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  Joyce [ Questo blog rivela la sua efficacia contro le patologie tipiche delle ideologie politiche, come ansia elettorale, grave deficit umoristico, stress da obbedienza... ]
         







L'Italia è un paese
di morti che,
per sfortuna,
sono ancora vivi.
























































































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19 maggio 2007

Col passato negli occhi



Perchè l'Italia non è la Francia di Sarkozy e Sègolène? Perché al di qua delle Alpi c'è una guerra civile che non è ancora conclusa. Il passato non è passato, i morti sono ancora vivi e i segni del sangue restano freschi. Basta leggere questo pregevole articolo per capirne un'attualità che può essere così forte solo in un paese, l'Italia, in cui i fantasmi sono veri.

Se la conflittualità politica implode violentemente dentro un Paese, giungendo sin dentro le famiglie, come è messo in evidenza dal film di Daniele Luchetti Mio fratello è figlio unico ispirato dal romanzo di Antonio Pennacchi Il fasciocomunista, il compito affidato gli storici che verranno dopo parrebbe essere facilitato, se non altro dalla totale leggibilità delle contrapposte demarcazioni di campo. In realtà proprio gli ultimi saggi sugli anni Settanta sembrano smentire questi luoghi comuni. La radicalità politica di quel periodo, non appena si superano le schematiche settorializzazioni tematiche o cronologiche (la rivolta del '77 e le ramificazioni dell'autonomia operaia, lo stragismo, gli anni di piombo e il terrorismo rosso e nero...) presenta ulteriori complessità e si dirama con implicazioni inaspettate. Emblematici di questo sguardo sugli Anni Settanta erano stati, sinora, soprattutto saggi dedicati alla realtà della rivolta del '77 e al movimento dell'autonomia operaia. Negli ultimi tempi però anche il versante «nero» di quegli anni ha cominciato a essere inquadrato al di fuori di scontati stereotipi: è il caso, ad esempio, di Storia nera, il notevole saggio che Andrea Colombo ha dedicato ai Nar (Nuclei armati rivoluzionari), il ristretto gruppo – operativamente neppure una decina di elementi - che ebbe in Valerio Fioravanti e Francesca Mambro i suoi elementi più conosciuti. Una formazione che con i trentacinque morti lasciati sul terreno nel corso delle sue scorrerie rappresenta il nucleo più attivo e sanguinario all'interno di quella che si può definire l'«autonomia di destra». Il sottotitolo del libro di Colombo è però esplicito e senza infingimenti: «Bologna. La verità di Francesco Mambro e Valerio Fioravanti». Infatti i due elementi dei Nar, rei confessi di molti dei delitti che hanno provocato la loro condanna a diversi ergastoli, sono stati ritenuti colpevoli anche della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Da sempre Fioravanti e la Mambro hanno respinto l'accusa e, anche in questo libro, forniscono non pochi spunti che inducono sempre più a dubitare che la sentenza che li ha inchiodati al crimine terroristico più grave mai compiuto nel nostro Paese sia stata davvero costruita su elementi inoppugnabili. Il tema è cruciale e prende molte pagine della ricostruzione di Colombo ma Storia nera va al di là di questa vicenda fondamentale sulla quale esiste una «verità giudiziaria», sempre più manifestamente fragile,ma non una convincente «verità storica». Il libro è importante perché costituisce una ricognizione complessa e raffinata – come non se ne avevano più dopo gli studi dedicati da Ugo Maria Tassinari al neofascismo e alla «autonomia nera» - su una realtà politica e umana rilevante posta dentro l'esplosivo crogiolo degli Anni Settanta. Storia nera è convincente in molti aspetti, e utile anche quando non se ne condividono le argomentazioni, perché porta dentro i meccanismi più intricati alla base di una formazione politica e criminale, operante per spiazzanti paradossi, come i Nar. Ad esempio: Fioravanti,che è il leader di questa banda nera, ha sempre ribadito il suo non essere fascista ma, piuttosto, «anti-antifascista». I suoi gregari sono soldati di una rivoluzione che si presume elitaria ma non rinunciano ad affari grandi e piccoli con i gangster della Banda della Magliana. Fioravanti è un estremista conservatore ma rifiuta ogni gerarchia, a cominciare da quella che lo vorrebbe obbediente agli organigrammi del «partito nero» dell'ordine. Buona parte delle azioni dei Nar - quando scatenano i loro folli raid contro i loro avversari rossi, coi quali pure affermano di voler sancire una tregua, o quando attaccano e uccidono ragazzi e padri di famiglia che hanno la sola colpa di servire lo Stato - sono effettivamente anche quello che Fioravanti afferma: un diktat, scritto in vite umane, rivolto verso padri e padrini del neofascismo. Quelli che parlavano di una «rivoluzione di destra» ma, lo sguardo fisso ai giochi del potere, ben si guardavano dal farla.

