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  Joyce [ Questo blog rivela la sua efficacia contro le patologie tipiche delle ideologie politiche, come ansia elettorale, grave deficit umoristico, stress da obbedienza... ]
         







L'Italia è un paese
di morti che,
per sfortuna,
sono ancora vivi.
























































































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31 gennaio 2008

La fregatura

Dopo la pugnalata alle spalle con cui Mastella ha dato il colpo di grazia al moribondo governo di Prodi, il centrodestra ha riacquistato una compattezza e una determinazione che aveva perso. Era stato lo stesso Berlusconi a demolire la sua coalizione prima fondando il nuovo partito, il popolo delle libertà, e poi rompendo l’asse con Fini e Casini. Se Atene cioè il centrosinistra piangeva, Sparta, cioè il centrodestra, non versava in condizioni migliori. Poi la fine di Prodi è coincisa con la ripresa del centrodestra dove tutti sono tornati amici come prima. Elezioni subito è la parola d’ordine che mette in riga tutta l’opposizione. Ma la riforma elettorale? Se davvero Marini fallisce e Napolitano scioglie le Camere, è probabile, ma non scontata, la vittoria del centrodestra. Ma questo non conta. Posto che il referendum slitta di un anno, un governo appena eletto non ha gran voglia di cimentarsi nelle riforme perché hanno un alto costo in termini di consenso intero alla maggioranza. In Italia le riforme spaccano i governi e specialmente le riforme elettorali fomentano conflitti, perché vanno a toccare i partiti, che sono il cuore della politica italiana. E’ davvero difficile immaginare un governo che affronti una riforma che entrerà in funzione solo fra due anni – perché nel 2009 ci sono già le europee e nel 2010 le regionali. E allora come si fa a restituire lo scettro ai cittadini con una riforma elettorale maggioritaria o almeno con l’indicazione della preferenza? Questa è la vera incognita che rischia di venire svalutata dalle ambizioni del centrodestra e dallo sbandamento della sinistra.





30 gennaio 2008

Marini l'esploratore


Il numero uno ha scelto il numero due. Napolitano ordina a Marini di indossare il casco del minatore, legarsi saldo ad una fune e calarsi, con la torcia accesa, nelle catacombe del potere romano alla ricerca di residui di una maggioranza perduta. Missione: fare un governo per fare la riforma elettorale. Impossibile? Come al solito, in Italia un governo non cade perché travolto da una slavina di dissenso, ma perché è bastato sottrarre un decimale nella sua sottilissima maggioranza. Ora basta aggiungere una manciata di senatori, e il gioco di prestigio è nuovamente riuscito – proprio come è riuscito dopo il voto del 2006. Più Marini l’esploratore si addentra nei meandri delle trattative più spregiudicate, più si gonfia il bubbone dell’antipolitica. E’ naturale: questa politica si è così sputtanata che ormai l’antipolitica è già il sano buon senso stanco da questi logoranti intrighi di palazzo. In Italia la classe politica è talmente invisa al popolo che ogni elezione finisce per essere una strage di onorevoli trombati. Perciò Marini l’esploratore, anche se catapultato in una missione senza ritorno, può contare sicuramente sul sostegno di tanti, tantissimi colleghi a cui tremano le ginocchia.





30 gennaio 2008

Ridateci Tito e la Yugoslavia!



Voglia di democrazia e libertà? Zero! E' Tito, l'ultima cariatide del comunismo yugoslavo, che scatena la passione dei Balcani, dalla Slovenia alla Macedonia, e fa gocciolare gli occhi di lacrime nostalgiche. Fioriscono i siti internet (ovviamente con dominio ".yu") per commemorare l'anticaglia del comunismo yugoslavo che imboccò la terza via  solo per stamparsi contro il muro del disastro economico e politico.
Se Tito piace più dell'Europa unita, allora ben venga la Stella Rossa 2.0. E' un business danaroso quello dei cimeli dell'antico regime, perchè qualunque porcata estetica e qualunque bruttura culturale, va bene purché targata Yugoslavia. E' il delirio del feticismo e del gusto per l'orrido. Nel futuro dei Balcani c'è solo la necrofilia. Si stava meglio quando si stava peggio. E' la stessa, perversa legge che vale in Germania orientale dove la Trabant è il mito che spopola tra gli automobilisti e i mattoni del muro di Berlino pesano come oro sulle aste di Ebay. Allora quando scatta la commemorazione di Hitler, Stalin e Mussolini, noti filantropi della società umana? Forse i rumori dei mortai che dilaniano la Bosnia è un'eco troppo lontana per essere ascoltata dalle nuove generazioni. E' la voglia di rifugiarsi nei ricordi del passato con l'ipocrisia di cancellare quelli tragici e trattenere soltanto quelli buoni. Facile, ingenuo, infantile. Tragico.



