.
Annunci online

  Joyce [ Questo blog rivela la sua efficacia contro le patologie tipiche delle ideologie politiche, come ansia elettorale, grave deficit umoristico, stress da obbedienza... ]
         







L'Italia è un paese
di morti che,
per sfortuna,
sono ancora vivi.
























































































Disclaimer

L'autore dichiara di non essere
responsabile
per i commenti inseriti nei post.
Eventuali commenti dei lettori,
lesivi dell'immagine
o dell'onorabilità di persone
terze, non sono da attribuirsi
all'autore, nemmeno se
il commento viene
espresso in forma anonima
o criptata.

Questo blog non rappresenta
una testata giornalistica
poiché viene aggiornato
senza alcuna periodicità.
Non può pertanto considerarsi
un prodotto editoriale
ai sensi della legge n. 62/2001.


Le immagini pubblicate sono
quasi tutte tratte da internet:
qualora il loro uso violasse
diritti d'autore,
lo si comunichi all'autore
del blog che provvederà
alla loro pronta rimozione.


9 gennaio 2008

Video-editoriale: Largo al nuovo!




9 maggio 2007

Media-war

L’informazione in un mondo globalizzato è come il sangue che circola nelle vene. Quando si verificano ostruzioni, la salute è in pericolo. Ma l’informazione non è soltanto news; prima vengono le informazioni di base, che sono gli schemi mentali con cui leggere e interpretare il diluvio di news che piovono da tutti i media.

Chiudere un evento come l’olocausto tra le parentesi del silenzio vuol dire colpire la coscienza sociale e la dignità umana del mondo interno. Sembra un gesto incomprensibile, un insulto che può commettere soltanto un folle. Però gli insegnanti di alcune scuole medie superiori dell’Inghilterra non presentano certamente i tratti tipici dello squilibrato. Secondo lo studio del “Teaching Emotive and Controversial History”, una quota considerevole degli insegnanti inglesi risentono di un clima intimidatorio al punto tale di non includere l’olocausto nei loro programmi d’insegnamento. Potrebbe infatti stimolare la reazione avversa degli studenti musulmani, a cui le famiglie e i predicatori inculcano dosi massicce di antisemitismo e negazionismo. Evidentemente i meccanismi della formazione inglese sono alquanto deboli e sprovvisti di solidi argomenti per contrastare le baggianate ideologiche che ronzano nella testa degli estremisti musulmani. Sembra un paradosso, ma un insegnante della scuola pubblica inglese gode di un’autorevolezza inferiore a quella di un muftì. Questo non accade nelle sperdute regioni del deserto; accade nel cuore di quella che chiamano civiltà occidentale.

Di fronte a questa arrendevolezza l’Organizzazione della Conferenza Islamica (OCI), la più grande organizzazione musulmana che riunisce 57 paesi, può permettersi di criticare con asprezza l’occidente perché diffonde sentimenti anti-musulmani, imponendo l’equazione islam uguale terrorismo. Sotto allo slogan “tolleranza e comprensione reciproca” che ha inaugurato il vertice, l’Azerbaijan, sede della riunione dell’OCI, spedisce in galera per diciotto mesi l’editore di due giornali indipendenti che avevano osato criticare il governo. Non è finita. “Dichiaro di rifiutare qualsiasi legge che non rispetti i diritti dell'individuo e la libertà personale”. Per questa dichiarazione, nonché per aver espresso altre opinioni “pericolose” in merito alla tolleranza religiosa e all'uguaglianza tra i sessi, in Egitto, lo studente ventiduenne Abdul Karim Suleiman, ossia Karim Amir, è stato condannato a quattro anni di carcere con l'accusa di avere insultato il presidente egiziano e la religione islamica. Il ricorso in appello ha confermato la sentenza e l'accusa ha ostacolato il lavoro degli avvocati di Karim, che lo difendono a titolo gratuito. La sua famiglia lo ha pubblicamente disconosciuto e il padre ha invocato l'applicazione della sharia. Per aver difeso i principi della libertà di parola, lo Index of Censorship ha insignito Karim del Premio Hugo Young per il Giornalismo per il 2007, mentre il PEN Club britannico lo ha eletto membro onorario dell'organizzazione. Anche i bloggers italiani si sono uniti nella raccolta di firme per una petizione al governo egiziano e al dipartimento di stato americano per scarcerare Karim.