(Tuttolibri, La Stampa, 19 maggio)




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19 maggio 2007

Costruire un mostro



Un eterno tiranno - questo potrebbe essere il sottotitolo dell'ennesima biografia del despota georgiano. Ma questa volta l'analisi biografica si concentra sull'infanzia e l'adolescenza del giovane Stalin, allo scopo di marcarne la natura radicalmente misantropica e dedita all'uso metodico della violenza. Abbondante il reparto degli aneddoti, il focus dell'attenzione sfuma sui grandi eventi storici, senza però ricondurli alla psicologia del protagonista. Mostro? Tiranno? Politica e personalità si confondono, complicando il lavoro dello storico, ma completando la storia. 

Simon Sebag Montefiore 
Young Stalin 
 

To be published in America by Knopf in October

Weidenfeld & Nicolson; 432 pages; £25.




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29 aprile 2007

Arte irregolare



Nel 1889 Adolf Wölfli, un malato di mente, più volte condannato per tentativi di stupro, internato nel manicomio di Waldau, vicino a Berna, inizia a disegnare vorticosamente nella propria cella. Prima di allora non aveva mai fatto nulla del genere. Sono fogli di carta riempiti disegni ornamentali, ghirigori, facce,cornici, ossessive ripetizioni e variazioni.Per alcuni anni le opere diWölfli vengono distrutte o disperse,sino a quando Walter Morgenthaler,un giovane psichiatra, lo visita. Inizia così un rapporto tra il medico e l'internato,una lunga cartella clinica di osservazioni,ma anche lo sviluppo di un lavoro artistico che non ha eguali nell'arte dell'ultimo secolo. Nel 1921 Morgenthaler dà alle stampe un libro, Ein Geisteskrankerals Künstler, in cui racconta la vicenda psichiatrica e artistica di Wölfli, corredandola di riflessioni estetiche, oltre che di materiali biografici, valutazioni psicopatologiche che risentono di Freud, ma anche di Jung e di Karl Jaspers. Tradotto in italiano con il titolodi Arte e follia in Adolf Wölfli, il libro dello psichiatra svizzero fa luce su un'arte che è stata scoperta e valorizzata solo a partire dal secondo dopoguerra,quando Jean Dubuffet, l'artista francese,scopre Wölfli e lo espone a Parigi in una mostra che spinge Andé Breton a sostenere che il folle di Waldau è l'autore di una delle tre o quattro opere più importanti del Novecento.Nato nel cantone di Berna, nella regione dell'Emmental, nel 1864,Wölfli è il figlio minore di sette fratelli.Di famiglia poverissima, padre tagliapietre e alcolizzato morto ben presto,viene separato dalla madre e dato in adozione; sottoposto a lavori pesanti,il ragazzo svolge per dieci anni l'attività di bracciante agricolo e dopo una serie di delusioni amorose, un matrimonio sfumato con una giovane che scopre essere una prostituta, inizia a girovagare per la Svizzera. Viene arrestato dopo alcuni tentativi di stupro di bambine. Internato definitivamente in manicomio, vi rimarrà sino alla morte sopravvenuta nel 1930.Nel chiuso della sua cella - uomo collerico,bizzarro, strano - Wölfli scrive una autobiografia di 25.000 pagine, illustrata con disegni a pastello e corredata di composizioni musicali: una serie di quaderni che accatastati raggiungono l'altezza di due metri.Il suo lavoro artistico è sorprendente.Nel 1929 compone alcuni collage con ritagli di giornale: trentadue anni prima di Andy Warhol mette in un quadro una lattina di zuppa Campbell's.Nei suoi disegni ci sono giochi di parole degni di Carroll, manipolazioni linguistiche