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30 gennaio 2008

Democrazia italiana



Sottotitolo: vademecum tascabile per viaggiatori stranieri di passaggio nella terra del Belpaese. Frasi di uso comune: se le elezioni terminano con un pareggio dei due schieramenti opposti, va al governo chi per primo canta vittoria. Della serie, il primo che canta è la gallina che ha fatto l’uovo. Purtroppo il paniere di Prodi è nato con le uova rotte e soprattutto ha rotto le parti intime degli italiani. Un tipico costume della nobiltà politica associato al cantar vittoria troppo presto è la famelica voracità con cui ogni portata, fetta e briciola di potere viene divorata. Gli entomologi della politica italiana descrivono questa peculiare tendenza col nome scientifico di “magna-magna”, termine che ha la sua radice nell’età antica della prima repubblica e nella sua forma di governo detta pentapartito, dove il prefisso greco “penta” si abbina alla radice “partito”, originalissima creazione italiana insieme alla mozzarella di bufala e al parmigiano reggiano. Altra frase di uso comune: per liberarsi di un governo truffaldino occorre incaricare la magistratura di dedicare un po’ del suo tempo al membro di quel governo che più di tutti da noia – e il gioco è fatto, cioè il governo è finito. Poi: quando un governo se ne va, che si fa? Regola numero uno: fermi tutti, almeno finché arrivano i soldi ogni mese. Regola numero due, direttamente mutuata dal Vaticano, suprema autorità morale in fatto di potere: morto un papa se ne fa un altro. Regola numero tre: per fare un altro governo basta inventarsi un’altra maggioranza. Non c’è bisogno di scomodare gli elettori, che nella loro primitiva inferiorità non sono ritenuti degni di comprendere gli arcani del potere. Anche se fanno perdere tempo e denaro, le elezioni sono una concessione che questi compassionevoli politici italiani, con molta parsimonia, regalano ai loro amati sudditi insieme al campionato di calcio, alla Ferrari e a Bruno Vespa. Intanto nella terra d’Italia, lussureggiante discarica a cielo aperto, le facce che governano non cambiano mai. Neppure dopo le elezioni. Benvenuti.




29 gennaio 2008

La Russia lancia l'esca: modernizzazione conservatrice


Ovvero dell’arte di cambiare le carte in tavola senza farsi scoprire. E magari riuscire pure a fregare la controparte. Declinazione al modo indicativo, tempo presente: Dmitry Medvedev, principe ereditario della corona della Russia democratico-imperiale, sta smerciando in grandi volumi lo slogan della sua campagna elettorale: modernizzazione conservatrice. A parte l’ossimoro linguistico, non c’è bisogno di traduzione per far intendere che la Russia di Medvedev si incamminerà in una lentissima passeggiata verso tiepide riforme filo-pseudo-fanta-quasi-democratiche. Medvedev non è un cekista, non è un oligarca, non è un falco. E’ il contrario: carattere mansueto, filo-liberale, basso profilo, mani pulite. L’identikit del perfetto candidato che piace tanto all’Occidente. Decisamente lontano dai clan in guerra per dominare le cuspidi del Cremlino e parzialmente scremato dalle ostilità di Putin. Ecco il punto ed ecco la fregatura in agguato. Medvedev in sé non rappresenta ancora un osso duro per l’Occidente. Sarà un presidente che è anzitutto un tecnocrate impegnato a gestire piuttosto che a governare. La sua spina nel fianco è essere una marionetta nelle mani del burattiniere Putin. Questo complica tutto, specialmente per l’Occidente, dove le cancellerie hanno ammorbidito la loro critica a Mosca nella speranza di trovare in Medvedev un interlocutore più mite di Putin. Ma una volta insediato Medvedev dovrà pagare il fio della sua cooptazione, nominando Putin primo ministro – a meno di trabocchetti dell’ultimo minuto. A quel punto basterà sbandierare il pupazzo di Medvedev che l’Occidente calerà le brache? E’ quello che spera Putin. La modernizzazione conservatrice fa luccicare gli occhi dell’Europa intimorita dall’avanzata russa e da quella americana. Ma quando Putin è ancora in circolazione i programmi finiscono per bendare gli occhi e dare il via ad un nuovo ciclo di imperialismo russo. Allora sarà più difficile porre resistenza quando la Russia sfodera i suoi artigli e l’Occidente coltiva la speranza che questi artigli siano di plastica. Concedere credito a Medvedev significa dare carta bianca a Putin. L’Europa ha un senso distorto dello spazio politico: continua a credersi l’ombelico del mondo e a credere che la Russia sia una periferia depressa. Il significato subliminale della modernizzazione conservatrice è proprio questo: mimetizzare il potere ferreo di Putin sotto l’apparenza di una Russia cordiale con l’Occidente. D’altronde presto l’Europa scoprirà che il valore delle parole scritte in cirillico è misurato dai metri cubi di gas naturale – e non dalle ideologie concilianti.