La differenza di fondo resta la stessa. L’universo islamico non è (ancora) una società altamente differenziata in sottosistemi autonomi come la società occidentale. Pertanto i musulmani sono molto più compatti di noi perché politica, religione, economia, informazione sono tutti punti di un’unica linea. E’ una questione storica, dovuta ad un differente modello e ritmo di sviluppo delle società mediorientali. L’occidente è enormemente più differenziato socialmente, al punto che gli occidentali fanno sempre più fatica ad integrarsi – basti vedere la destrutturazione della famiglia e delle altre realtà associative di base. Ecco perché in occidente il terrorismo resta una questione essenzialmente politica, un segmento separato dagli altri segmenti e che riesce persino a dividersi al suo interno. Allora succede che l’Inghilterra invia le sue truppe in Iraq contro al-Qaeda mentre i suoi insegnanti si arrendono a poche minoranze musulmane. Il terrorismo è portatore di una visione abominevole ma granitica del mondo, che s’incunea negli interstizi sempre più ampi dell’identità occidentale, orfana di valori condivisi e unificanti. L’asimmetria nell’uso dei media tra occidente e medioriente riflette pienamente questa differenza.

(pubblicato su Ragionpolitica)




permalink | inviato da il 9/5/2007 alle 19:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa



8 marzo 2007

Un intrigo di carta

No. Non è una tigre di carta. E’ un intrigo di carta. Scritto apposta per l’Italia perché solo qui qualcuno lo prende sul serio. Un giornalista italiano arriva in Afghanistan e viene sequestrato dai talebani. E subito iniziano a serpeggiare le voci di corridoio che avvitandosi in un doppio salto di dietrologia arrivano ad accostare il tempismo del rapimento con la votazione in parlamento del rifinanziamento della missione italiana a Kabul. Che c’entri qualcosa? E’ solo pura coincidenza? Il solo fatto di porsi questa domanda la dice lunga. Ma il meglio deve ancora venire. I talebani fanno sapere che il giornalista italiano ha confessato di essere una spia degli inglesi. Basta questo fulmine a ciel sereno per scatenare una grandinata di critiche, accuse e difese confezionate con lo zelo di lavare l’onore della peggiore delle macchie – quella di essere sul libro paga di qualche politico e di qualche potere. E’ davvero un’infamia assolutamente irrealistica perché nessun giornalista accetterebbe denaro o favori politici. Li chiederebbe direttamente. Ma che male c’è? Basta col moralismo professionale. Come se fossimo tutti un paese di cittadini modello. Basta un pizzico di realismo verso se stessi. Siamo in Italia e siamo italiani. Ma non è ancora finita. La presunta collaborazione con gli inglesi sarebbe finalizzata a scovare i rifugi dei talebani. Bene! Perché, qualche giornalista integerrimo vorrebbe pure proteggere questi galantuomini del Mullah Omar e dei suoi barbuti sgherri? E invece giù a maledire questa infamante accusa contro il giornalista rapito, in una sollevazione popolare di tutto il giornalismo istituzionale italiano, che sale sulle barricate per difendere la sua slabbrata verginità deontologica. Che spettacolo! Roba da YouTube. Invece di sostenere il valore civile di un giornalista che avrebbe capito da che parte stare, le corporazioni della informazione di propaganda preferiscono insabbiare la loro coscienza sporca e proclamarsi puri. E’ il vecchio discorso di sempre: il giornalista di sinistra gode di impunità morale perché difendere i compagni nei guai non è reato. Il giornalista, vedi Renato Farina, che fa la scelta opposta, diventa un infame e merita solo sputi in faccia. Il problema è questo: il tanto idolatrato giornalismo di sinistra, quello dei corrispondenti di guerra amici dei terroristi, rischia di essere “sputtanato”. Ecco l’intrigo di carta che fa tremare le ginocchia ai giornalisti del regime. Un gran polverone montato su presunte dichiarazioni, che però fanno così paura che già scattano le contromisure. La paura non è un buon inchiostro, perché fa sbavature che non si cancellano.