alla Rabelais, ecolalie alla Joyce. L'internato suona una trombetta di carta seguendo spartiti musicali indecifrabili vergati da lui medesimo. Dopo il 1899 Wölfli non smette più di disegnare, trascorrendo l'intero giorno in questa attività, sino a quando non ha consumato le matite a disposizione o esaurito i fogli.Morgenthaler, osserva nella prefazione al libro Michele Mari, è colpito dall'aspetto compulsivo dell'attività dell'internato. Secondo Mari, Wölflinon «fa arte» bensì «lavora» a qualcosa che non può essere mai interrotto.Dipingendo, disegnando, scrivendo musica, redigendo la propria autobiografia egli svolge un esorcismo meccanico che ha più a che fare con la fatica,con la durata e la continuità dell'atto fisico che non con la sublimazione:una distrazione da sé. Wölfli è dotato di un vero e proprio vocabolario delle forme creative: sfondi decorativi a quadretti e a tratteggio, effetti a scaglie,a mattone, oppure a «campanelle», motivi ornamentali a pavonia e a rosetta con gomitoli o rosoni a vortice,che ricordano i dettagli visivi isolati nell'arte medievale da Baltrusaitis su capitelli, rosoni, facciate di cattedrali.Nei quadri fitti di immagini minuziose,coloratissime, decisi da un ritmo compositivo maniacale e totalizzante,si leggono piccoli autoritratti che ricordano i disegni di un fumetto ma anche i bassorilievi romanici.Wölfli manifesta nelle sue opere un elemento infantile: la mancanza di profondità e di prospettiva, il primitivismo nella raffigurazione, sono stili tipicidi gran parte dell'arte moderna, da Klee a Kandinsky, da Picasso a Matisse che l'internato di Waldau non conosceva.Morgenthaler cerca di scendere in profondità, di sondare le ragioni profonde dell'arte di questo autodidattache dimostra di possedere un senso del ritmo e dello spazio straordinario.Si chiede: è stata la follia a creare l'artista?Quali capacità possiede? Lo psichiatra parla di «manierismo» e Mari ricorda la formula di Binswanger: «esistenza mancata», ovvero l'arte come risarcimento. Ma è anche vero che non tutti quelli che hanno avuto un'esistenza mancata sono stati dei manieristi odegli artisti tout court.E allora dove sta il mistero di questo meraviglioso miniaturista del moderno che adotta un linguaggio di pura transitività, di assoluta orizzontalità e infinità della narrazione? Mari risponde che creando Wölfli «diventa un altro:prima dell'arte, dunque, la sua salvezza fu la sua stessa schizofrenia». In un lungo saggio - ora in parte tradotto in italiano nel catalogo della mostra«Oltre la ragione», a cura di Bianca Tosatti- Harald Szeemann, geniale curatoredi mostre, scrive che l'alienazione per Wölfli è una alternativa eroica«che si fa carico di additare al prossimo la sua salvezza». L'idea di creare un museo dell'art brut è per Szeemann un errore, una forma di ghettizzazione. Il folle svizzero ci offre un'opportunità non sfruttata ancora a pieno: rivelare la globalità del sistema di pensiero da cui è prodotto. Emarginati, isolati,inservibili, questi artisti, animati da un'irresistibile urgenza di comunicare,hanno creato «magnifici schemi perabbracciare il mondo». Per loro produrre,scrive Szeemann, «è una fuga dal tempo». Nei quadri di Wölfli gli orologi segnano sempre le 12,30, e non si sa se ore del giorno o della notte. Lì il tempo si arresta, il mondo trattiene il respiro. Esattamente ciò che da almeno due o tre secoli prova a fare l'arte:«Non c'è catastrofe senza idillio, non c'è idillio senza catastrofe».

