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La Rosa e il Nero


Il gran clamore delle primarie americane è un suono in stereofonia. Da una parte i repubblicani, ancor prima di addentrarsi nella caccia grossa del Super Tuesday, hanno spazzato via colui che si ergeva come il tirannosauro del grande vecchio partito. La carriera di Rudy Giuliani non andrà oltre il sindaco di New York. Magrissimi risultati nella fase iniziale delle primarie hanno dissuaso il sindaco della grande mela dal provare a diventare il sindaco della superpotenza. Adesso “Mac is back”: ritorna dopo otto anni di congelamento elettorale il senatore John McCain. Il suo ultimo ostacolo sulla via della nomination si chiama Mitt Romney, professione governatore del Massachussets e mago del fund-raising. Tutti gli altri sfidanti sono caduti come birilli, anche i più gettonati come il predicatore Huckabee e l’avvocato del tubo catodico Thompson. Ma è l’asinello che sta scalciando con più vigore. La sfida si è già sfrondata dei rami secchi dopo che Edwards, il numero due di Kerry nelle elezioni del 2004, ha capito che fare il numero tre dopo Obama e Hillary non gli avrebbe spalancato le porte della studio ovale. Adesso il fronte democratico si divide tra il rosa e il nero – quale sarà il colore dominante per vincere la battaglia di Usa ’08? Il primo dato non è così confortante: la via più efficace per trovare il successore a un presidente come Bush jr. è trovare un’eccezione. Cioè una donna e un afroamericano. Questo vuol dire che l’elettore maschio-bianco non trova rappresentanza, perché è costretto a votare per il sesso opposto oppure per una minoranza.


Hillary e Obama si contendono le prima pagine dei giornali perché sono novità assolute. Ma se Hillary non avesse i tacchi a spillo e Obama non avesse la pelle colorata? La batosta di Kerry nel 2004 ha segnato uno spartiacque profondo ma invisibile nel partito democratico. E’ solo un ricordo l’immagine del partito democratico come il partito della moderazione e della classe operaia, come lo spazio pubblico della critica e come lo strumento politico per una maggiore distribuzione dei redditi, come il partito che tutela i piccolissimi risparmiatori. I democratici hanno subito una mutazione genetica che ha sostituito i vecchi cromosomi con quelli dell’oltranzismo delle minoranze e con lo scontro su una dilatazione coercitiva dei diritti civili. Vince il modello Nancy Pelosi, ovvero l’aggressività ideologica combinata alla responsabilità politica come un tailleur di Versace su scarpe Nike. Hillary e Obama. Quale dei due? Questa è la domanda. Però è una domanda falsa, perché in realtà non c’è differenza. Sono entrambi espressione della nuova generazione di leader che hanno reagito alla duplice presidenza Bush ritirandosi nelle caverne delle minoranze e delle utopie fanta-democratiche. Hillary che vuole colorare di rosa la presidenza è solo un automa pronta a replicare gli stessi fallimenti del consorte fedrifago: tolleranza con Bin Laden, sopportazione di Saddam Hussein, naufragio della pace in Palestina e un sostanziale centrismo politico che ha annacquato le riforme sociali senza avvantaggiare realmente un gruppo subalterno o colpire interessi speciali. Anche Obama è un’eccezione e gioca tutta la sua campagna elettorale su questo tema: il primo afroamericano. E allora? C’è ancora qualcuno che crede che un afroamericano non sia degno del potere? Colin Powell e Condi Rice dimostrano che la comunità nera si è già integrata. Manca solo un presidente nero – ma forse un presidente nero farà politiche rivoluzionarie oppure condannate al fallimento? In faccia all’arroganza democratica con la bacchetta da maestro sempre in mano, la vera lezione di queste primarie è che Hillary è solo una donna e Obama non è un extra-terrestre – e qui casca l’ “asinello”.

(Pubblicato su Ragionpolitica.it)


Pubblicato il 5/2/2008 alle 9.7 nella rubrica Diario.

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