politica che ha portato la leader del partito indigeno ad occupare la poltrona di vice-presidente del Congresso nelle elezioni del 1998 e poi quella di Ministro degli Esteri. Fondato nel 1996, il partito indigeno Pachakutik si è già incamminato nel viale del tramonto nel 2003, quando i suoi ministri sono stati licenziati dall’allora presidente Gutièrrez, scatenando la reazione delle folle e la rimozione del presidente. Piccolo paese, l’Ecuador, ma afflitto da problemi più grossi delle sue capacità: dal nome del suo nuovo presidente può dipendere il consolidamento (definitivo?) dell’asse Chavez-Castro-Morales, oppure la riscossa di quello filo-americano con il Perù di Garcia e la Colombia di Uribe Vélez. Domani gli USA staranno quindi con gli occhi spalancati, dopo che le loro orecchie hanno dovuto ascoltare le minacce di Correa sulla chiusura della base militare USA a Manta. Lo spettro di un nuovo Morales che nazionalizzi gli idrocarburi si sta materializzando. A frenare questo tsunami politico-economico c’è però l’incapacità della politica ecuadoregna, indigena o meno, a formulare un pensiero e una proposta originali, senza sfornare soltanto fotocopie sbiadite di figure appartenenti ad altri contesti. Correa-Chavez, Vitera-Peron e Noboa-Berlusconi (tanto per far capire) stanno agitando le acque dentro e fuori l’Ecuador – ma sul fondo i problemi restano immutati.




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5 ottobre 2006

Novità dal passato


Partito Democratico, e bisogna scriverlo con le maiuscole, perché altrimenti svanisce l'effetto speciale
e il Partito Democratico ritorna un partito democratico, cioè aria fritta. C'è forse qualche partito oggi in Italia che non è democratico o non si vanti tale? Dall'estrema sinistra all'estrema destra nessuno più mette in gioco la democrazia, seppur riducendola ad un contenitore dove sono riversati i contenuti più disparati. Viviamo in democrazia e la presenza di partiti è la testimonianza più attendibile, insieme al fatto che i partiti in una democrazia non possono che essere democratici. Altrimenti sarebbero cose diverse, come è logico che sia. Senso di disorientamento per queste precisazioni così elementari da apparire ingenue di fronte ai contorti ragionamenti dei politici?



E' molto espressivo l'accanimento lessicale con cui i partiti coinvolti a malincuore nel progetto del Partito Democratico
tentano di appiccicare sulla bacheca vuota del nuovo partito un termine a loro caro, una parola che apponga la loro firma, lasciando un segno concreto del loro potere. E' la gara a fare i costituenti del Partito Democratico, i padri fondatori che hanno riversato la loro forte identità nella nuova formazione politica, come un genitore trasmette il proprio dna ai suoi figli. A chi assomiglia di più il Partito Democratico: ai bianchi petali della Margherita o alla rosa rossa dei Ds? Tutto qui, secondo le fonti ufficiali. Tutto qui? Ma ogni eccesso in politica non è quasi mai uno scherzo del caso. Maggiore la verbosità di tutta questa marea di concetti, più profondo il vuoto che queste parole, e la bocche che le ripetono, tentano di colmare. Più si perde tempo a cercare le parole giuste, più tempo si sottrae alle questioni nevralgiche.
A sentire le parole dei protagonisti, sembra che la leadership e l'organizzazione interna siano trattate come minuscole note a piè di pagina rispetto ai solenni principi in cui l'accanimento lessicale dei costituenti si concentra. I rapporti del futuro partito unico con gli altri partiti della coalizione sembrano trascurabili, a parte che i Ds sono sul punto di spezzarsi tra una sinistra moderata e una sinistra massimalista, che andrebbe a braccetto con la sinistra radicale di Bertinotti, creando scombussolamenti negli equilibri già precari di Mastella – mentre la Rosa nel Pugno, anch’essa scritta maiuscola perché altrimenti sarebbe solo una banale rosa nel pugno, sta rinsecchendo. Non è roba da niente.