(Pubblicato su Ragionpolitica.it)


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29 gennaio 2008

Un bluff tecnico


La via per le elezioni è come una porta girevole. Adesso sembra aperta. Ma potrebbe richiudersi presto. Napolitano è all’angolo, incapace di trovare una formula per convincere Forza Italia, quindi il centrodestra, ad aderire ad un nuovo governo senza passare per il voto anticipato. Ma anche Forza Italia si è arroccata sulla piazza e in questo modo si è auto-esclusa da ogni trattativa. Aut-aut è ancora una volta la posizione di Berlusconi, che però è abituato a capovolgere la sua strategia non appena si presenti l’opportunità giusta. Nel caso in cui le consultazioni cadessero in stallo, il piano d’emergenza di Napolitano può essere quello di ventilare una soluzione tecnica: un governo a scadenza ravvicinata affidato a Draghi oppure Montezemolo. E’ dall’autunno scorso che il governatore centrale ha avviato una sua personale esposizione politica criticando il livello dei salari – mentre Montezemolo è ormai un aspro commentatore dei guasti della politica, che vorrebbe riparare come fosse un vecchio motore automobilistico – ed è il principale sponsor di un governo tecnico. I poteri forti sono criticati dai partiti perché sono la culla di nuovi politici e nuovi partiti; ma sono un salvagente per le istituzioni in crisi. Vedi il governo Ciampi e il governo Dini. Sventolando il governo tecnico Napolitano potrebbe raffreddare la smania elettorale di Berlusconi e stipulare un accordo con Veltroni per una grande coalizione rosso-azzurra – il vero obiettivo di Napolitano. L'imperativo di Napolitano è sempre lo stesso: niente elezioni. Ma questa crisi è una porta aperta in cui può entrare e uscire un gran numero di ipotesi.





29 gennaio 2008

Il pendolo di Berlusconi


Le consultazioni per risolvere la crisi di governo non sono confinate alle stanze del Colle, perché comprendono anche i segnali provenienti dalla piazza. La martellante pressione di Berlusconi per ottenere le elezioni anticipate ha bloccato la politica nelle mani del leader dell’opposizione. La regola di queste consultazioni è che senza il partito di Berlusconi non può formarsi nessun governo. Nonostante la propaganda per le elezioni subito e i sondaggi dalla parte di Berlusconi, anche l’ipotesi del governo di transizione può rivelarsi una vittoria per Forza Italia. Un governo a scadenza con Berlusconi e Veltroni potrebbe fare la riforma elettorale, evitando il referendum e preparandosi ad elezioni con un nuovo sistema elettorale ma soprattutto con nuovi partiti e nuove coalizioni. In questo momento Berlusconi può decidere il futuro della politica, che ancora una volta è polarizzata tra il palazzo e la piazza. Ma Berlusconi è abile a cambiare posizione: dall’opposizione dura e intransigente è passato al dialogo con Veltroni e adesso è di nuovo sulle barricate. La prossima mossa è quella decisiva: se Berlusconi ritorna al palazzo, la strada per il governo di transizione sarà in discesa. Altrimenti le consultazioni si concluderanno con il decreto di scioglimento delle camere.




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28 gennaio 2008

Video-editoriale: Buon compleanno!


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28 gennaio 2008

Usa e Russia si dividono l'Europa. Di nuovo


Come un corpo inanimato, lasciato in balia dei marosi della storia e dell’arbitrio altrui, l’Europa ciondola scomposta tra l’aquila americana e l’orso russo. La Nato è in procinto di avanzare fino a Kijv e Tbilisi, camminando in testa all’Europa come Gulliver sopra ai lillipuziani. Meglio le posizioni strategiche dell’Europa orientale e del Caucaso dove la volontà istituzionale e popolare reclama la presenza americana, piuttosto che le ripetute critiche e i tradimenti dei governi di Bruxelles. I governi dell’Ucraina e della Georgia sono pronti ad accogliere a braccia aperte la bandiera con la rosa dei venti. Polonia e Cechia, sebbene con accenti molto diversi, si preparano ad ospitare lo scudo missilistico americano. Dall’altra parte il Cremlino punta in direzione meridionale. Prima la Bulgaria e ora la Serbia: entrambi i minuscoli stati balcanici entreranno nel reticolo energetico di Gazprom per venire scaldati dall’egemonia di Mosca, proprio come ai vecchi tempi. Ma Belgrado non è soltanto un’altra vittima dell’imperialismo economico di Putin. E’ anche la linea di confine col Kosovo e il baluardo che si oppone alla sua indipendenza. L’America si è ritrovata nel ruolo di padrino della causa albanese contro la Serbia, ma l’unica fonte di interesse per il Kosovo è la frizione con Mosca. Naturalmente la distanza dell’Oceano Atlantico rimpicciolisce la grandezza della questione kosovara. Ma Bruxelles non ha bisogno di lenti d’ingrandimento per comprendere il potenziale devastante di un Kosovo indipendente e di una Serbia diventata avamposto della Russia. Più che militari, le conseguenze saranno politiche ed economiche.

"

