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Oriente rosso


Dall’Asia le carovane sulle rotte di Marco Polo trasportavano in Occidente ogni rara mercanzia per abbellire le fastose corti dei principi. Ma tra le essenze speziate e i pregiati tessuti una sola merce mancava era introvabile: la libertà. Il continente più esteso del mondo è anche quello meno sviluppato sotto il profilo democratico. Non basta citare il colosso cinese e russo, ma anche la teocrazia iraniana, la sanguinaria giunta in Burma, la Nord Corea, il Caucaso. All’interno di questo oceano antidemocratico iniziano ad affiorare nuove scogliere che non erano previste dalle rotte nautiche della storia – e che spostano la navigazione verso altre, imprevedibili mete. Nonostante l’assenza di un vero regime capitalista e di una conseguente democrazia borghese, anche in Asia sta emergendo una particolare forma di comunismo. Le cronache empiriche valgono più di ogni altra speculazione teorica.


All’inizio dello scorso dicembre, la tirannide teocratica del presidente iraniano è finita sotto attacco delle contestazione, insolitamente agguerrita, di centinaia di studenti universitari animati dal vangelo di Marx, Engels e Lenin. A Teheran e altri campus universitari è sventolata l’effige del Che in mezzo alla tradizionali simbologie comuniste. La falce e il martello contro la mezzaluna. L’ateismo contro la teocrazia. Il balzo tecnologico che ha sparato l’Oriente in testa alla corsa verso il futuro ha però fatto scendere le èlites intellettuali dell’Iran dall’evoluzione delle idee. Il marxismo del novecento resta dunque l’unico approdo per queste giovanissime generazioni di studenti universitari che lottano per aumentare i salari e rendere gratuita l’assistenza sociale e l’istruzione. Lottano contro il capitalismo ma anche contro i movimenti riformisti al punto tale che ricevono la protezione delle autorità – ecco svelato il mistero della relativa tolleranza. Niente esempi di pluralismo e accettazione del dissenso, siamo in Iran. Largo invece alle subdole politiche dove i nemici dei miei nemici sono miei amici. Teocrazia o meno, quando il potere diventa un calcolatore di interessi, le differenze ideologiche sfumano come inchiostro nell’acqua. Ancora più a Oriente, nelle terre della tigre indiana, si riproduce un paradosso italiano – quello di una coalizione di governo sostenuta da una traballante maggioranza di centrosinistra. Basta questo per intuire che la parte del ricattatore è nella mani del piccolo ma agguerrito partito comunista. La prima vittima dell’intransigenza indo-marxista è lo storico trattato di cooperazione tra India e Usa per la fornitura di energia nucleare americana all’avida economia del tiranga indiano. Il partito comunista, seppure al governo insieme al pilastro del partito del congresso, potrebbe davvero mettere i bastoni tra la ruota a ventiquattro raggi che sventola sul tricolore indiano. Un conto è una crisi politica in un paese come l’Italia, ma un altro conto è una crisi in un paese di un miliardo di abitanti. L’India è all’opposto dell’Iran la potenza asiatica più sviluppata in senso occidentale e la più grande democrazia del mondo. Ma il suo governo è caduto nella trappola della propaganda di un minuscolo partito comunista. Iran e India. Due casi di comunismo agli antipodi del loro sviluppo. In Iran il comunismo ristagna ancora in un marxismo primitivo, mentre in India il comunismo si è adattato comodamente ai giochi della democrazia. Il comune denominatore è l’anti-occidentalismo che pervade ogni comunismo asiatico. Nelle letture più profonde di questi movimenti la nuova classe sfruttatrice è l’America tout-court. Senza distinzioni di governo, di partito, di volti. Se le classi governanti continuano a tollerare o addirittura a foraggiare la crescita di queste schegge rosse, la loro forza farà regredire il continente asiatico, riducendolo nuovamente a grande magazzino di merci per l’Occidente.



(Pubblicato su Ragionpolitica.it)

Pubblicato il 4/2/2008 alle 8.57 nella rubrica Diario.

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