permalink | inviato da il 8/3/2007 alle 8:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa



30 gennaio 2007

Computer con Vista

Posologia. Mettere in pausa qualunque attività videoludica per azionare l’intelligenza. Fatto? Fa lo stesso. Sollevare lo sguardo al di là del televisore. Fatto? Così va meglio. Si aprirà un orizzonte infinitamente più esteso di quel piccolo metro di spazio che separava gli occhi dallo schermo. In questo orizzonte la Biancaneve delle console di next-gen acquista un senso (il primo?) diverso. E’ solo il primo passo, è l’indice ancora da completare, la premessa di una storia futura.

IN BELLA VISTA

Uuuultime notizieeeeeee. Più o meno doveva suonare così la voce dello strillone che vendeva i giornali all’angolo della strada molto, molto tempo fa. Quest’immagine in un bianco e nero così colorato di emozioni è stata scaricata dai server della memoria collettiva e sostituita da podcasting e streaming, videopresentazioni e annunci online. Ma il prodotto non cambia. E così al Consumer Electronics Show anche Microsoft ha “strillato” l’ultima edizione delle sue novità. Windows Home Server, cioè la credenza hardware che serve a riporre l’utensileria dei contenuti digitali. L’arredamento di qualità è in Vista, ma arriva al top con l’evoluzione di Xbox 360 in un ricevitore e registratore per IPTV. Ecco il botto: la televisione via internet. Basta con la vecchia televisione catodica. Largo ai contenuti aggiuntivi, via libera all’interattività, semaforo verde fisso per il video-on-demand. Il bello dell’IPTV è che il tele-spettatore diventa un tele-autore perché ha l’opportunità tecnica di confezionare e personalizzare i contenuti. Questo è quanto afferma una sobria garzantina. Sì, è vero: la web-tv si è già piazzando sul mercato e la mossa di Microsoft odora di rincorsa per non perdere gli ultimi posti liberi. La lussuria del progetto Xbox-IPTV sgorga dalla possibilità di scambiare i tradizionali servizi di una IPTV con quelli di Xbox Live. Ad esempio guardare un dvd chattando con la cuffia e accedere alla dashboard usando la televisione. Gustoso, vero? E non ci vorrebbe un salto evolutivo per familiarizzare con una IPTV visto il successo travolgente del Marketplace. Ma dietro a questa goduria per gli utenti striscia anche il freddo calcolo di una crescita fenomenale di Microsoft, che in un colpo solo potrebbe raddoppiare la fetta del suo mercato. Senza pensare alle legioni di providers che il marchio di Redmond sarebbe capace di radunare per mandare in onda sulla sua IPTV i meglio palinsesti (che termine antico).