La Serbia si sentirà tradita dall’Europa e troncherà il suo processo d’integrazione. In questo modo la Serbia continuerà a costituire un buco nero nella già precaria costruzione europea, soffocando le speranze di una maggiore unificazione istituzionale del vecchio continente. La Bosnia resterà una terra di tensioni fomentate dalla componente serba, ostacolando la via verso la riconciliazione nazionale. Lo stesso Kosovo indipendente dovrà decidere se affermare la sua completa indipendenza o avviare un sodalizio con l’Albania. Quindi i Balcani continueranno ad essere una spina nel ventre molle dell’Europa – che scoprirà quanto sia salato il gas russo. Questa posizione di minaccia della Russia spingerà l’Europa a pendere sempre più dalla parte americana, proprio in un anno in cui le elezioni presidenziali sono il ghiaccio che raffredda ogni entusiasmo americano verso l’Europa. Oggi l’Europa occidentale è soltanto Sarkozy, Merkel, Zapatero e Brown. Sono individualità che non possono sopperire alla mancanza di un’adeguata struttura istituzionale. Manca la base ma anche il consenso sulla politica estera e sull’economia. Ognuno si arrangia per sé, ma poi una crisi come il Kosovo fa saltare qualunque soluzione locale. Se la crisi economica dell’America scatenerà i suoi starnuti sull’Europa, c’è il rischio che qualcuno si prenda la polmonite. L’Europa segue il passo del granchio mentre Usa e Russia marciano con la velocità dei centometristi. Non c’è bisogno neppure di includere nel ragionamento Cina e India o guardare al miracolo economico di Dubai. Quest’Europa è troppo piccola per affacciarsi alla finestra del mondo.



(Pubblicato su Ragionpolitica.it)




26 gennaio 2008

Riforme o parole


Le riforme sono diventate un luogo comune della politica da svariati decenni. Di riforme parlavano De Mita e Craxi. Oggi Veltroni e Fini ripetono gli stessi discorsi. Le riforme sono una retorica che ha formato un peso così opprimente da soffocare sia la prima che la seconda repubblica. Davanti all’ennesima implosione di un governo va di nuovo in scena l’emergenza riforme. Si parla di un governo tecnico-istituzionale che pretende di fare in pochi mesi ciò che non è mai stato fatto in interi decenni – ovviamente con successo – e senza la benedizione del voto degli elettori, ma con una mischia di politici, tecnici ed esponenti istituzionali. La realtà è diversa dalle parole. Appena nata dalle urne, una maggioranza, sia di centrosinistra che di centrodestra, è segnata da acute divisioni interne che si porterà fin nella tomba. Prodi docet. Figurarsi una maggioranza di post-comunisti, neo-centristi, liberali, socialisti, più professori di differenti orientamenti culturali, e più una pattuglia di rappresentanti delle istituzioni. La somma finale di questa allegra compagnia è lo stesso risultato che continua a venire fuori: l’impotenza. Le riforme sono interventi complessi ed estesi che scatenano forti conflitti sociali e politici. Non si fanno con un colpo di spugna. Servono leader aggressivi con maggioranze compatte e motivate. L’opposto del governo tecnico, che si rivela un altro espediente per continuare a parlare di riforme senza farle.




25 gennaio 2008

Le lancette ferme



Finisce il governo Prodi, finisce un altro governo, come finivano tanti altri. Il tempo si è come pietrificato nella stanze del potere. La morte dei governi italiani è come quella di Abele: all’origine c’è sempre un fratricidio. Ieri Ciano, oggi Mastella e un lungo elenco di nomi dimenticati che hanno segnato la fine di un governo. Il peccato originale dell’8 settembre è diventato una mutazione genetica dell’uomo politico, reso succube dell’istinto del tradimento. I governi non cadono perché sentono crollare sotto i piedi il terreno del consenso popolare. Cadono perché basta un manipolo di traditori col pugnale in mano ma senza senso di giustizia o una qualche sfilacciata moralità. E’ questione di potere, di interessi in collisione, di lotte interne per spartirsi un bottino divorato con famelica brama. Siamo sempre qui, con gli abiti sudati per l’autunno caldo, l’incertezza di chi non vede l’uscita dall’eterna transizione, coi nervi contratti ad ogni colpo di pistola e i pugni in tasca quando la protesta si è stancata delle parole. E’ l’Italia sotto naftalina, la cartolina del Belpaese appesa nel museo di storia antica. Fuori, nel mondo, gli orologi camminano.