Arte e follia in Adolf Wölfli
trad. di Alessandra Pedrazzini
ALET, pp. 223, e 20

Il libro di Morgenthaler, edito magnificamente da Alet, con ampia prefazione di Michele Mari, era già stato tradotto da Mimesis; a Wölfli era dedicato il n. 36 della
rivista «Kos» (1988), «Il creatore schizo», con testi di E. Spoerri, Szemann, Keller, Pulver. Da anni Bianca Tosatti si occupa con competenza e amore di questi artisti
irregolari: si veda «Figure dell'anima. Arte irregolare in Europa» (Mazzotta,
1997); ha organizzato di recente a Bergamo la mostra «Oltre la ragione. Le figure, i maestri, le storie dell'arte irregolare» (Skira, pp. 368, € 45), ora aperta a Montecarlo.

 Tutto Libri, La Stampa, 28 aprile 2007




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18 febbraio 2007

Brothers in arms

 


Fanti. Nel fango, nelle trincee, sotto la pioggia, avvolti dalle nebbie, coll'arma in pugno, coi pugni nelle tasche dell'impotenza, nei capelli della disperazione, nelle cartuccere dei sogni. Fanti che combattono. Non solo la guerra. Un vecchio romanzo, un caposaldo di chi, pacifista o meno, riesce a scorgere la vita oltre le trincee.

In attesa che le attuali guerre afghane e irachene e un domani forse iraniane producano oltre alle note vittime soprattutto civili qualcosa di simile al ragguardevole corpus di opere letterarie ma anche cinematografiche scaturite dall'intervento statunitense in Vietnam, Feltrinelli ripubblica a distanza di quasi un trentennio rispetto alla prima edizione americana un gran bel libro di Tim O'Brien, Inseguendo Cacciato, premiato col National Book Award nel 1978 e uscito in Italia da Leonardo nel lontano 1989. Tim O'Brien in Vietnam ci finì davvero, quattordici mesi in fanteria tra il gennaio del 1969 e il marzo del 1970. E il Vietnam è ancora lì, in Inseguendo Cacciato, pronto a inghiottirti fin dalla prima pagina, giungla e risaie e insetti e umidità e paura e voglia di tornare a casa e tutto. La storia è dunque quella del lunghissimo, incredibile, allucinato inseguimento, da parte del non più giovane tenente Corson, sofferente di dissenteria, e del suo pugno di soldati più o meno sull'orlo di una crisi di nervi, di questo disertore che di cognome fa Cacciato e di nome chissà, nessuno dei suoi commilitoni lo ha mai saputo o se lo ricorda. Cacciato, deciso a mollare la stupida guerra toccatagli in serbo a causa di data e luogo di nascita (e censo: l'attuale presidente Bush, si sa, riuscì a restarsene a casa), un bel giorno decide di mollare baracca e burattini per andarsene armi in spalla fino a Parigi. Dato che si trova dalle parti del Mekong, quindi, attraverso Laos, Birmania, India, Afghanistan, Iran, Turchia, Grecia, Jugoslavia, Austria, Germania, Francia. A piedi. I fanti d'altronde in tutte le guerre s'abituano presto a fare lunghe marce, e quando uno dei soldati impantanati nel fango del Sud-Est asiatico riferisce la scomparsa di Cacciato al tenente in comando e ne riassume a grandi linee il piano di fuga, riferisce: «Dopo la Grecia il resto è facile, è così che mi ha detto». Non a caso, in epigrafe viene citato Siegfried Sassoon: «I soldati sono sognatori». E infatti: tra i membri della squadra comandata alla missione, si distingue Paul Berlin, gran sognatore come appunto tutti i soldati, che ai sogni (non di rado indotti artificialmente: in Vietnam com'è noto si combatteva sotto l'effetto di anfetamine e poi si cercava rifugio nell'eroina o si prendeva il volo con l'Lsd) ricorrono per liberare la mente dalle paure con cui per forza di cose devono convivere: su tutte, forse, quella derivante dal doversi sbarazzare delle gallerie sotterranee scavate dai Vietcong secondo le procedure propugnate da un altro ufficiale, il tenente Martin, per il quale gli stretti cunicoli vanno prima ispezionati da cima a fondo e solo dopo fatti saltare. Salvo che Berlin, da parte sua, ama sognare davvero in grande. La strada per Parigi imboccata dal gruppo di ragazzi con ai piedi i loro anfibi risulta per forza di cose tortuosa, densa di rischi e di sorprese. Passa per grossi fiumi limacciosi e placidi torrenti che s'inoltrano nella giungla, e per la Regione dei Laghi più grande del mondo, che a Berlin ricorda paradossalmente il Wisconsin e le gite tra i boschi compiute durante l'infanzia con suo padre, a parte il fatto che lì gli alberi sono stati tutti bruciati dal napalm e che per laghi s'intendono i crateri scavati dalle bombe sganciate dai B-52 e poi riempiti dalle piogge torrenziali di un'acqua priva (ovviamente) di pesci. Tranne per Cacciato, che si ostina a tentare di pescare qualcosa. L'inseguimento di Cacciato passa tra gli altri luoghi per la Teheran pre-rivoluzionaria al tempo dello Scià, in cui le strade sono ancora intitolate a Eisenhower e ci si diverte ad assistere alle decapitazioni (uno tra i capitoli indimenticabili, altro che gli effettacci cui siamo ormai assuefatti al cinema come in letteratura), e si conclude in una Parigi dove Les Halles sono ancora il mercato alimentare più popolare della capitale. Giorno dopo giorno, il conto dei commilitoni morti si fa per Berlin sempre più pesante da sopportare. E la storia del drappello alle calcagna di Cacciato, intessuta delle storie di Doc e Billy Boy, del mitragliere Harold Murphy e tanti altri, si avvia alla sua inevitabile conclusione. Libro intenso, una prosa trasparente, Inseguendo Cacciato è uno di quei romanzi capaci di far sorridere e di commuovere fin quasi alle lacrime. Magari siamo noi che stiamo invecchiando. Ma lui, più attuale che mai all'epoca del «nuovo Vietnam» mediorientale, porta benissimo i suoi anni.