Parole tappabuchi e parole senza senso: Prodi chiede a Ds e Margherita la convocazione dei loro congressi per decretarne lo scioglimento e la confluenza nel Partito Democratico. E' come chieder ad un padre di famiglia di consegnare la sua casa, i suoi averi, la sua famiglia ad un amico, che poi farà il padrone di casa e provvederà a dargli ospitalità. Qualcuno lo farebbe? Risposta scontata. I partiti, sul punto di subire questo esproprio, frenano, tentennano, ondeggiano, nicchiano. Ma sanno bene che non possono più tornare indietro. Fino alle elezioni il Partito Democratico era uno slogan per tirare avanti l'Unione, promettendo a Prodi i mari dell’unità e i monti della leadership. Ora che ha conquistato e occupato ogni palmo di potere, Prodi intende realizzare il suo sogno, scambiando le loro promesse elettorali in impegni tra galantuomini. I partiti che stanno per essere espropriati in realtà erano gli sponsor elettorali di Prodi, sponsor che però ora, quando è tempo di mantenere gli accordi, intendono ritirare la parola data. Prodi fa il finto tonto scambiando per vere le promesse dei partiti, mentre i partiti si rimangiano la parola data perché ora hanno paura - quanta confusione. Nel fine settimana ad Orvieto ci sarà l'ennesima vendemmia di parole sul Partito Democratico, da cui uscirà l'ennesimo nulla di fatto. Non potrebbe essere altrimenti, visti i nodi sotterranei. Ma almeno il dizionario del Partito Democratico acquisterà qualche nuovo termine, nella speranza che questo Partito Democratico non sia solo un partito democratico.




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29 settembre 2006

Il mis-leader


L’atmosfera era impregnata di nervosismo, e i nervi erano belli turgidi come prima di una finale di calcio. Ma quando il protagonista si presenta nella nauseante veste di dotto agnellino, con gli occhiali per leggere la solita nota scritta da chissà chi, allora capisci che non serve a niente farsi eleggere in parlamento. In giornate come quella di ieri è come ritrovarsi con un sacco di banconote fuori corso: vale il ricordo. Anche del parlamento di può dire la stessa cosa, dopo che il senso politico del dibattito di ieri è stato prosciugato dal premier in una rappresentazione veritiera, ma ininfluente. 
Un’unica osservazione fa da fuscina che raccoglie l’orazione del prete-premier: difesa mediante negazione. Non è una figura retorica; è solo una figuraccia di un premier che ha l’ardore di sputare sul passato statalismo e dirigismo economico quando lui ne era l’amministratore, e quando ora ne è il difensore mascherato da paladino dei più poveri. Ma questo Robin Hood in calza maglia che finge di rubare ai ricchi per non dare ai poveri, oggi ha gettato la maschera pur di salvarsi. Ha rinnegato completamente il suo vangelo politico e ha ripudiato il suo dio economico, lo “Stato”. Tutto ciò non è avvenuto per una spontanea maturazione dell’uomo politico, ma perché la seggiola ha iniziato a tremargli sotto. Poiché in questo caso era inutile pungolare l’ingegno, la paura ha sciolto la lingua di Prodi, che ha detto e ridetto tutto quanto non avrebbe mai voluto dire – che lui con Telecom non c’entra niente, che le sue privatizzazioni sono state un beneficio che il capitalismo italiano non ha saputo cogliere. Pinocchio, e pure scarica-barile su un capitalismo italiano che mezzo secolo di statalismo non ha certo allevato in modo sano e robusto.  

Ma il peggio è altrove. Basta alzare il volume del tifo dalla curva di A.N. e subito la voce di Prodi si abbassa, cercando di farsi autorevole ma riuscendo solo a tremare. Più che i contenuti, è il modo con cui Prodi si è presentato al parlamento. Un vero “mis-leader”, incapace di comunicare, di esporre le sue ragioni, di convincere e dissuadere chi lo accusa. Prodi non si è minimante sforzato di dissimulare il suo ruolo di vittima, confermando l’accusa di aver interferito su Telecom e di aver mentito dichiarando l’opposto. Il Prodi inquadrato dalle telecamere del parlamento è lontano anni luce dal Prodi visto nei duelli della campagna elettorale, quando si spacciava per leader decisionista e moderato. Oggi quell’immagine si è oscurata, insieme a tutte le sue belle parole.




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