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24 gennaio 2008

Elezioni o riforme? Sbagliato


Come avvoltoi sulle carcasse dei malcapitati. I vincitori del confronto parlamentare non hanno rifoderato le loro lame ancora unte della mortadella esanime. Adesso inizia il vero duello. Che fare? Elezioni anticipate, come raramente succede in un paese sotto il gioco comunista. Il centrodestra vuole andare a votare perché è quasi matematico che vinca e perché dopo questo governo Prodi vincerebbe persino la coalizione di topo Gigio e del Commissario Basettoni. C’è però un grosso rischio. Le elezioni anticipate funzionano alla meraviglia quando sono davvero ravvicinate rispetto alla caduta del governo. Si può battere sull’anti-prodismo solo finché il ferro è caldo, cioè fino a che il Sig. Bianchi sente ancora il salasso fiscale sulla pelle del suo portafoglio. Più passano i giorni e più si avvicina l’altro scenario. Il solito vecchio governo tecnico per tirare a campare ancora un paio d’anni, senza spendere soldi per un’altra campagna elettorale. Poi nel 2009 ci sono le europee, quindi è meglio aspettare. Però nel 2010 arriva la tornata delle regionali e così si scivola comodamente al 2011, la scadenza naturale. Entrambe le alternative sono sbagliate. Le elezioni anticipate sono la soluzione da manuale. Semplice quanto giusta. Ma questo sistema dei partiti, sia a destra che a sinistra, non è in grado di governare. Al limite si può durare e non fare le pessime leggi del centrosinistra. Ma le grandi riforme di cui l’Italia ha un bisogno vitale restano tagliate fuori dalla portata, assai corta, di un nuovo governo di centrodestra. Peggio ancora il governo tecnico o istituzionale. E’ una vera offesa alla democrazia quella di mettere nelle mani di politici senza legittimazione popolare la responsabilità di governare – e anzi di procedere alle riforme strutturali. Il governo tecnico è la tomba della sovranità popolare perché non ha nessuna identità politica. Per fare le riforme occorre una salda volontà politica, e non un equilibrio di potere, perché le riforme servono proprio a questo: spezzare le concentrazioni di potere. Ma se il governo finisce proprio in mano a chi sarebbe spazzato via dalle riforme, allora il governo istituzionale si rivela per quello che è realmente: una scappatoia per salvare le istituzioni e non fare le riforme. Come sempre, il cuore della politica italiana batte nei partiti. Finché i due partiti maggioritari del centrodestra e del centrosinistra non avranno adottato una chiara strategia per il futuro, tutto rimarrà bloccato. Le coalizioni sono ancora troppo ampie e avvelenate dalle rivalità interne. Veltroni e Berlusconi subiscono ancora la competizione dei loro alleati, una competizione che spesso è rivolta a scalzarli. Il vero metro per misurare le strategie dei partiti sarà la riforma elettorale, l’unica, concreta minaccia per i partiti. Questa è la vera riforma che interessa i partiti, perché è sul nuovo sistema elettorale che si decide il prossimo governo. Se i due partiti maggioritari prevarranno nei loro schieramenti, non è da escludersi né l’elezione anticipata, ma con alleanze diverse dalle attuali e più omogenee, né un governo di intesa, senza professori e rappresentanti delle istituzioni. In entrambi i casi il rischio della politica prevale sugli interessi del potere, anche se la tentazione del potere, in questi frangenti, resta molto alta. Ma in Italia il potere è una gabbia che imprigiona i suoi detentori – questa è stata l’ultima lezione del Prof. Prodi.






23 gennaio 2008

Il candidato presidente e il candidato perdente

 

  

Uno si chiama Barack Obama, professione senatore dell’Illinois. Segni particolari: pelle nera. L’altro è Valter Veltroni, sindaco di Roma che usa la sua melensa immagine come colla per restare attaccato al potere. Il primo è in gara per diventare presidente degli stati uniti; il secondo per continuare a fare l’eterno numero due di un premier senza futuro. L’unico tratto comune è appartenere ad un partito che ha lo stesso nome, partito democratico, che in America governa il congresso e in Italia è governa a vista. Obama ha scandalizzato l’opinione pubblica americana con la sua visione politica di un’unità di tutti gli americani, bianchi, neri, repubblicani e democratici, ricchi e poveri, giovani e anziani. E’ la politica della speranza, che sembra un remix della nuova alba di Veltroni. In Italia la speranza di Obama viene tradotta nel buonismo. E’ sinonimo di fair-play, politically-correct e altri termini scritti in inglese ma dotati di un significato sconosciuto nel mondo anglosassone. In Italia lo scontro e la divisione sono sofferti come crisi della politica. In America sono la scintilla che fa scoccare la vitalità. Nell’algebra politica americana più conflitto vuol dire più opportunità di emergere – se gli altri restano indietro, vuol dire che quello è il loro posto. Da noi gli ultimi devono essere i primi. Anche senza aspettare il regno dei cieli. Obama rischia di intaccare il suo patrimonio di consensi perché la sua politica visionaria è indigesta allo stomaco realista degli americani. Gli elettori a stelle e strisce restano fedeli al loro sistema partitico dove ci sono due partiti che si scontrano senza esclusione di colpi e dove ci sono due candidati presidenti che si sfidano fino all’ultimo minuto. Invece gli italiani adorano sedersi a tavola tutti insieme, amici e nemici, perché la fame italiana, diversamente da quella americana, fa accontentare tutti pur di avere una briciola. Meglio l’uovo italiano che la gallina americana, anche se il paniere di Prodi è marcio. Più Veltroni spinge sul dialogo, più crescono i suoi consensi. L’importante è colare a picco tutti insieme, così che non ci siano vincitori. Veltroni ama i vinti, Obama ama vincere. In America hanno capito che la politica della mediazione non funziona. Anche in Italia la crisi terminale della politica conferma il fallimento delle riforme fatte col consenso di tutti per non dispiacere nessuno e quindi, alla fine, non cambiare nulla. La politica non è un piatto di spaghetti dove ce n’è per tutti. Costruire una maggioranza è la regola e non l’eccezione della democrazia, perché non è possibile trovare un consenso totale che escluda ogni dissenso e ogni avversario. Obama può fare il candidato presidente, perché vuole vincere la battaglia democratica per il potere. Valter può fare solo il candidato perdente, perché vuole il potere senza dover vincere – ma non è più democrazia.


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18 gennaio 2008

Video-editoriale: Così lontani, così vicini




11 gennaio 2008

LA PROSSIMA GUERRA

Tre navi americane nelle acque internazionali circondate da cinque navi iraniane con atteggiamenti ostili. In Pakistan sta per divampare una guerra civile. In Kenya la guerra civile è già iniziata. Tre scatti che fotografano i germi della prossima guerra.