SYSTEM ERROR

Cosa? Palinsesto? Termine osceno ed eretico che fa scattare tutti i correttori automatici. Cosa c’entra il lessico ammuffito della paleo-televisione con l’avveniristica televisione via web? C’entra tutto, perché correndo dietro alla rivoluzione tecnologica della rete e all’esplorazione delle sue infinite potenzialità stiamo per ritornare indietro e ritrovarci di nuovo davanti alla stessa scatola che ci accompagna da mezzo secolo. Non fa ghiacciare il sangue nelle vene pensare che la rete finisce irretita dalla televisione? E’ come far stare un’enciclopedia in un solo quaderno. Siamo consapevoli di essere sul punto di sacrificare la rete sull’altare del già visto? Reality, film, telegiornali, sport, telefilm – ecco i fantascientifici contenuti di una web-tv. Alzi la mano chi scalpita per vedere gli eredi di TeleMike e Pippo Baudo o smania dalla voglia di pipparsi la nona edizione del Grande Fratello. Un po’ i crampi della moda tecnologica che si contorce solo per contemplarsi l’ombelico, un po’ la profonda superficialità dei pubblicitari et voilà: il “web” che trasforma, ripensa e rivede la “tv” finisce come un bellissimo spot commerciale. Siamo seri: non sarà certo il web, questo web, a far cambiare un fenomeno complesso e polivate come la televisione. Se anche su web-tv i contenuti sono gli stessi, vuol dire che la tecnologia non è la fonte del cambiamento. La qualità dei contenuti dipende dalla loro produzione, cioè dalle idee e dagli uomini, e non tanto dalla distribuzione. Ecco: la web-tv finora, e sottolineo l’avverbio di tempo, è un eccellente distributore, ma non è ancora, sottolineo di nuovo l’avverbio di tempo, un produttore, un creatore. Se un contenuto è mediocre, lo è su Rai1 e lo resta anche su una web-tv. Sarà lo stesso con Microsoft?

PIZZA CONNECTION

Quale futuro prossimo s’intravede nella sfera di cristallo liquido ad alta definizione? Tutto sarà connesso online – parola di Microsoft, che ambisce a creare un ambiente domestico in cui è connesso ogni dispositivo di intrattenimento: lettori portatili, computer, console, telefono, televisore e anche l’automobile. La casa si trasformerà in un server domestico. Mi ritorna in mente l’idea della casa domotica, che automatizza ogni utensile e controlla ogni angolo. Si rientra a casa ritrovandosi la vasca da bagno con l’acqua a temperatura ideale, magari con una bella ragazza o ragazzo (politically and sexually correct); la cena già pronta cotta col microonde e l’aspirapolvere automatico pulisce le briciole per terra senza nasconderle sotto il tappeto; la temperatura è regolata automaticamente e le luci si accendono e spengono al passaggio dell’inquilino. Perfetto. Un incubo perfetto. Lasciamo stare i guasti per cui l’acqua nella vasca può essere gelida, il microonde cuoce il gatto e le luci si accendono e spengono nel mezzo della notte. Sono guasti. Ma la libertà di fare il proprio comodo in casa propria? Essere liberi, anche di vivere in una discarica; il bello di prepararsi la cucina e non trovare l’interruttore della luce o sporcare di cenere il tappeto. E la casa connessa? Se si fulmina una lampadina il Signor Rossi la sostituisce, o comunque capisce che il guasto è lì. Se invece salta una stringa del registro di sistema – come fa il povero Signor Rossi a capire che il problema è lì? Ci arriva per disperazione, dopo che l’xbox 360 inizia a sparargli addosso fette di pane tostato, il televisore lcd hd proietta lo spogliarello di Pippo Baudo e Zune si sintonizza su Radio Marte libero – allora il Signor Rossi intuisce che qualcosa non va. Un altro incubo. Lasciando stare il Signor Rossi nei suoi incubi casalinghi, c’è una riflessione di fondo. Serve un notevole addestramento per non finire vittime della casa connessa: informatica, reti, connessioni. Microsoft non lo sa, ma gli italiani sono un popolo di analfabeti informatici, che usano il computer come un elemento d’arredo. Oltre a finire imprigionati in casa, il pericolo è quello opposto: spegnere tutto, col timore di aprire un file o usare un gioco e finire risucchiati nei gangli delle connessioni.