(grazie a "Tutto Libri", inserto intelligente di un tabloid mediocre come "La Stampa")




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17 febbraio 2007

Art Weekend: l'arte della politica estera




Le stanze chiuse della politica estera aprono le loro porte. Niente attacchi terroristi, niente sottrazione di documenti top-secret. Solo l'esaltazione del gusto artistico che caratterizza i palazzi della politica estera italiana. All'apparenza irrilevanti per fini politici, gli interni, le sculture, le pitture, gli arredamenti e l'architettura divengono i protagonisti. L'estetica della diplomazia. Firmata da un uomo di potere a cui non difetta la sensibilità artistica.

Dal Palazzo delle Segreterie, in piazza Castello, a Torino, al fiorentino Palazzo Vecchio in piazza della Signoria, alle romane sedi, Consulta, Chigi, Villa Madama, nonché il Palazzo della Farnesina, dov’è il nostro ministero degli Esteri. Ugo Colombo Sacco di Albiano, in diplomazia dal 1981, ha compiuto un elegante, nonché puntiglioso viaggio, tra parole e immagini: «Dove la diplomazia incontra l’arte» (Editore Colombo, pp. 325, e90, prefazione di Paolo Bucci di Benisichi). In particolare il volume vuol essere «un museo virtuale della memoria», che ripercorre le vicende delle sedi centrali della diplomazia italiana fra l’Unità e oggi.

Ugo Colombo Sacco di Albiano
"Dove la diplomazia incontra l'arte"
Editore Colombo