Sul mappamondo si accendono in continuazione nuovi focolai di guerra. Il virus del conflitto miete sempre nuove epidemie. Non è una novità del terzo millennio. Eppure questa costante della storia umana si scontra con un’altra, che è l’alternarsi ciclico delle fasi di maggiore stabilità internazionale con fasi di più acuta instabilità. Non serve un trattato di storia delle relazioni internazionali per comprendere che più i rapporti tra gli stati sono frammentati, più alta è la probabilità dello scoppio di un conflitto. La guerra è il fenomeno umano più naturale e allo stesso tempo il più imprevedibile. Perciò la struttura e la distribuzione del potere globale sono le uniche leve per prevenire l’irreparabile.

Oggi il sistema degli stati non sarebbe capace di contenere e neutralizzare una seria minaccia di guerra. Questo è l’aspetto drammatico. Non essite una bilancia del potere perché il potere si è rarefatto, disperdendosi in una molteplicitàè di localismi in antagonismo: Delhi, Mosca, Pechino, Teheran, Caracas, Nairobi, Gerusalemme, Islamabad. La stabilità globale è in balia di agenti caotici che attaccano da ogni lato. Le antiche regole diplomatiche sono stracciate dal deflagrare di una bomba in una metropolitana. La prossima guerra sarà la figlia legittima di quest’aria impregnata dell’odore della guerra. Il terrorismo di al-Qaeda attraversa una fase di reflusso mentre si acuisce la nevrosi egemonica della Russia che fa da padrino all’Iran, mentre la spericolata espansione economica della Cina consentirà a Pechino di riscuotere un ingente credito di potere globale. L’Africa sta per precipitare in una nuova guerra continentale e in Medioriente la pacificazione tra israeliani e palestinesi è come l’araba fenice. La preoccupazione per le catastrofi ambientali è solo una decima frazione dell’allarme per una nuova guerra nell’arco del breve periodo. Le minacce e le fonti di rischio superano le garanzie della pace.

Le istituzioni internazionali sono franate nella paralisi e nel silenzio. Il coordinamento tra gli stati non può superare una soglia che resta troppo bassa per sviluppare un sistema di cooperazione che non si sbricioli al minimo urto. L’Onu è un insieme di raffinata porcellana diplomatica che crolla in frantumi ogni volta che il suo consiglio di sicurezza è convocato per assumere una decisione in merito ad una crisi. La forza della guerra corrisponde alla debolezza di queste istituzioni internazionali, che invece di funzionare da deterrente politico, finiscono per coprire chi non cerca la pace.

Allora lo scettro ritorna in pugno agli stati. Purtroppo la coscienza politica delle èlites nazionali è appannata dalle lotte di potere interno e dalle snervanti sfide elettorali. In una fase di globalizzazione in cui lo starnuto della crisi dei mutui americani provoca la polmonite all’Europa, in cui il gas della Russia accende i fornelli di casa nostra, gli stati disprezzano gli effetti geopolitici delle loro strategie interne. Ma continuare a scaricare le conseguenze delle proprie politiche di potenza sullo scenario internazionale continua ad accumulare tensione. Poi finisce come a Napoli, dove i rifiuti hanno sommerso tutto. Succederà così anche in qualche area del pianeta, dove la tensione sarà così forte da formare un ciclone incontrollato. Incastrati in questa logica di conservazione del potere, i governi trascurano gli scenari internazionali – ignorando il fatto che l’indifferenza diventa l’ombra sotto a cui cresce la guerra, anche la prossima.



(pubblicato su Ragionpolitica.it)




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11 gennaio 2008

IL SACRO E LO SPORCO

 

Veltroni e Ratzinger, strana coppia ma non troppo. Il sindaco post-comunista e neo-leader del neo-nato partito democratico è andato in visita nella Santa Sede per un colloquio con quel Pontefice che opera per rafforzare l’identità della Chiesa. Così lontani ideologicamente ma così vicini perché il capo della sinistra e il vertice della cristianità si sono ritrovati accomunati dal degrado della capitale. Anche nella città eterna, tra le sacre stanze, si sta diffondendo il cattivo odore dei cumuli di rifiuti che sommergono il Sud. Il vento che soffia su Roma fino al naso del Pontefice sta diventando irrespirabile. Il degrado viene additato da Benedetto XVI come il male che affligge la capitale a livelli allarmanti. Il vibrante monito del Papa non guarda soltanto all’emergenza dello smaltimento dell’immondizia. E’ una visione che punta all’orizzonte per identificare nel degrado una realtà dai molti volti. Il degrado colpisce l’educazione che sradica la coscienze delle nuove generazioni e rende l’integrazione degli immigrati uno scoglio sempre più arduo da superare – come dimostrano le pietose condizioni delle baraccopoli che proliferano nella periferia romana, tetro scenario dell’efferato delitto di Tor di Quinto. Il degrado ecologico diventa il simbolo del degrado sociale, che inquina quanto gli ammassi dei rifiuti accatastati sulle strade. Come dimostrato nel Meridione, questa crisi dell’ecologia ambientale e umana trascina con sé una crisi politica che sta falcidiando non solo gli amministratori locali, ma la stessa fiducia dei cittadini nelle istituzioni. La crisi partenopea che ormai ha già spedito nell’inceneritore elettorale il destino politico di Bassolino e Jervolino è solo agli inizi. Non si tratta più di consenso politico verso un partito o un leader. Non è più una questione di voti bensì del rispetto minimo che questa classe dirigente locale ha violato ficcando la testa nella sabbia dell’indifferenza e lasciando che il degrado, da quello solido fino a quello sociale e morale, si spargesse nella vita italiana. Adesso in gioco c’è l’educazione civile dei cittadini, che non guarda la faccia dei politici o i simboli delle loro bandiere. Asfissiati dai miasmi di queste fogne a cielo aperto, gli italiani si preparano al peggio, come è consueta abitudine. Il monito pontificio è la sacra campana che suona un allarme avvertito anche nell’interiorità della coscienza. Veltroni non avrà bisogno di sturarsi le orecchie per sentire il rumore della tempesta in arrivo. Con questo ritmo la crisi ecologica formerà un’onda pronta ad abbattersi su Roma, dove le rassicurazioni date dal sindaco e aspirante premier al sommo Pontefice arrivano con il tempismo di chi apre l’ombrello per ripararsi da un uragano.