SALVATE IL GIRADISCHI

Ecco il punto. Dietro all’innovativa idea della casa connessa e della casa domotica c’è sempre la vecchia ideologia del potere invisibile e diffuso che penetra in ogni angolo della vita quotidiana. Tutto sotto controllo, tutto programmabile e programmato. Tutto connesso. Non penso solo a deliranti complotti di Microsoft per dominare il mondo. Lo fa già. Penso invece all’effetto di ritorno: sentirsi accerchiati dall’uniformità. Se tutto è connesso, tutto finisce per essere uguale, il film al gioco, il gioco alla chat, internet alla televisione in un unico cerchio stretto intorno a noi. Paranoia? Sto solo provando a dare uno spessore reale alle slide della presentazione. Non è difficile: la tv di microsoft, la console di microsoft, il lettore mp3 di microsoft, i giochi che girano sulla console di microsoft e i programmi che girano solo sul sistema operativo di microsoft, e così via. Gli ambiti di vita prima dotati della loro autonomia, come un giradischi e un televisore, ora vengono “connessi” ad un’unica centrale insieme a computer, telefono e internet. Non ci sarà più diversità tra guardare dvd e giocare online. Sarà sempre unica l’azione, la connessione, che definirà l’uomo digitale e sarà sempre unico il dispositivo al quale connettersi: un sistema impersonale al quale non gli frega niente di noi. Posso collegarmi io o mia nonna, e non cambia niente. E’ la visione di una società online che ha assorbito la società reale nella società virtuale. L’uomo finirà “connesso” e la connessione sarà il senso dominante della vita? Le giornate saranno scandite dagli aggiornamenti automaticamente installati per rattoppare piccoli bugs. Ma la vita è traforata di bugs come una groviera svizzera – è questo che la rende così saporita. Utente disconnesso.


SOLO UN TORRENT CI SALVERA’?

Inutile osteggiare il futuro quando sta diventando presente. Basta riportare la fantasia dell’uomo Allora tiriamo un segno su “connessione” e scriviamoci sopra “condivisione”. Creiamo da soli i nostri video e pubblichiamoli su siti costruiti con software open-source. Condividiamo i nostri files con il P2P. La condivisione permette di interfacciarsi con altri individui umani, oltre che apparecchiature informatiche. Permette di elaborare una socialità che va oltre lo stabilire una connessione, perché dall’interazione di intelligenze individuali si sviluppa un’intelligenza collettiva in continuo divenire. Tutto in modo spontaneo, casuale, non senza errori – ma tutto inserito in un processo di apprendimento collettivo. Non c’è bisogno di chiamare il camion della nettezza urbana per liberarci di Windows. Basta usarlo per noi; basta usare la tecnologia senza lasciarsi usare, senza finire come prolunghe biologiche di un computer, senza lasciare che la casa, espressione fisica e spaziale della nostra vita, sia solo una presa multipla a cui connettere tutto, pure moglie e figli. La condivisione è già una realtà, molto più confortevole di quanto non lo sia la futuristica “casa connessa”. E allora lanciamo un appello per la salvaguardia delle specie in via d’estinzione: il giradischi, il televisore a tubo catodico, il telefonino che fa solo telefonate e una consolle per videogiochi che – stranissimo – fa la consolle per videogiochi e basta. Ma in cima alla lista Inutile che Microsoft indossi la livrea da maggiordomo per servire ogni desiderio del consumatore. Grazie, ma ci divertiamo lo stesso anche da “sconnessi” e comunque le tasche finiscono sempre svuotate per fare acquisti nel reparto intrattenimento-tecnologia. E allora, Mr. Gates, la casa connessa vendiamola ai nostri figli, perché noi, la nostra piccola casetta con i suoi primitivi utensili tecnologici è bellissima! Sigla di chiusura.




permalink | inviato da il 30/1/2007 alle 10:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