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10 dicembre 2006

L'Egitto a Chicago: Ala Al-Aswani



La tortuosità delle biografie che scivolano nel degrado umano e si avvitano su se stesse; la confusione delle identità sociali, economiche e religiose; le epoche della storia. Sono gli inquilini che risiedono a Palazzo Yacoubian, opera d'arte architettonica che ospita una porzione di vita sociale che a sua volta si fa opera d'arte. I suoi piani, il suo ascensore, i suoi appartamenti, il suo portone. Capitoli di un romanzo; spazi di vita. Soprende quanto sia complicato e fascinoso l'Egitto di Ala Al-Aswani, l'erede di Naguib Mahfouz. La sua virtù è accoppiare l'oggettività dell'intellingenza con la passione dell'appartenenza ad una terra, ad una tradizione. Esce il secondo pezzo forte, "Chicago", e il titolo è la carta d'imbarco per uscire dalle sabbie egiziane. La meta è niente meno che quell'America così ostile agli arabi e allo stesso tempo così vicina. Islam, politica, terrorismo, tortura, gli ebrei - sono i compagni di viaggi di Al-Aswani, e sono i nuovi protagonisti di Chicago. “Lasci perdere la propaganda anti-islamica, non è per la religione che si diventa terroristi”, dice Ala al-Aswani. “E non è neanche la povertà: si può essere povero e mantenere la propria dignità. Sono un medico, e so che uno dei rischi è confondere fra malattie e complicazioni. La malattia, qui da noi, è la dittatura. Il resto, terrorismo, corruzione, sono complicazioni. È l’ingiustizia la chiave di tutto". Fa già scalpore.



Una coinvolgente intervista a Feltrinelli
Recensione di Palazzo Yacoubian
L'unico Nobel per la letteratura egiziana:
Naguib Mahfouz 




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8 dicembre 2006

Unboxing: il gusto di aprire le scatole

 


Vietato romperle! Aprire scatole non è mai stato così bello – anzi: guardare qualcuno che lo fa. Si chiama "unboxing" e succede solo su internet. Si stanno moltiplicando i siti che raccolgono i video dove perfetti sconosciuti tirano fuori dall’imballo, con calma e cura, i loro nuovi prodotti. Telecamere, playstation, apparecchiature informatiche, gioielli della tecnologia. Tutti esibiti al pubblico. Senza particolari descrizioni, senza musica in sottofondo o effetti speciali. Semplicemente scartati dall’involucro ed esposti insieme a tutto quanto incluso nella confesione. Poi basta. Ci sono due precedenti che spiegano il successo di “unboxing”, che letteralmente vuol dire “tirare fuori dalla scatola”. Il primo è la presentazione di Zune, l’anti-Ipod targato Microsoft, che fu tirato fuori dalla sua confezione per essere mostrato ai giornalisti. Poche decine di secondi per l’operazione di apertura e il successo era già alle stelle. La nuova stella non era Zune, ma la sua apertura. Poi c’è stato il lancio della Playstation 3, che andò esaurita in brevissimo tempo. Al popolo dei suoi ammiratori non restò che accontentarsi di guardare online le scene dei pochi fortunati che aprivano la sua scatola. Sono due episodi che hanno fatto scattare la molla per riprodurre il meccanismo su vasta scala. Ed ecco proliferare i video dove si aprono le scatole. Un video di “unboxing” è stato visto da oltre 70000 utenti in quindici giorni. Sono nati due siti appositamente per raccogliere i video: unbox.it e unboxing.com.

 

L’effetto involontario è fare pubblicità senza fare pubblicità. Ma se non c’è pubblicità come si fa ad invogliare all’acquisto? Stuzzicando l’istinto feticista. Guardare la confezione di una merce desiderata aprirsi davanti ai nostri occhi è come immaginare di averla acquistata. Il grande pubblico non si accontenta di vedere il prodotto, vuole anche veder aprire la scatola perché quest’apparente banalità invece riduce la distanza rispetto all’oggetto dei desideri. E’ quasi come averla tra le mani perché aprirne la confezione è permesso solo a chi la possiede. Insomma, vedere un “unboxing” fa venire l’acquolina in bocca, fa salivare le papille del portafoglio e favorisce la diuresi del conto corrente. Allo stesso tempo è il trionfo dell’esteriorità estrema. Non conta neanche più la merce e la sua apparenza esteriore. Conta l’involucro, che normalmente viene scartato. Invece qui lo scarto diventa il protagonista. E' vero: sotto Natale le pulsioni eruttano e quest'anno l'e-commerce tira. Ma non sono seghe mentali. 
Importanti aziende di marketing stanno seriamente esplorando le possibilità per offrire “unboxing” ai loro grandi clienti, che a loro volta sono presi in contropiede dal nuovo fenomeno. Per correre ai ripari molte case produttrici di hardware stanno puntando sull’imballo dei loro prodotti. E’ un arte, dice qualcuno col sorriso stupito. E’ un business, dice qualcun altro col ghigno di chi fa quattrini. Dopo tutto, è internet.