   

(Pubblicato su Avanti)




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11 gennaio 2008

PARENTI SERPENTI


A proposito di lealtà, il mercato della politica americana in tempo di primarie estrae le sue lame. John Kerry, candidato alla presidenza e trombato da Bush junior nel 2004, ha deciso di sostenere Barack Obama. Nessun appoggio al suo ex candidato alla vicepresidenza, John Edwards, che continua nella sua solitaria battaglia. Finisce la convivenza forzata tra i due leaders che dovevano sconfiggere Bush ma che finirono sconfitti entrambi. Edwards ha già perso e Kerry non si è neppure ricandidato. Oggi il ciclo riprende e tocca a Obama e Hillary. I pugnali luccicano.




10 gennaio 2008

ALLE PRIMARIE E’ IL GIORNO DEI GRANDI RITORNI

 

Punto e a capo. La seconda tornata delle primarie americane in New Hampshire replica lo stesso effetto in Iowa. Nei ranghi democratici la vittoria di misura (39% contro 37%) della prima candidata alla presidenza mette lo stop alla rincorsa del primo candidato afro-americano. Se il digiuno dell’asinello dalla Casa Bianca sta polarizzando la contesa elettorale tra Hillary e Obama, per l’elefantino repubblicano trovare un vincente e convincente candidato alla successione di Bush jr. resta un’equazione irrisolta. La fulminante vittoria di Huckabee nelle praterie del Midwest non è riuscita a sollevare un’onda di consensi forte abbastanza da raggiungere le coste del New England. Ha vinto il risorto McCain che col suo 37% ha triplicato l’11% dei voti confluiti su Huckabee. Cambiano i nomi sul podio, ma cambiano anche le cause delle vittorie e delle sconfitte. Dall’Iowa al New Hampshire l’asso pigliatutto per Clinton sono state le fasce anziane e le donne. Per McCain hanno prevalso gli elettori che pongono la prosecuzione della missione americana in Iraq in cima alla lista delle priorità e non guardano di buon occhio un candidato troppo irrigidito su convinzioni religiose come Huckabee. Cinque giorni fa spulciare nelle virgole delle statistiche elettorali era l’unica fune a cui aggrapparsi nella ricerca di una chiave di lettura per decifrare questo lungo ciclo di primarie. Ma non appena si era concluso il conteggio dei voti, nel campo dei democratici l’attenzione è stata magnetizzata non soltanto dalla vittoria di Obama, ma soprattutto dalla sconfitta di Hillary. Più di lui, la vera protagonista è stata lei. Le parabole delle televisioni hanno puntato sulla crisi elettorale della senatrice trasformandola in una crisi privata, familiare e femminile. Invece per Obama è scattata la trappola del successo: vinta la battaglia dell’Iowa, sembrava vinta anche la guerra per la nomination. La voracità dei media stava già deglutendo il boccone di Obama-for-president quando l’immagine della donna che lotta ha reso questo boccone troppo amaro. Solo cinque giorni prima del voto questo bollettino elettorale del New Hampshire era fantasia. Addirittura le votazioni nel primo collegio dello speduto villaggio di Dixville Notch certificavano le previsioni dando vincenti Obama e McCain. Poi i sondaggi vengono cappottati dalla realtà e da una campagna elettorale che, almeno per l’asinello, sta assumendo la forma di un duetto Obama-Hillary. Le spiegazioni politiche s’impastano con le spiegazioni mediatiche, ma la confusione non diminuisce. Questa è l’unica certezza dei repubblicani. Sia elettori che candidati procedono a tastoni in un  mare di nebbia. 

 

Finora la selezione elettorale ha soltanto creato presunti leader che in poco tempo si sono bruciati le poche chances di successo. In estate era il tempo di Romney, poi l’autunno ha portato Huckabee e adesso l’anno nuovo inizia con il revival di McCain mentre Thompson non riesce a decollare e il “sindaco d’America” Giuliani, l’unico con le gambe che possono correre la maratona per la convention di St. Paul, ha fatto passi troppo corti in queste due primarie. Mentre Hillary e McCain si godono gli allori e Obama, insieme agli altri candidati repubblicani, si leccano le ferite, l’impegno più pressante per tutti è uno solo: raccogliere fondi. Sul valore della moneta nella madre di tutte le democrazie non c’è mai stata incertezza.