15 gennaio 2007

Pirandello prigioniero di guerra

7 anni e 10 mesi. E’ la condanna inflitta agli impresari teatrali che portano in scena il teatro pirandelliano, costretti a continuare per altri 7 anni e 10 mesi a pagare il balzello imposto dalla SIAE. In tempi di indulto, solo il teatro non viene agevolato ma, al contrario, vede allungarsi le sue pene. La legge stabilisce che chiunque rappresenti un’opera teatrale di Pirandello deve pagarne i diritti alla SIAE per 70 anni dalla morte dell’autore. 70 anni di vacche grasse che vengono munte dalla SIAE e dagli eredi dell’autore, senza fare niente, aspettando soltanto che arrivino i soldi versati dalla rappresentazioni. E poi? Poi basta. Passati i 70 anni le compagnie di teatro non devono più pagare i diritti d’autore e la SIAE deve mettersi a digiuno. Dal 1 gennaio 2007 sono dunque trascorsi 70 anni dalla morte di Pirandello. Ma la legge è imperfetta e questa qui è anche vecchia, così vecchia che è un peccato non aggiornarla. Anzi, è una splendida occasione di profitto per la SIAE, che non è una società per profitti. E così gli azzeccagarbugli si sono messi all’opera (è proprio il caso di dirlo) e hanno finalmente trovato l’ago nel pagliaio – l’ago con cui risvegliare chi si era illuso di non dover pagare più tasse per inscenare Pirandello. Anche se microscopico, il cavillo è micidiale: basta abolire la distinzione tra autori appartenenti ai paesi vincitori della seconda guerra mondiale e autori appartenenti ai paesi sconfitti. Cosa c’entra? C’entra perché, nel caso di Pirandello, i famosi 70 anni di vacche grasse vanno contati, spiega la SIAE, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, cioè dal 1947, e non dalla morte di Pirandello, avvenuta nel 1936. Quindi i 70 anni non finiscono nel 2007, ma proseguono fino al 2013. Vogliamo fare un torto ad un premio Nobel? Non è certo il caso di fare i razzisti teatrali e discriminare tra autori italiani e stranieri. Perché poi rispettare una legge italiana quando abbiamo di fronte un “accordo internazionale” che raggruppa le SIAE di tutto il mondo? Il potere è dei soldi, non dei voti. E poi dicono che la cultura non rende. Basta saperla prendere dal verso giusto, cioè sfruttando il lavoro altrui e dotandosi di tanta, tanta fantasia con cui inventarsi rocamboleschi alibi per continuare a intascare soldi – ecco la vera arte – senza lavorare. Ci rivediamo tra sette anni, per conoscere la nuova motivazione con cui sarà giusto estendere fino a 1500 anni dalla morte il pagamento dei diritti d’autore alla SIAE. Sipario.




permalink | inviato da il 15/1/2007 alle 19:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa



9 ottobre 2006

In Russia la verità uccide


Un delitto come tanti altri, in apparenza. In una città, Mosca, dove la sicurezza pubblica resta avvolta da una zona grigia, una donna viene assassinata da quattro colpi di pistola nell’ascensore del suo condominio. Ma la notizia è un’altra: la vittima è Anna Politkovskaya, l’icona del giornalismo-verità che ha denunciato pubblicamente le nefandezze della “Russia di Putin” – il titolo del suo best-seller – come sistema di potere corrotto e clientelare, dominato dal potere presidenziale e macchiato da crudeltà e abusi sistematici.