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18 novembre 2006

Giovanni Lindo Ferretti: da reduce rosso a soldato di Dio




Giovanni Lindo Ferretti
, ovvero le metamorfosi della vita. La voce dei CSI (ex CCCP, ovviamente) esegue un insolito brano (il canto del cigno?) ma questa volta il pentagramma non ospita note o parole, ma politica. Ferretti resta un personaggio che sa ammagliare chi non lo conosce, e continua a stupire i suoi ammiratori. Anima del punk italiano all'alba degli anni ottanta, adesso è l'anima più inaspettata che vivifica un'altra battaglia, su un altro fronte, quello della vita e dei diritti della politica nei riguardi della vita. Prima del referendum sulla fecondazione artificiale, nel maggio 2005 Ferretti scrive una lettera a Giuliano Ferrara a favore della vita. Dopo un anno e mezzo è intervistato dallo stesso Ferrara a 8,5 e finisce su Blob che ne offre un unico monologo dopo aver tagliato le domande di Ferrara. Se è vero che dallo sterco nascono fiori, dai CCCP nasce PGR, Per Grazia Ricevuta. E' il passaggio vitale della conversione al cattolicesimo, racchiusa nella sua autobiografia da "Reduce". Si abbona all'Osservatore Romano, sposa la causa ratzingeriana e conclude la sua rivoluzione votando Berlusconi. Non è un giro di valzer, ma l'accettazione delle spine conficcate nell'anima, per coronare con l'amore di Dio una vita di dolore. Dalla sinistra anti-sistema al voto per il centrodestra nelle politiche del 2006 - è il periplo intorno alla vita che Ferretti-Ulisse ha compiuto. Dove sta la verità? Ferretti insegna che la verità è anche una questione geografica che impone una ricerca tra gli opposti. Alla fine c'è solo lei, la vita. Un transfuga, un voltagabbana, un convertito, un artista e un politico. Ogni parola su Ferretti è sempre una carambola di maschere che non riescono a riassumere la sua unità complessa. Perchè le maschere, come le note, sono le ombre di qualcosa di più antico.

Citazioni
Una succosa 
critica musicale dei CCCP-CSI
Una abbondante collezione di
materiale politico su Ferretti
L'autobiografia "
Reduce"





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12 novembre 2006

Art Weekend: le montagne di Bocca




A proposito di montagne c'è Giorgio Bocca che con "Le mie montagne" rivolge il suo sguardo retrospettivo alle montagne come la culla delle libertà (l'uomo  che invecchia è come il buon vino) da cui l'Italia si è allontanata, tradendo la natura intesa non solo come luogo fisico ma condizione umana e sociale. E' in questa lettura che però passa il filo della politica, che finisce cul cucire anche le montagne, forse peggio di una ruspa.







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11 novembre 2006

Art Weekend: le alte vette di Mauro Corona




Classificare Mauro Corona è come appiccicare un'etichetta sul mare. E' troppo sfuggente e impetuosa la sua vitalità. Eppure Mauro Corona vive agli antipodi del mare, sulle cime spioventi tra Veneto e Friuli. Sul suo sito personale le categorie degli articoli sono in realtà le maschere della sua vita: attore, scalatore, romanziere, scultore. Ma anche uomo dedito ai vizi in modo irrimediabile, con una mentalità intransigente che negli USA gli varrebbe la patente di libertario. La cultura politica italiana è troppo retrograda per cogliere queste sfumature. La sua ultima opera è il libro "I fantasmi di pietra". Intervistato da Daria Bignardi, ha racchiuso in un trittico esistenziale la sua filosofia: naturalità, onestà e semplicità. Uomo selvatico in via d'estinzione? Eroe anti-tecnologico? L'uomo che parla agli alberi? Un sopravvissuto? Risposta libera.

 




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29 ottobre 2006

Art Weekend: Conversando con Dio





Parlando con Dio, ovvero sette libri scritti da Neale Donald Walsch in forma di dialogo in cui l'interlocutore è Dio, al quale l'autore rivolge domande e Dio risponde. Finisce per essere un gioco linguistico dove l'autore delle domande si rivolge all'autore della realtà, sballando le convenzioni tra domande e risposte. Il consenso del pubblico? Conversations with God è rimasto una presenza fissa nella classifica dei best-seller del New York Times per 137 settimane di fila, oltre due anni. Adesso è stato tratto un film: è il racconto di un autore di successo di programmi radiofonici sia sopravvissuto alle sciagure di una vita che era sul punto di finire. Gettato nel fondo della sua vita, con la mano nella mano della morte, il protagonista incomincia a rivolgersi a Dio con le domande più viscerali dell'uomo. Le risposte che gli provengono sono come gli scalini che lo riportano in superficie, da misero homeless fino ad autore di best-seller.

Il film, i libri e alcuni passi scelti




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28 ottobre 2006

Art weekend: Perchè certe cose non succedono mai in Italia?





Il primo pensiero che bussa alla porta del cervello è: perchè queste cose non succedono mai in Italia? Perchè la televisione e il cinema restano mondi separati, popolati solo da Santoro, Biagi e Lerner oppure da attori da fictions, con spessore culturale piatto, humour zero e intellingenza espulsa con foglio di via? Ecco Sacha Baron Cohen, che sguscia via da ogni etichetta prestampata per dare libero sfogo alla sua creatività, che si esprime specialmente nel costruire caricature così complete dei suoi personaggi, da finire col produrre una caricatura dell'intera società. E' un fenomeno, Borat, Ali G e Bruno, è un fenomeno comunicativo Baron Cohen che ride e fa ridere sottilmente e volgarmente, muovendosi sulla linea di confine tra verosimile e surreale, tra grottesco e impegnato. Tritacarne e allo stesso tempo fedele specchio del nostro tempo. 

Chi è Sacha Baron Cohen
Borat online
Un'esilarante intervista a La Stampa





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28 ottobre 2006

Art Weekend: il tradimento della Francia (libro)





BETRAYAL: FRANCE, THE ARABS, AND THE JEWS 
By David Pryce-Jones 
Encounter Books, $23.95, 185 pages 

E' un libro che offre una impetosa disamina di tutte i casi in cui la Francia ha tradito gli ebrei, sia come popolazione, che come stato. Da Napoleone III che descriva la Francia come potenza musulmana, a De Gaulle che blocca gli aiuti ad Israele nella guerra del 1967, offrendo poi asilo politico a Khomeini dieci anni più tardi, fino ad arrivare al sostegno al terrorismo palestinese e alla Siria, e allo scandalo oil-for-food in cui sono implicati undici diplomatici francesi. Ma le banlieues dimostrano la tragedia a cui conduce la cecità politica verso l'islam.
(recensione completa)




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1 ottobre 2006

Joyce: Art Weekend - Annie Leibovitz



Joyce inaugura la prima puntata di "Art Weekend", l'appuntamento di ogni fine settimana con parole e immagini dal cosmo artistico. E' un modo per curare l'assuefazione alla politica con pensieri eleganti, linee raffinate e buongusto. Qui sotto c'è una raccolta di scatti di Annie Leibovitz, che Wikipedia classifica come "fotografa per la rivista Rolling Stone, dal 1970 al 1983. Nel 1975, occupò il ruolo di fotografa della tournee di concerti del gruppo rock dei Rolling Stones. Negli anni 1980 la Leibovitz fotografò delle celebrità per una campagna pubblicitaria internazionale della American Express. Dal 1983 ha lavorato come fotografa ritrattista per Vanity Fair. Nel 1991 ha tenuto un esposizione alla National Portrait Gallery. Annie Leibovitz ha inoltre pubblicato cinque libri di sue fotografie, Photographs, Photographs 1970-1990, American Olympians, Women, e American Music."
Annie è la più apprezzata fotografo di spettacolo, una sorta di paparazza a stelle e striscie che ha immortalato lo stardom di Hollywood ma senza fermarsi alla patina della pellicola, con un flash sulla introspezione e l'espressione della personalità, come gli scatti che ho raccolto sembrano testimoniare.






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