(Pubblicato su Avanti)




9 gennaio 2008

Il nucleare farà gelare l'Iran

 

Ricchi e poveri. Un barile di petrolio costa 100 dollari eppure l’Iran, che possiede le riserve di gas naturale più estese al mondo dopo la Russia, è costretto a razionare l’erogazione di riscaldamento per la sua popolazione. Ufficialmente il razionamento è colpa del Turkmenistan che ha interrotto le sue forniture. In realtà l’industria energetica di Teheran soffre di una cronica insufficienza di investimenti e infrastrutture per garantire l’esportazione su grandi volumi. Perciò Teheran è costretta a sua volta a decimare i rifornimenti di gas alla Turchia, il suo più grande importatore attraverso un gasdotto di 2577 km. Case fredde e tasche vuote non è proprio il ritratto di una potenza nucleare. Mentre Ahmadinejad scaglia bellicosi proclami per far tremare le gambe al mondo intero, gli iraniani si ritrovano a battere i denti. Eppure il sottosuolo iraniano contiene 974 trilioni di metri cubi di gas naturale, la metà rispetto ai 1680 trilioni della Russia. Nonostante ciò oltre il 60% delle riserve di gas della teocrazia non è ancora sfruttata. La scaltra dirigenza iraniana ha sfruttato questa inefficienza produttiva come patente di legittimità per avviare il programma nucleare. Trasformando uno svantaggio in vantaggio, l’Iran sfida le potenze globali per dotarsi dell’energia dell’atomo. Ma resta sotto scacco del Turkmenistan o in balia di un qualunque altro guasto tecnico che ostruisca le sottili arterie di distribuzione. Nonostante questo segnale d’allarme rosso la reazione iraniana non sarà diversa dalle precedenti. Gli investimenti nazionali, per non parlare di quelli stranieri, restano chimere. A parte la consistente esposizione di British Petroleum, l’Iran sta coinvolgendo le grandi compagnie statali di Cina, India e Venezuela. La metà delle riserve iraniane è situata nel campo sud di Pars, nell’isola di Lavan, a circa 60 miglia dalla costa, nel Golfo Persico. L’operazione è interamente nelle mani del governo, che prevede di concludere nell’arco di vent’anni un titanico progetto articolato in 25 fasi. Intanto oggi scatta il razionamento.

La lezione russa. Quando il fornitore non può garantire il servizio secondo logiche di mercato, ma la merce è indispensabile per l’acquirente, allora il rapporto economico viene trasformato in un rapporto di forza: chi detiene le risorse comanda e detta il prezzo. Quando l’alternativa è lasciar congelare la popolazione nel gelo invernale, ogni margine di contrattazione svanisce. Come la Turchia ha subito il taglio dei rifornimenti, così l’Iran potrebbe seguire la Russia nella strategia del ricatto energetico. Dopo tutto l’Ucraina è stato un esperimento riuscito: Kiev ha dovuto subire un rialzo del prezzo del gas da 50 a 230 dollari su mille metri cubi. Quindi la cooperazione tra Iran e Russia potrebbe estendersi dal nucleare al gas. Ma su questo secondo binario l’Iran potrebbe deragliare. A differenza della Russia per l’Iran il gas naturale non è merce da esportare, perché serve per uso domestico. Se diventasse una arma geopolitica, Teheran dovrebbe rivedere i suoi programmi d’espansione, a partire dalla costruzione dei nuovi gasdotti. La partita decisiva si gioca sul mercato europeo. Se l’Iran vuole realmente imitare la Russia, sarà costretto ad entrare in concorrenza con Mosca accelerando la costruzione di Nabucco, l’imponente gasdotto che porterà il gas naturale dalla Turchia fino all’Austria. Bruxelles annaspa nei suoi perenni dissensi ma è pronta a scucire sei miliardi di dollari pur di spezzare le catene che la legano al monopolio di Mosca. Però la Russia ha altri piani, che ruotano intorno al gasdotto del Nord Europa, oppure al Blue-Stream, che è una versione più aggressiva perché scorre direttamente dalla Russia senza passare per paesi terzi. Sono entrambi progetti per cementare la dipendenza dell’Europa dal gas russo. L’Iran può scegliere di diventare un protagonista per l’Europa oppure subire l’ombra russa. Ma l’ostinazione nel raggiungere la potenza dell’atomo sta costando a Teheran il sacrificio delle sue risorse energetiche. Ahmadinejad ha bisogno della protezione internazionale di Mosca, della sua tecnologia nucleare e della sua inesauribile offerta di armi – e a Teheran non esiste la controparte iraniana di Gazprom. Il prezzo per gli ayatollah è disperdere il loro patrimonio energetico. Questa debolezza farà sentire freddo all’Iran.



(pubblicato su Ragionpolitica.it)




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9 gennaio 2008

Video-editoriale: Largo al nuovo!



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