La tribuna giornalistica da cui la Politkovskaya, “penna d’oro” nel 2000, lanciava le sue crociate era la redazione del quindicinale “Novaya Gazeta”, tra le cui firme compare anche quella di Gorbaciov. La testata è una delle ultime isole felici rispetto al nuovo “arcipelago Gulag” in cui l’informazione politicamente scorretta è stata rinchiusa dal monarca presidenziale. Anche il tempismo dei quattro colpi di pistola è stato letale, perché proprio lunedì scorso sarebbe stata pubblicata l’esplosiva inchiesta della Politkovskaya sulla tortura in Cecenia.
La repubblica separatista era da lungo tempo al centro degli interessi della Politkovskaya, sin da quando la giornalista era stata una delle mediatrici durante il famoso assalto di terroristi ceceni al teatro moscovita nell’ottobre 2002. Ci fu anche la tragedia della scuola di Beslan nell’attività della Politkovskaya; ma rimase una parentesi mai aperta a causa di un sospetto avvelenamento che impedì alla giornalista di raggiungere il luogo della strage. Secondo il direttore di “Novaya Gazeta” se l’inchiesta fosse stata pubblicata avrebbe smascherato le responsabilità di Ramsan Kadyrov, sanguinario premier ceceno legato a doppio filo con Mosca, nell’uso indiscriminato della tortura per debellare i ribelli e dominare la popolazione. A quel punto lo zar Vladimir sarebbe stato costretto a disconoscere il suo viceré, mandando in fumo la difficile riconquista russa della Cecenia, oppure ad ammettere il suo diretto coinvolgimento nei crimini commessi. Entrambe le alternative avrebbero assestato un durissimo colpo alla tirannia plebiscitaria di Putin.

La morte della giornalista trascende quindi il perimetro del giornalismo e anche della politica interna russa. Oltre al cordoglio e alle manifestazioni di simpatia per la vittima, puntualmente tardive, il primo intervento concreto è venuto dal dipartimento di stato USA. La richiesta ufficiale è che le autorità russe assicurino alla giustizia mandanti ed esecutori del delitto, interrompendo la striscia di sangue versato da dodici giornalisti, tra cui un americano, uccisi in Russia negli ultimi sei anni. E’ un altro passo verso l’allontanamento tra Mosca e Washington, acuendo la crisi in Georgia, ambita da NATO ma ritenuta feudo russo, e dopo le tensioni sulla costruzione dello scudo stellare in Polonia. Il computer con l’inchiesta sulla tortura è sotto sequestro del procuratore generale russo, che condurrà direttamente l’inchiesta. Ma in questo clima le speranze di conoscere la verità sono ridotte a zero. Alta resta invece l’indignazione civile per questo crimine, che ha spinto centinaia di moscoviti a testimoniare un cordoglio che lancia un chiaro messaggio di dissenso al Cremlino. I quattro spari che hanno scritto la parola fine alla vita di Anna sono il punto finale che tronca un’intrepida visione del giornalismo, che assume la responsabilità dell’informazione come impegno civile. Come le sue parole, anche la sua morte ha scosso le coscienze.




permalink | inviato da il 9/10/2006 alle 11:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


sfoglia     maggio       
 


Ultime cose
Il mio profilo



1972
Abr-Nequidnimis
Cantor
Inyqua
Jimmomo
Le Guerre Civili
Schegge di Vetro
The Right Nation
Il Megafono
Liberali per Israele
Daw
KrilliX
Face the Truth
Zanzara
Starsailor
The Mote in God's Eye
Zirgurrat - Nextcon
Daisy Miller
Below the Line
Mikereporter

La Scrittura Creativa
Drowned World
Il Mango di Treviso
Il Giovane Occidente
Esperimento
Pepena
Adestra
Fram!
Monarchico
lalama4
Otimaster
Mariniello
Le Barricate
Gianni Guelfi
Libere Risonanze
Il Pizzino
I miti di Cthulhu
BlacKnights
Pesimedia
Saura Plesio (Nessie)
Marshall
Gabbiano Urlante
Il blog di Ricky
Italiaweb
Fort
Quid tum?
Topgonzo
Entrophia by Emir M.
Blue-highways
Revanche
Raccoon
Piazza Grande
Tricolore
Revanche
Il Rumore dei Miei Venti
Endor
Parbleu
Creez Dogg in Tha House


Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom